Gianfranco Ricci - Psicologo

Gianfranco Ricci - Psicologo Benvenuta/o nella mia pagina. Qui potrai trovare contenuti sulla psicologia e la psicoanalisi

ANORESSIA E DINTORNI...Nella mia pratica di terapeuta e di psicoanalista, mi confronto ogni giorno con pazienti che soff...
15/03/2026

ANORESSIA E DINTORNI...

Nella mia pratica di terapeuta e di psicoanalista, mi confronto ogni giorno con pazienti che soffrono di disturbi alimentari.

Il terrore nei confronti del cibo e del peso nasconde sempre qualcosa di più profondo.

"Se mangio, il mio corpo cambierà e cambierò anch'io, per questo ho paura"

"È più forte di me. Se sento il cibo nella pancia, poi dovrò vomitare"

"Se divento gonfia, non mi vorrà più nessuno"

Queste sono solo alcune delle frasi che ho ascoltato dalle mie pazienti.

Dietro al peso e al cibo si nasconde un mondo, fatto di paure, conflitti e rabbia.

La ricerca disperata d'amore può portare a dinamiche estreme, che colpiscono il corpo fino a portarlo alla morte.

"Cosa vogliono da me?"

"Come si diventa grandi? Cos'è una donna?"

Il disturbo si lega a doppio nodo con il rapporto con l'altro, col terrore della perdita di controllo, con la paura di legarsi e di amare.

Spesso, dietro al disturbo emerge una fame diversa, decisiva per ogni essere umano: la fame d'amore.

Per approfondire:
-Massimo Recalcati - "L'ultima cena";
-Fabiola De Clercq - "Fame d'amore";
-Domenico Cosenza - "Il muro dell'anoressia".

LE TRACCE DI FREUDSigmund Freud ha definito la psicoanalisi come una “spurenwissenschaft”, una “scienza delle tracce”. D...
13/03/2026

LE TRACCE DI FREUD

Sigmund Freud ha definito la psicoanalisi come una “spurenwissenschaft”, una “scienza delle tracce”. Di cosa si tratta?
Il padre della psicoanalisi ha a lungo sottolineato l’importanza delle esperienze precoci nel determinare lo sviluppo psichico dell’individuo.

In particolare, Freud coglie le radici della nevrosi dell’adulto in quella che chiama “nevrosi infantile”, il cui ricordo è solitamente perduto nei meandri della memoria a causa della rimozione.

Tuttavia, le tracce di cui si occupa la psicoanalisi non sono simili a quelle che l’archeologo scopre nel suo lavoro di scavo. Certo, Freud ha più volte evocato l’archeologia come metafora della psicoanalisi; Freud tuttavia, evocando i resti perduti della città di Roma o di Pompei, intendeva sottolineare una forma particolare di traccia.

Il passato che Freud cerca di esplorare per comprendere la sofferenza nevrotica non è il passato della storia, inteso come mera successione di fatti.

A Freud infatti non interessa la semplice ricostruzione dei fatti storici. Allo psicoanalista interessa piuttosto quanto del passato è ancora vivo e attivo nel presente.

Nel lavoro di analisi infatti è in gioco l’esplorazione e la comprensione di un “passato che non passa”. In particolare, Freud osserva come non sia possibile ricostruire una vera e propria origine dei fenomeni o della vita psichica; piuttosto l’analisi fa sorgere l’importanza dell’intervallo che separa ciò che è accaduto dalla sua “lettura retroattiva”.

È la celebre nozione di “Nachträglichkeit”, che prevede la messa in parola, la ripresa a posteriori, dell’evento traumatico che viene così riformulato e sottratto all’incrostazione del passato per aprirsi al futuro. Questo lavoro, che avviene spontaneamente nell’elaborazione della vita psichica, viene ripreso anche in analisi.

Dal punto di vista della psicoanalisi la storia del soggetto non è quindi una semplice successione di eventi o di fasi; piuttosto l’analista lavora insieme all’analizzante nel dipanare una vera e propria matassa psichica fatta di sovrapposizioni, elementi che coesistono e si sovrappongono, di fatti e loro riletture.

