29/03/2026
L’INADEGUATEZZA: LA TRAPPOLA MORTALE
Essere cresciuti in un contesto familiare privo di un’atmosfera emotiva fatta di calore sincero e costante significa tante cose.
In primis significa sentirsi sbagliati.
Sentirsi sbagliati è una delle ferite più deleterie che possano innescarsi nell’animo di un bambino. È la ferita dell’inadeguatezza che comporta, spesso e volentieri, la tendenza a un perfezionismo assolutamente tossico.
Perfezionismo inteso come “non è mai abbastanza”.
Non è mai abbastanza quello che faccio,
non è mai abbastanza quello che penso,
non è mai abbastanza quello che realizzo,
non è mai abbastanza quello che dimostro,
non è mai abbastanza chi sono,
non è mai abbastanza ciò che provo.
Questo non abbastanza genera a sua volta una rincorsa continua all’approvazione dell’altro, un’omologazione agli standard socialmente desiderabili del proprio momento storico, una rimuginazione corrosiva su quanto si sia stati in grado di agire “bene” o “male”.
Non è più un atteggiamento costruttivo di riflessione su di sè e sul proprio comportamento, diventa un esame a ribasso, una “valutazione per difetto” come sguardo usuale verso il proprio essere.
E così non solo non va bene ciò che sento e che sono ma rischia di non andare bene neanche la persona che amo e la mia relazione, il lavoro piuttosto che il mio essere madre o padre.
Si smette di guardare le cose con consapevolezza perché non ci si fida di sè e quindi il mio rapporto di coppia va bene, è adeguato, è meritevole di “passare l’esame” se è la versione patinata dell’idillio romanzato privo di criticità, se è anch’esso la “perfezione”, dicasi lo stesso del proprio lavoro e del proprio essere persone amabili.
Il criterio per analizzare ciò che mi corrisponde non è più “come mi fa sentire” perché il proprio sentire è stato da tempo squalificato come “inadatto” e quindi messo fuori uso.
Il criterio per capire se qualcosa mi fa bene diventa quanto aderisce a ciò che dicono gli altri, la moda, gli stereotipi ecc..
L’esterno prevarica completamente l’interno.
L’Io soccombe sfinito da un “non bastarsi” logorante dove ogni conquista è sempre secondaria rispetto ad ogni mancanza, in una spirale di colpevolezza e di vergogna.
Il perfezionismo è quindi la tomba della serenità.
E l’inadeguatezza da cui esso, appunto, proviene, va riparato con l’unico antidoto possibile: riconoscere la sua esistenza e come si manifesta, cercando di riapprendere pazientemente l’arte dell’amore per se stessi.