Eugenio Lampacrescia

Eugenio Lampacrescia Pedagogista e Logopedista
Direttore scientifico de
IL FILO DI ARIANNA SRL
Docente a c. UNIVPM

UN CLIMA POLITICO E SOCIALE AI LIMITI DEL SOPPORTABILE.Gli “odiatori” seriali hanno riempito di commenti negativi questo...
12/02/2026

UN CLIMA POLITICO E SOCIALE AI LIMITI DEL SOPPORTABILE.

Gli “odiatori” seriali hanno riempito di commenti negativi questo evento delle Olimpiadi invernali, utilizzandoli a fini politici già prima dell’inizio. “Gufare” nella speranza di un fallimento è moralmente ed educativamente deplorevole; fa parte di certo “sfascismo” inguardabile, esteso a programma, spocchioso, perdente.

Prima, durante e dopo la cerimonia di apertura, polemiche a non finire. Insulse e senza idee, specie sui social, certi giornali e alcune reti televisive. A cercare cavilli sciocchi, giudizi inappellabili e anche informazioni “pettegole”, da svalutante chiacchiericcio, fino alla perfidia.

Certi soggetti, pure in posizioni pubbliche importanti, quando capiranno che il “contro” a priori, l’uso ideologico anche di un evento come questo hanno un effetto boomerang? Non è utile opposizione, ma critica distruttiva.

Quando poi la sento fare da quelli e quelle che predicano il non giudizio dei liberticidi, mi risulta proprio difficile da ascoltare e dar loro credito. Storia antica, tra pagliuzze e travi.

Ci sono pure quelle e quelli che parlano di pace, ma non di rado, contribuiscono a seminare e preparare lo scontro e la guerra sociale. Direttamente o indirettamente, continuano imperterriti; invocano e/o sostengono rivoluzioni e rivolte; sventolano spauracchi noiosi, inutili anche al pensiero e insostenibili (proprio come nelle dittature); perdono consensi e fanno male non solo all’immagine dell’Italia e oltre, ma pure a sé stessi e al bene comune.

Bisogna ragionare. Nessun ricorso al Karma che non appartiene alla radici della nostra cultura, perché è meccanica impersonale conseguenza delle nostre azioni. Persino utilizzato malamente come una sorta di vendetta ai torti subiti.

Difficile da integrare, se non in buffi e dannosi sincretismi, alle nostre radici più feconde. Mi riferisco al cristianesimo autentico, dove un errore riconosciuto è invece ritorno all’incontro, una scusa da dire, un un perdono da accogliere, un impegno a cambiare, e grazia effusa. Lo preferisco di gran lunga all’Orientalismo importato. Che rispetto quando è autentico, lontano da certe discutibili riedizioni occidentali che contribuisce ad “uccidere” la nostra cultura.

Nell’annuncio evangelico la catena deterministica del Karma si spezza. Bisogna però avere la coscienza di aver sbagliato e di tornare all’incontro, non persistere nello scontro e nell’errore. Pure qui abbiamo talvolta annaquato una Parola chiara. Utile anche a chi non crede. Per possibili et et, accanto a sensati e sereni aut aut.

Non sono andato fuori tema, pur in un passaggio arduo e rugoso. In buona sintesi: se si sbaglia bisogna avere il coraggio morale, personale e sociale di rilevarlo e chiedere scusa, (non scusarci da soli o cercare solo assoluzioni), la misericordioso che ne deriva, ripartire con maggior coscienza, senso e direzione . Senza attendere, desiderati destini di vendetta, da una parte. E dall’altra, nemmeno una misericordia a basso costo, con sconti a prescindere.

La speranza non può mancare, ad una mente educata. Viene umanamente e realisticamente da chiedersi: certi soggetti, saranno così intelligenti da comprenderlo, quando credono pure di avere la postura degli intellettuali, con la verità in tasca e presunta illuminazione, peraltro e usando una metafora, senza contatore e una bolletta finale da pagare?