Per questo Freud può affermare:
“Il dimenticato non è estinto ma solo "rimosso", le sue tracce mnestiche sono presenti in tutta la loro freschezza” (L’uomo Mosé)

Possiamo quindi dire che le tracce di cui si occupa la psicoanalisi sono importanti perché non sono semplici resti del passato, vestigia di un mondo perduto, privo di importanza per la dimensione psichica.

Piuttosto, le tracce di cui si interessa lo psicoanalista hanno a che fare con la commistione sempre presente tra elementi attuali e vestigia del passato che si nascondono nei sintomi, nelle parole e nel vissuto quotidiano del paziente. Si tratta in effetti di un passato che determina in modo attivo il presente del paziente, attraverso una logica che si mantiene costante al di là del passare del tempo.

Per Freud, l’esplorazione dell’inconscio si associa da una parte all’esperienza dell’incontro con lo straniero, con ciò che scardina le certezze dell’Io circa la propria identità; dall’altra l’emergere dell’interiorità si associa all’esperienza del disorientamento, del perturbante, del non familiare, definito da Freud “unheimlich”.

La ragione dell’inconscio infatti è vissuta come una ragione alternativa a quella dell’Io col quale il soggetto solitamente si identifica.

La visione freudiana trova potenti echi anche nella filosofia esistenzialista; ad esempio, il filosofo Jean-Paul Sartre ha definito l’infanzia un “tempo che non tramonta mai completamente” nell’esistenza umana, intesa come un romanzo che ciascun soggetto è chiamato costantemente a “riscrivere”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Il perturbante”;
-Paul Ricoeur – “Attorno alla psicoanalisi”;
-Massimo Recalcati – “Elogio dell’inconscio”.

Oggi a Scampia, insieme ai fantastici colleghi di Jonas Napoli per lavorare insieme agli studenti
09/03/2026

Oggi a Scampia, insieme ai fantastici colleghi di Jonas Napoli per lavorare insieme agli studenti

IL MITO DELLA TORRE DA BABELE A KIEFERFin dalla notte dei tempi, per affermare il proprio potere, sovrani e popoli hanno...
09/03/2026

IL MITO DELLA TORRE DA BABELE A KIEFER

Fin dalla notte dei tempi, per affermare il proprio potere, sovrani e popoli hanno costruito grandiosi edifici. La dimensione di palazzi e templi simboleggiava infatti il prestigio e la forza di coloro che li hanno costruiti.

Nel mondo antico il racconto della “Torre di Babele” rappresenta in modo efficace questa spinta: il desiderio dell’umanità di elevarsi al rango della divinità, costruendo una torre così alta da raggiungere il cielo.

Un unico popolo, che parla un’unica lingua, decide di costruirla; come riportato nel libro della Genesi: «Costruiamoci una città e una torre la cui cima giunga fino al cielo, e facciamoci un nome» (Gen 11,4).

In gioco abbiamo un grandioso progetto, che si pone l’obiettivo di offrire un antidoto alla dispersione, alla caducità e all’anonimato della condizione umana (lo scopo della torre è costruita «per non essere dispersi»). La torre infatti concretizza il delirio dell’“Uno”, dell’unione indifferenziata, dell’identico.

Le dimensioni della torre hanno lo scopo stesso di superare i limiti che separano la condizione finita dell’uomo dal divino. In questo racconto mitico abbiamo quindi l’esempio più noto dell’ “hybris”, della tracotanza dell’uomo che vede nelle proprie capacità il mezzo per realizzare un letterale delirio di grandezza.

“Darsi un nome” realizzerebbe il desiderio di “auto-nominazione”, di auto-costruzione, di negazione di ogni forma di dipendenza dall’Altro.

Questo progetto è destinato al fallimento. La divinità interviene confondendo le lingue: dall’Uno si passa al Due; la divisione porta con sé la necessità della mediazione, del limite e del confronto al posto della dimensione totalitaria dell’unico pensiero, dell’unico progetto, dell’unico potere.

La pluralità delle lingue non è una maledizione; piuttosto è la terapia che impedisce all’umanità di trasformarsi in un unico organismo totalitario con ambizioni divine.

