06/01/2021
Dopo aver visto il documentario su San Patrignano ci tengo a fare qualche considerazione. Sapevo già che tipo di realtà fosse e non ho certo cambiato opinione dopo questo documentario.
Per chi non sapesse di cosa si tratti, si parla di una delle prime comunità “terapeutiche” (virgolette mie che dopo spiego) per persone tossicodipendenti. In effetti viene spiegata bene la situazione tra gli anni 70 e 80 che spinse milioni di persone ad avvicinarsi alle droghe. San Patrignano fu una delle risposte a questa emergenza sociale, senza dubbio. Viene poi descritta nella complessità del suo fondatore, Vincenzo Muccioli, che portò avanti un metodo basato su coercizione, violenza e paura. Fu sottoposto anche a diversi processi per questo, nonostante lui abbia sempre negato che esistesse “il metodo San patrignano”. Il succo di questo metodo era di tenere con tutti i mezzi a disposizione i ragazzi dentro la comunità per evitare che fuori “andassero verso una morte certa” (purtroppo qualcuno ci è anche morto dentro..). Viene usata spesso la metafora del padre che usa ogni metodo per educare il proprio figlio. Non mi dilungherò troppo nel dire che io da professionista della salute mentale non condivido una virgola di questo metodo. Da qui le virgolette su comunità “terapeutica”..
Quello su cui mi vorrei soffermare è che purtroppo dal documentario è passato il messaggio che ci fosse solo quella realtà possibile per i ragazzi tossicodipendenti. E invece non è così. Altre realtà in quegli anni sono nate e hanno aiutato con altri metodi molti altri ragazzi a uscire dalla dipendenza.
In Piemonte è nato il Gruppo Abele (nel 1965) grazie a Luigi Ciotti e altri ragazzi che hanno aperto negli anni diverse comunità per tossicodipendenti e non solo, portando avanti un progetto basato sul rispetto della persona, su una accoglienza non coercitiva, ma libera e una reale cura alla tossicodipendenza lavorando con i servizi e tenendo sempre al centro l’umanità della persona. Nessuna catena, nessuna violenza.
Sempre in quegli anni (1972) è nato a Roma il Centro studi di terapia familiare e Relazionale che nacque inizialmente proprio per dare una risposta al problema delle droghe. Luigi Cancrini, il fondatore e gli altri primi collaboratori partirono proprio dalle piazze, andando nelle case dei ragazzi tossicodipendenti decidendo di aiutare l’intera famiglia perché nasceva finalmente l’idea che la cura dovesse avvenire in un’ottica di apertura al sistema di vita della persona e non in un contesto di isolamento e chiusura in strutture apposite. Non a caso sempre in quegli anni si stava superando la logica manicomiale grazie alla rivoluzione di Basaglia.
Quelle citate sono due realtà diverse, che hanno usato due metodi diversi, ma entrambi efficaci e soprattutto rispettosi della vita della persona. Ci sono state anche altre realtà di certo, vi cito qui quelle che conosco bene per esperienze personali e professionali.
Quindi sentire il dibattito che si è creato intorno a questo documentario non lo comprendo. Chiedersi se il fine giustifichi i mezzi o fare un bilancio tra il bene e il male fatto non lo concepisco.
Perché personalmente il bilancio con la vita e la dignità delle persone non lo faccio.
Voi cosa ne pensate?