Nemmeno rispettando una democratica elezione e facendo una riflessione critica interna, seria di una sconfitta? Per di più dando dello “scemo o scema” a chi non li ha mai votati, non li votano più o continuano a turarsi il naso nella cabina elettorale?

Adesso poi con “una sola linea di indirizzo”. Come se il pluralismo fosse una malattia da eliminare?

Qualcuno forse potrà pensare: “contesti un’azione politica fatta per un evento sportivo e fai la stessa cosa?”

Non mi pare che sia proprio la stessa cosa, perché si tratta di una riflessione sui fatti, di certo condivisibile o meno. I fatti vanno osservati e analizzati con la libertà che ci è concessa in democrazia e dal coltivare la nostra dimensione spirituale. Inoltre, il mio voto e quello di molti altri rimane segreto. Dove nemmeno Dio mette bocca o mi guarda dentro la cabina, come si diceva una volta. Di certo chiede a me e a chi crede l’esercizio di un dovere e di rispondere alla coscienza, che non è solo mia. Non è proprietà privata. Essa è soprattutto un processo di affinamento dell’anima che mette in asse ragione, sentimenti, emozioni. Cresce con noi e in noi anche attraverso il confronto, l’esperienza, lo studio…e per chi crede, la preghiera incessante, prima postura esistenziale.

Questo mio scritto, sopra un pezzo giornalistico di Avve**re, mi ha fatto pensare anche come questo quotidiano, da qualche tempo, stia allargando lo sguardo, diventando un po’ più pluralista.

Traffico ingestibile, impianti incompiuti, tribune vuote, organizzazione in affanno e polemiche a orologeria già pronte prima ancora che si accendesse il braciere. Con la speranza di qualcuno - inconfessabile ma viva - che quella fiamma si spegnesse subito. C’erano tutte le condizioni perché andasse male. Anzi, malissimo. E invece, dopo i primi giorni di gara, la notizia clamorosa è una: tra le cose fondamentali, non sta succedendo nulla di negativo. Che, per un’Olimpiade, è quasi rivoluzionario. E per l’Italia, quasi impossibile.
Non c’è occasione migliore della prima giornata senza medaglie azzurre per guardarsi intorno. E il panorama è quasi da cartolina. Funziona la macchina organizzativa. Funzionano i trasporti, che portano le persone dove devono andare senza trasformare ogni spostamento in un’esperienza mistica. Funzionano gli impianti, pieni anche quando non c’è una finale da medaglia ma una batteria di qualificazione di uno sport che molti hanno scoperto solo leggendo il programma, e del quale quasi certamente non conoscono le regole. Funzionano persino i volontari: gentili, sorridenti e onnipresenti, come se tenere in piedi il più grande evento sportivo invernale del mondo fosse una passeggiata.

Continua a leggere la rubrica Cerchi alla testa di Alberto Caprotti
https://buff.ly/SlNcNRx

11/02/2026
Ci lascia un grande scienziato e un convinto e convincente credente: Antonino Zichichi.Scienza e fede non sono in contra...
09/02/2026

Ci lascia un grande scienziato e un convinto e convincente credente: Antonino Zichichi.

Scienza e fede non sono in contrasto.

Immagino si sia spento con la certezza che se esiste una logica e un ordine esiste anche un’intelligenza superiore che li ha creati.

Immagino che da uomo di scienza, la starà finalmente contemplando.

Ben altro e ben oltre il caos.

Fisico e divulgatore scientifico, ha contribuito alla scoperta dell'antimateria nucleare. Fu l’ideatore dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso

Ma cosa ha prodotto tutto questo? Non siamo diventati stupidi all’improvviso. Questa non è solo una crisi culturale: è u...
09/02/2026

Ma cosa ha prodotto tutto questo? Non siamo diventati stupidi all’improvviso. Questa non è solo una crisi culturale: è un addestramento sistematico che premia l’idiozia ed esalta l’ignoranza.