All’estremo opposto della mitica “Torre di Babele” possiamo collocare “I Sette Palazzi Celesti” di Anselm Kiefer, realizzati nel 2004 nell’Hangar Bicocca di Milano, secondo la lettura offerta dallo psicoanalista Massimo Recalcati.

Se il fantasma della torre babelica si staglia come un monolite fallico assoluto e massiccio, alto fino al cielo, le torri di Kiefer “sono esposte e fragili”; la loro caratteristica è proprio la precarietà.

Nelle torri di Kiefer, “la vanità umana rileva la sua inconsistenza, la vulnerabilità che si cela alle spalle della sua prometeica volontà di potenza,…, Kiefer può arrivare a sostenere che il momento di massima gioia coincide con quello della loro distruzione”, sottolinea Recalcati.

Da una parte abbiamo la follia dell’Uno che si vuole assoluto e divino; dall’altra invece osserviamo la poesia della caducità, che contempla già nell’elevazione la prospettiva della caduta.

Non è in gioco una “gioia nichilistica”, perché per Kiefer “le rovine sono necessarie per… ricominciare”.

Continua Recalcati: “quando l’artista un nuovo quadro è consapevole del fatto che in gioco è sempre anche, come egli dichiara, “l’annientamento di ciò che sto creando. Non riesco mai a vedere un dipinto come un’opera finita: per poter risorgere, deve essere distrutto””.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Massimo Recalcati – “Il seme santo. La poetica di Anselm Kiefer”;
-Anselm Kiefer – “L'arte Sopravvivrà Alle Sue Rovine”;
- Anna Rosellini - “Calchi di spazio, mnemosine e rovine. Sculture in calcestruzzo dal Novecento ad oggi”.

LA COMETA PIER PAOLO PASOLINI“Una cometa, Pasolini, di impegno morale, di partecipazione viva, vera, sopra la palude ita...
05/03/2026

LA COMETA PIER PAOLO PASOLINI

“Una cometa, Pasolini, di impegno morale, di partecipazione viva, vera, sopra la palude italiana; è stato uno che le sue scelte le ha pagate, le ha sofferte. Deve essere stata terribile la sua vita”
(Stefano Zeri)

Pasolini fu una cometa: apparve improvvisa, accecante, il 5 marzo del 1922, e attraversò il cielo italiano degli anni Cinquanta-Settanta lasciando una scia di luce feroce e di cenere; si spense di colpo, violentemente, nel fango di Ostia, a 53 anni, senza concedersi il lusso della vecchiaia, di una finale riconciliazione.

“Pasolini era un uomo bifronte: da una parte era affascinante, aveva una voce incredibilmente bella, la voce più bella che abbia mai sentito, la voce di un angelo; dall'altra, accanto a questa voce c'erano dei particolari repellenti, le mani per esempio, fredde, sudate, non so, mi faceva una grande impressione toccarle, poi aveva l'aspetto, io l'ho detto altre volte, di una bellissima statua greca in bronzo caduta da un autotreno, sull'autostrada e ammaccata, aveva qualche cosa di ammaccato, di rovinato, però era un personaggio incredibilmente... unico, io lo considererei.”
(Federico Zeri)

Pasolini irruppe così: sporco di dialetto friulano e di marxismo eretico, con la bellezza ambigua di un angelo caduto e la rabbia di chi sa che il mondo sta morendo e lo vuole dire senza mediazioni.

Scrisse versi come suonano come lame, girò film come atti di accusa, visse come un insulto permanente al costume e al conformismo.

Non si limitò a criticare il potere, ma mise in luce la profonda trasformazione della natura stessa del potere.
Non si limitò a cantare il popolo, ma lo elevò a sacro e intoccabile, coincidente con il Bene.

La cometa Pasolini sacralizza l’origine come un mito, alla disperata ricerca di un mondo incorrotto, non toccato dallo sviluppo senza progresso del mondo moderno.