Io vengo da un tempo in cui le parole pesavano. Prima di parlare si ascoltava, prima di giudicare si cercava di capire. Negli ultimi decenni invece ho assistito a un progressivo imbarbarimento non dirò della cultura, ma proprio dell’essere umano.

I social media ne sono l’esempio perfetto.
I social non informano: eccitano.
Non spiegano: semplificano.
Non creano il dialogo: mettono gli uni contro gli altri.

Sono lo specchio di una società che ha reso ridicola la critica, sospetto il dubbio, noiosa la competenza. Ci vuole una resistenza quasi eroica per sottrarsi a tutto questo. In un mondo che ti vuole stupido, pensare è già una forma di disobbedienza. Perché mentre tutto spinge verso l’idiozia, pensare resta l’ultima forma di resistenza.

Umberto Eco

"Attraversare e trasformare: oltre gli slogan vuoti e le macerie del presente. Una riflessione personale sulla fine di u...
08/02/2026

"Attraversare e trasformare: oltre gli slogan vuoti e le macerie del presente. Una riflessione personale sulla fine di un ciclo storico e sulla necessità di uno sguardo educativo nuovo. "

ATTRAVERSARE E TRASFORMARE

Esistono cicli che si esauriscono ed epoche che cambiano nel profondo. Prendo solo due esempi paradigmatici, tra loro strettamente legati.

Nella nostra storia recente abbiamo assistito al tentativo di conciliare il marxismo con il cattolicesimo: il sogno del Compromesso Storico, della mediazione, dell’et-et. Un progetto mai pienamente realizzato e oggi, nei fatti, concluso. All’epoca, sia tra i cattolici che tra i comunisti, le resistenze erano forti e fondate su ragioni speculari. Guardando a come sono andate me cose, dobbiamo riconoscere che entrambe avessero motivi validi. È necessario accettare che quella stagione appartenga definitivamente al passato. Non ho timore di dire che il colpo di grazia finale sia giunto, in buona parte, da Elly Schlein: la sua "linea unica" ha davvero poco di democratico e, accanto agli estremismi della restante sinistra, sancisce la fine delle trasmissioni.

Lo stesso vale per il ’68. Se da un lato ha lasciato segni positivi, dall’altro ha alimentato esasperazioni e derive che ancora oggi, purtroppo, tendono a moltiplicarsi. Tuttavia, la storia procede e le persone mostrano una crescente insofferenza verso chi confonde cosa è bene e cosa è male. I segnali non mancano. Emerge un’esigenza di chiarezza che nasce da una lettura laica - e per me anche cristiana, senza paura né vergogna di dirlo - razionale e non scissa della realtà. Una visione lontana da ogni moralismo d’accatto, che coglie piuttosto l’urgente necessità di uno sguardo educativo ed etico, ormai sfigurato dall’individualismo imperante che però inizia a mostrare i primi segni di sfaldamento. Non amo i falsi buonismi, né i perdoni concessi senza un esame di coscienza e senza la seria volontà di cambiare. Le possibilità vanno date a tutti, ma questo non significa un’accettazione incondizionata sempre e a priori.

Perché siamo alla fine?
Osservando i segnali generali, le civiltà e le epoche volgono al termine per ragioni strutturali evidenti:
• Scomparsa di sogni, missione e visione: le parole e le idee guida perdono aderenza con la realtà.
• Frammentazione sociale e politica: viene meno la coesione necessaria per realizzare progetti comuni e manca un’opposizione costruttiva, sostituita da una conflittualità faziosa e di corto respiro.
• Decadimento etico: si assiste a una crisi morale e dei costumi in cui spesso vengono scambiati per "maestri" figure prive di reale spessore; modelli che non meritano imitazione, un fenomeno reso incontrollato dall'accesso alla rete.
• Crisi demografica: la mancanza di figli sottrae al futuro la spinta propulsiva e il capitale umano indispensabile per costruire un mondo migliore.

È da tempo che osservo e cerco di condividere queste riflessioni, consapevole di non incontrare il favore di tutti, compresi amici di vecchia data con i quali ho condiviso “miraggi e viaggi”. Ma va bene così. Quando un’amicizia è sincera e intima, sa reggere anche la distanza delle idee.

Vivere in una maggiore solitudine è spesso il segnale e l’effetto di un bisogno profondo: quello di volgere lo sguardo verso qualcosa di più solido e autentico. Non è una posizione facile da sostenere oggi, dentro i "pensieri unici", del dentro o fuori, degli approcci ipersolutivi; eppure, non sempre si ha la pretesa di avere ragione. Accade però che ci sia chi abbandona ancor prima di aver compreso, prima ancora di aver provato a rimanere. È l’effetto dei giudizi di chi, talvolta paradossalmente, fa del “non giudizio” una bandiera di accoglienza.

Per quel che mi riguarda, sento la necessità di dare spazio allo sforzo di uscire dalle secche di ideologie ormai esauste, prendendo le distanze da slogan svuotati di ogni valore semantico e storico. Li ho voluti e dovuti attraversare per comprendere bene quale strada intraprendere.

Siamo ai fuochi d’artificio finali, ai titoli di coda di un periodo che ci ha attraversato. E ancors più ampiamente di un cambio d’epoca.

Attraversare e trasformare sono azioni attive, responsabili, ben lontane dal “lasciarsi trasportare dalla corrente del fiume”, appiattiti nei “qui ed ora”. Ma sono distanti anche dalle rigidità di chi resta fisso in nome di un’apparente coerenza, ormai slegata da ciò che accade.

Ho speso la mia vita nel mondo dell’educazione, che ha plasmato il mio essere e la mia fiducia nel cambiamento. Conservo la speranza per tempi migliori che si stanno costruendo sopra certe macerie e attraverso macerie certe. Come è accaduto molte altre volte. E, con buona pace di molti, non sarà un semplice ricorso storico. Anche questo, certa parte politica fa fatica a comprenderlo.
_____________________________
Il saggio Attraversamenti: dalla Pedagogia all'educazione permanante è acquistabile, presso la libreria Aleph a Castelfidardo, anche con spedizione a domicilio.
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librerialeph@gmail.com
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06/02/2026

Il 23 aprile del 1993 moriva don Tonino Bello. Ho avuto la possibilità e la fortuna di incontrarlo dal vivo e di leggerlo spesso. Un uomo, un prete, un vescovo in odore di beatificazione. Profumava anzitutto di Dio che, ...

La Sua presenza amorevole, non come tuono, ma come brezza leggera. Può attraversare anche chi non crede.Siamo i buone ma...
06/02/2026

La Sua presenza amorevole, non come tuono, ma come brezza leggera.

Può attraversare anche chi non crede.

Siamo i buone mani. Possiamo rimanere sereni e continuare ad impegnarci con serietà. Siamo solo strumenti.

Sono i miracoli ordinari.
Di certo non solo umani.

Che meraviglia! E che pace!

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Ho guardato la risonanza e ho sentito un brivido freddo correre lungo la schiena — e non era l’aria condizionata.
Era una sentenza. Chiara. Inequivocabile. Nero su bianco.

In ospedale, a volte, mi chiamano ancora “una leggenda”. Non mi ci sono mai riconosciuto. Ho passato una vita da primario di chirurgia vascolare e da qualche tempo sono ufficialmente in pensione.

Per quarant’anni ho pensato in arterie, flussi, millimetri. Conoscevo la mappa dei vasi meglio delle strade che percorrevo ogni giorno. Ho fermato emorragie che sembravano battaglie p***e e riportato indietro persone che tutti avevano già dato per spacciate.

Eppure, davanti a quell’immagine, per la prima volta dopo decenni non mi sono sentito un chirurgo.
Mi sono sentito un uomo che aveva finto per troppo tempo di avere tutto sotto controllo.

La paziente era giovane. Ventisette anni. Madre single. Lavorava a turni in una piccola tavola calda di quartiere — uno di quei posti dove il caffè non è mai perfetto, ma la gente torna perché costa poco, è caldo e nessuno ti guarda dall’alto in basso.