Il suo corpo era troppo incandescente, oggetto di esibizione di lotta e di scandalo, per un’epoca che si stava anestetizzando.
La sua lingua era troppo tagliente in un paese che aveva appena imparato a tacere in modo democratico.
La sua omosessualità era troppo visibile in un’Italia che ancora fingeva di non vedere.
La sua lucidità era insopportabile: denunciava il genocidio culturale del neocapitalismo quando gli altri ancora brindavano al boom economico.

E come tutte le meteore, quando attraversò il punto più basso del cielo, esplose.
Il 2 novembre 1975, il giorno dei morti, il suo corpo massacrato sul litorale di Ostia divenne l’ultima, terribile immagine di un’opera che non poteva avere lieto fine.

Pasolini non lasciò eredi. Lasciò crateri. Lasciò vuoti.

È stato un lampo che per un istante ha reso visibile tutto ciò che volevamo tenere nascosto: la bellezza straziata, la violenza del progresso, la sacralità degli scarti, la menzogna della felicità di massa.

“Io quando l'ho conosciuto, l'ho incontrato più di una volta e ho avuto sempre l'impressione di una persona profondamente toccata dal senso di colpa, agitata, quasi tormentata, lacerata, ecco il vero termine che si addice a Pasolini, lacerata, una persona che voleva essere punita. Poi anche il culto della mamma, che era molto profondo in Pasolini, tant'è vero che la madre addirittura mi sembra appaia come Madonna in un film che è Il Vangelo secondo Matteo”
(Federico Zeri)

In questo culto del materno emerge un tratto biografico di Pasolini; in una poesia si definisce “sequestrato dall’amore materno”. Pasolini ha vissuto come uno scoglio insuperabile la scomparsa della figura materna dalla sua vita.

“Poche volte nella mia vita ho sentito una presenza così brillante, quel modo di parlare, quella dolcezza umile ma nello stesso tempo altezzosa… È uno dei personaggi più incredibili che io abbia mai incontrato, forse il più incredibile di tutti.”
(Federico Zeri)

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Massimo Recalcati – “Pasolini: il fantasma dell’origine”;
-Stefano Casi – “I Teatri di Pasolini”;
-Pier Paolo Pasolini – “Una vita violenta”.

L'EROE CADUTO: EDIPO A COLONONella tradizione della tragedia greca, l’eroe non scompare mai nel pieno del suo splendore....
02/03/2026

L'EROE CADUTO: EDIPO A COLONO

Nella tradizione della tragedia greca, l’eroe non scompare mai nel pieno del suo splendore.

Egli attraversa la rovina, fa esperienza della perdita e della caduta.

È questo il movimento profondo che Sofocle racconta in "Edipo a Colono", l’ultima opera che scrisse, portata in scena postuma nel 401 a.C.

Qui l’eroe non è più il Re che sfida la Sfinge e risolve enigmi; non è più il parricida inconsapevole né l’accecato che si esilia;

Edipo è ridotto ad un anziano mendicante, cieco e sporco, accompagnato dalla figlia Antigone, che chiede solo un luogo dove morire in pace.

Eppure è proprio in questo stato di rovina che Edipo diventa, paradossalmente, più grande di quanto non fosse sul trono di Tebe.

L’eroe caduto non è semplicemente un uomo sconfitto.

Edipo ha attraversato il confine tra umano e mostruoso, tra sapere e cecità, tra gloria e infamia, e ne viene trasformato.

Sofocle non ci offre la consolazione del "martirio" né la "vendetta tragica": ci mostra invece la lenta, dolorosa acquisizione di una dignità che non dipende più dal potere, dalla bellezza o dalla vittoria.

Edipo a Colono è l’eroe che ha smesso di voler essere eroe.

L'ultimo Edipo cerca di fare i conti con la proprio storia, attraverso il lutto dei propri errori e accogliendo i limiti della propria condizione umana.

Quando arriva al bosco sacro delle Eumenidi, cieco e mendico, viene respinto dagli abitanti di Colono con orrore: è l’uomo che ha ucciso il padre e sposato la madre, l’incarnazione della contaminazione e del peccato.

Ma Edipo non si difende implorando pietà.

La sua risposta è di una lucidità feroce: «Io non ho scelto il male, il male ha scelto me».