Era crollata all’improvviso.
Nel mezzo di una frase.
Nel mezzo di una vita già troppo pesante.

L’aneurisma non era “grande”. Era enorme. Piazzato in un punto dove, nella testa di chi opera, non esiste il concetto di “tentare un po’”. Vicino al tronco encefalico, abbracciava strutture vitali come se avesse scelto apposta il luogo più crudele.

Il neurologo accanto a me — uno serio, asciutto, senza teatralità — scosse lentamente la testa.
«Non è operabile. Se entri lì, la perdi sul tavolo. Se non fai nulla, può rompersi in qualsiasi momento. È senza uscita.»

In corsia non si parla di miracoli. Si parla di rischio, responsabilità, sostenibilità. La logica era limpida: non toccare. Niente eroismi. Niente orgoglio. A volte la scelta più corretta è fermarsi.

Poi ho visto lei.

Non come “un caso”.
Non come un’immagine su uno schermo.

Ho visto i suoi occhi. Quello sguardo che hanno le persone quando, dentro, non sono nemmeno più sicure di meritare di essere salvate.

E fuori, nella sala d’attesa, ho visto sua figlia.

Una bambina piccola. Quattro anni, forse cinque. Un album da colorare consumato sulle ginocchia, i piedi che non toccavano terra, scarpe già troppo vissute. Colorava concentratissima, come se tenere fermo un pastello potesse tenere fermo anche il mondo.

Non chiedeva nulla.
Aspettava e basta.

Come sanno fare solo i bambini che hanno capito troppo presto che gli adulti, a volte, non hanno risposte.

Dentro di me qualcosa si è fatto stranamente calmo. E allo stesso tempo terribilmente chiaro.
Se quella donna moriva, non moriva solo una persona.
Per quella bambina crollava un’intera casa.

Sono rientrato e ho detto, con un tono quasi amministrativo, come se stessi prenotando un intervento qualunque:
«Me ne occupo io.»

Gli sguardi che ho ricevuto non erano ostili. Erano increduli. Ero fuori dai giochi, in pensione, e stavo mettendo il mio nome sotto una decisione che nessuno voleva assumersi. Forse mi hanno pensato ostinato. Forse incosciente. Forse avevano anche ragione.

Quella notte sono rimasto nel mio studio al buio. Fuori, la città dormiva. Un tram passava lontano. La vita continuava, ignara di ciò che si sarebbe giocato il mattino dopo.

Le mani mi tremavano appena.
Niente di scenografico.
Ma abbastanza da farmene accorgere.

Non succedeva da anni.

Ho riguardato le immagini. Ancora. E ancora. Nessun accesso pulito. Nessun piano rassicurante. Solo una zona stretta, spietata, dove un millimetro può diventare un addio.

Non sono un uomo religioso. Credo nella pressione arteriosa, negli strumenti giusti, nelle suture precise. Eppure, nel cassetto più in fondo della scrivania, conservo una piccola immagine plastificata, un ricordo di famiglia. Me la diedero quando iniziai l’università, dicendomi solo:
«La medicina arriva lontano. Ma non sempre arriva dove una persona ha più paura.»

L’ho presa in mano. Non ho recitato preghiere. Non ho cercato parole belle. Ho appoggiato la mano sulla cartella clinica e ho sussurrato:
«Io farò la mia parte. Ma non lasciare le mie mani da sole.»

La mattina, la sala operatoria era fredda — lo è sempre. Eppure c’era qualcosa di diverso. Le voci più basse. I movimenti precisi, quasi rispettosi. L’anestesista evitava il mio sguardo, non per mancanza di fiducia, ma perché in certi momenti è meglio non mostrare quanta paura si ha.

Abbiamo iniziato.

Ed era peggio di quanto mostrassero le immagini.

La parete del vaso era talmente sottile che a ogni pulsazione sentivo che poteva cedere. Non con un’esplosione. All’improvviso. In silenzio. Per sempre. Non era una battaglia.
Era un equilibrio sul vuoto.

Quando ho preso il microstrumento, ho pensato: ora deve essere tutto perfetto.
E lì è successo qualcosa che ancora oggi fatico a spiegare.

La sala non è diventata silenziosa.
È diventata ampia.

Come se il rumore del mondo si fosse fatto un passo indietro. I monitor suonavano, certo. Le persone respiravano. Ma dentro di me tutto era fermo. Chiaro. Caldo.

Non l’adrenalina che spinge.
Qualcosa di solido che regge.

Le mani hanno iniziato a lavorare. Ero lucido, presente. Eppure avevo la sensazione di osservare quei gesti dall’esterno, come se non venissero dalla stanchezza, dall’età, dal dubbio.

Ho fatto movimenti che non avevo mai fatto così. Sono entrato in spazi che quasi non si vedono, sfiorando strutture che non perdonano. Eppure tutto è rimasto intatto. Come se qualcuno fosse lì — non a guidare, ma a sostenere.

«Pressione stabile», ha detto l’anestesista, piano.
Nella sua voce c’era stupore.

Io non ho risposto. Avevo paura che parlare rompesse quella calma.

Poi è finita.

Quaranta minuti che mi sono sembrati un unico, lungo respiro.

Ho posato lo strumento.
«Aneurisma escluso. Chiudiamo.»

Nessun applauso. Non siamo fatti così. Ma ho visto gli occhi lucidi di un’infermiera. E una specializzanda fissare il monitor come se avesse appena capito che “impossibile” non è sempre una condanna.

Pochissimo sangue perso.
Nessun caos.
Solo una linea sottilissima attraversata.

Al lavandino mi sono tolto i guanti e mi sono guardato allo specchio. Di solito, dopo operazioni così, sei svuotato. Io no.
Ero calmo.
E incredibilmente lucido.

Quelle mani vecchie, segnate da una vita, quel giorno avevano salvato una madre.
E avevano impedito a una bambina di restare sola.

Ma io sapevo quello che sapevo.

Una settimana dopo, la vidi camminare piano nel corridoio, con la figlia per mano. Piangeva, ringraziava, mi chiamava eroe. Ho scosso la testa.
«Non ero da solo.»

Lei ha sorriso, pensando al team. Ed era vero.
Solo che non era tutta la verità.

Più tardi ho rimesso quella piccola immagine nel cassetto. Non come prova. Non come trofeo. Ma con rispetto. Perché sai che non ti appartiene.

La scienza spiega come scorre il sangue e perché una clip regge. Spiega molto. Ma non spiega quel momento in cui un uomo, sull’orlo, trova una calma che non nasce da lui.

Forse è questo che resta: l’umiltà di ammettere che, a volte, siamo solo strumenti.

E quel giorno, in sala, io ero certo di una cosa: non eravamo soli.
Non con il rumore.
Non con il miracolo.

Ma con qualcosa di silenzioso.
Come una mano sulla spalla.
Come un respiro che dice: non ancora.
Non oggi.

E da allora ho imparato questo: la speranza non arriva sempre con il tuono.
A volte lavora e basta.
Attraverso due mani che, per un istante, diventano così ferme…
da sembrare sorrette.

Piccole Storie

04/02/2026

OMICIDI VOLONTARI.

Questi i numeri ufficiali del Ministero dell’Interno dal 2022 al 2025. Per fortuna in progressivo calo, specie quelli riguardanti le donne. Sono dati che via via si precisano seguendo gli iter istituzionali e giudiziari.

Danno comunque molto da riflettere, leggendo bene i dati e facendo qualche semplice operazione di sottrazione, dai totali meno i parziali rilevabili. Anche di quelli relativi ad esecutori partner ed ex partner, rispetto alle più inclusive violenze in ambito affettivo-domestico quando, cioè, non è solo il marito o il compagno ad essere l’omicida.

Inoltre, ci sarebbero da scorporare i dati secondo altre categorie che qui non compaiono e che darebbero informazioni sugli aspetti socio-culturali così ampiamente mutati nel tempo, nei territori e nelle relazioni umane.
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Fisso in alto volutamente il post.
Non tanto perché ha ricevuto solo due cenni.
Solo per avere il coraggio di leggerlo e discuterne con la libertà di chi ancora ha volontà di osservare e pensare. Sguardo attento e testa che ragiona. Ben oltre le irriflessive emozioni che, esagerandole come "verità" primarie e assolute, ci rendono instabili e liquidi, perchè possono bruciare il gran dono degli occhi e della ragione, anche costruttivamente critica.

EDUCARE: BEN OLTRE L’EMOZIONE, TRA SENSO E BELLEZZAUna storia antica: mia moglie ed io, Paolo e i molti altri ragazze e ...
03/02/2026

EDUCARE: BEN OLTRE L’EMOZIONE, TRA SENSO E BELLEZZA

Una storia antica: mia moglie ed io, Paolo e i molti altri ragazze e ragazze come lui affidatici e fiduciosi.

Noi, sposi da poco. Incontrati a un campo educatori ACR nel 1980. Una parrocchia accogliente ad Ancona, con Don Cesare Caimmi al timone che ci dà carta bianca e sostegno.

Paolo che cresce in compagnia, con altri coetanei incrociati in strada, quand’essa era ancora un luogo abitato, abitabile e fecondo di educazione.

Accolti nella nostra piccola casa, per due chiacchiere, una merenda condivisa, il bisogno del bagno, di un sorso d’acqua e anche di dirimere i conflitti con alcuni vicini poco tolleranti ai festosi giochi tra ragazzi. Poi un appartamento nella casa parrocchiale trasformato, con il loro impegno e creatività, in sede ACR E ACG luogo di incontro e appartenenza per tutti.

Una storia che non finisce subito, nonostante il nostro trasferimento a Castelfidardo, proprio ad opera di alcuni di quei giovani che ci sostituiscono.

Paolo nel frattempo diventa lavoratore, genitore, padre attento, scrittore. Crescere, diventare autonomi e responsabili: la gioia più grande, per chi educa. Diventare migliori di chi, magari per un periodo, si è preso cura di loro.

Ritrovarsi dopo anni come se nulla fosse passato, fare un primo evento insieme, poi questo in locandina, un’emozione molto forte. Anzi, l’evidenza di un sentimento solido, che resta e non muore. Che è tanto, tanto di più. Specie in questi tempi liquidi, convinto, come sono, che finiranno. Si scorgono già bei segni e bei sogni.

Ti va di ve**re?

VIOLENZA: UN SOLO NOMEI distinguo, il giustificazionismo e il ricorso ossessivo al tema dell’antifascismo, ogni volta ch...
01/02/2026

VIOLENZA: UN SOLO NOME

I distinguo, il giustificazionismo e il ricorso ossessivo al tema dell’antifascismo, ogni volta che manca il coraggio di una condanna netta, sono arrivati al capolinea.

Molte persone, comprese quelle che votano (o votavano) a sinistra, si sono stancate. Certa appartenenza è davvero “sinistra” e diventata non di rado inguardabile.

È anche tempo di finirla con l’idea, spesso di stile salottiero, secondo cui la pena non debba avere una funzione rieducativa e di deterrenza, o che questa non debba essere ben chiara a chi compie gesti efferati.

Abbiamo via via distrutto un tessuto sociale con l’individualismo esasperato e il liberticidio che sfigura proprio il volto degli individui, della società e della libertà. Aggiungo pure, i danni dell’esagerata estensione culturale ed educativa di questi decenni del non giudizio, dell’accettazione incondizionata e persino della misericordia a basso costo, come condizioni a priori del rispetto umano, anche quando abbonda di disumanità e si diventa peggio delle bestie.

È ora di smetterla con l’illusione che la giustizia riparativa debba essere trasversale e applicabile a chiunque e quasi a prescindere: non può valere per chi la invoca senza un reale senso della colpa (ben diverso dal senso di colpa), un pentimento o un impegno concreto al cambiamento.

Dovrebbe essere risaputo che, se un’azione di “riparazione” non è ritenuta consapevole e autentica, non può sostituire l'espiazione della pena o la sua riduzione.

Basta anche con chi minimizza dicendo: “...era solo uno sparuto gruppo”. Quando ero giovane e gli Autonomi seminavano il caos durante gli scioperi, c’era chi aveva il coraggio di non partecipare o uscire dal corteo. Non era una scelta da codardi: non si può scendere in piazza al fianco dei delinquenti e trovare scuse.

Senza se e senza ma.
Soprattutto da parte di chi all’evento magari era presente.

Infine, come ai tempi di Pasolini e delle Brigate Rosse, la violenza non è mai strumento di liberazione. Oggi come allora piuttosto un segno di omologazione. E “l'essere odiati provoca l'odio”.

P.S.
Evito di pubblicare il video, basta la foto. Perché fa ribrezzo, come chi, sotto sotto, gode. Succedeva ai miei tempi con le BR. Purtroppo ho memoria. Per ca**tà, senza fare di tutta un’erba un fascio.

LA SAPIENZA DELLA CROCE (E DEL CUORE).Croce non significa cercare il martirio, perché saremmo malati. Piuttosto è memori...
31/01/2026

LA SAPIENZA DELLA CROCE
(E DEL CUORE).

Croce non significa cercare il martirio, perché saremmo malati.

Piuttosto è memoria e potente simbolo che indica come una cosa sofferta può essere offerta.

Anche la fede cristiana senza sacrificio è un’illusione, in quanto svuotata d’un passaggio realistico e irrinunciabile, trascurando la sua essenza trasformativa. Vale anche per chi non crede, negli universali attraversamenti esistenziali.

È anche dalla sofferenza offerta che nasce la meraviglia e si cresce. In saggezza e sapienza del cuore.

Far finta che tutto vada sempre bene (o tutto male) o stordirsi per non contattare la fatica e l’impegno come risorsa di maturazione ed elevazione, è un veleno di questo tempo “oramai alla fine”, e per fortuna in progressiva trasformazione. Spesso non come ce lo racconta il “mondano”.

Ho oramai anni sulle spalle, storie vissute e tante altre ascoltate per “azzardarmi” ad affermarlo.

Se non ce ne vogliamo accorgergere, prima o poi sarà la nostra storia più intima, personale e sociale a farcelo comprendere.

I primi a prenderne coscienza dovremmo essere tutti noi che, a vario modo e titolo, esercitiamo professioni di aiuto, comprese quelle educative, e siamo una finestra sul mondo. Autori irresponsabili quando aggiungiamo improvvisazioni e caos al caos.

Non dimenticandoci di chi desidera seriamente mettersi coscientemente a servizio del bene comune in politica.

———————————————————
“Carlo Urbani”, scultura di angelomelaranci.it
Comune di Castelplanio

In principio era il padre padrone: punitivo e autoritario, minaccioso e assente. Ma quando viene spodestato dai venti de...
29/01/2026

In principio era il padre padrone: punitivo e autoritario, minaccioso e assente. Ma quando viene spodestato dai venti del Sessantotto, si apre una stagione di confusione e ambiguità.

Il dispotico pater familias lascia il posto a una figura affettiva e complice, pallida e fragile, frutto dell’età del narcisismo. Là dove non esistono confini né paletti, il capriccio dell’io prevale sul progetto del noi e i figli, preziose appendici dei genitori, non sono da educare bensì da assecondare e proteggere in ogni modo.

Daniele Novara

Indirizzo

Via Martiri Della Libertà 3
Castelfidardo
60022

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00
Sabato 08:00 - 13:00

Telefono

+393388432994

Sito Web

http://ilfilodiarianna.studio/

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