È la consapevolezza del destino che lo rende intoccabile. Non è più vittima del fato; ne è diventato testimone consapevole.

E qui si consuma la trasformazione: l’eroe caduto non è redento in un'ascesa che cancella il suo passato; è invece trasfigurato.

Quando Zeus tuona e la terra si apre per accoglierlo Edipo nell'Ade, non è una punizione, l'ennesima per la sua condizione.

Gli dèi stessi rivendicano l'eroe tra di loro. Edipo non muore ma scompare.

Il suo corpo non viene trovato.

È altrove, in un luogo che gli uomini non possono più trovare.

Non è più grande perché vince, ma perché accetta di perdere tutto e, in quel perdere, diventa altro.

La tragedia di Sofocle non mette al centro un uomo senza difetti; Edipo è un uomo che, cadendo, offre la testimonianza di poter trovare ancora qualcosa di più grande nella sua stessa caduta.

È in gioco il potenziale trasformativo del lutto, la possibilità di accettare la propria storia anche quando sembra impossibile.

Edipo fa di nuovo i conti con i suoi limiti, permettendo così alla "tragedia" che ha attraversato di concludersi.

L'articolo completo è disponibile sul sito.

Nell'immagine: "Edipo a Colono", Jean-Baptiste Hugues, 1885, marmo, Galleria d'Orsay.

Grazie per i messaggi di auguri!Oggi festeggio il mio compleanno al Louvre di Parigi, davanti all' "Edipo" di Ingres che...
28/02/2026

Grazie per i messaggi di auguri!

Oggi festeggio il mio compleanno al Louvre di Parigi, davanti all' "Edipo" di Ingres che risolve l'enigma della Sfinge!

Buona giornata a tutti!

PICASSO E IL MINOTAURO“Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su una mappa e unite c...
27/02/2026

PICASSO E IL MINOTAURO

“Se tutte le tappe della mia vita potessero essere rappresentate come punti su una mappa e unite con una linea, il risultato sarebbe la figura del Minotauro”
(Pablo Picasso)

Il rapporto tra Pablo Picasso e il Minotauro è profondo e carico di valore simbolico. La creatura mitologica è un vero e proprio “alter ego” dell’artista, uno specchio in cui Picasso ha proiettato per decenni pulsioni, colpe, desideri, violenza e fragilità.

Il Minotauro diviene protagonista nella produzione di Picasso tra il 1933 e il 1937, durante il periodo della “Suite Vollard” e delle “grandi incisioni”.

In quegli anni l'artista rappresenta il Minotauro in molteplici di varianti: come amante tenero, come essere brutale, come figura ebbra; persino morente, cieco oppure guidato da una bambina, aggressore di donne addormentate.

Cosa rappresenta il Minotauro per Picasso?

L’artista stesso era consapevole di incarnare la dualità insanabile della creatura mitologica: la parte animale, istintiva, sensuale e distruttiva (il toro) e la parte umana, razionale, creativa e tormentata dal senso di colpa (il corpo umano).

Il toro era da sempre nel suo immaginario: legato alla corrida sp****la, all'infanzia a Málaga, al sangue, alla morte rituale e alla virilità esibita.

Il Minotauro è un mostro ibrido, condannato al labirinto, escluso dalla società, simbolo dell’unione tra umano ed animale. Nel mostro mitologico l’artista trova il conflitto eterno tra natura e cultura. Afferma Picasso:
“non si può andare contro la natura, essa è più forte dell'uomo, più forte! Ci conviene andare d'accordo con la natura.”

Picasso si riconosceva in questa condizione di esilio interiore, di forza che attrae e terrorizza allo stesso tempo.

In opere come “Minotauromachia” (1935) l’artista condensa tutto: il Minotauro cieco che avanza verso una bambina innocente con una candela (forse la ragione, forse Marie-Thérèse), la donna-matador morta sul cavallo agonizzante, le figure che osservano impotenti dalla finestra.

Un anno dopo arriverà “Guernica”, dove il toro/Minotauro tornerà come testimone muto dell’orrore della guerra.

Nel simbolo del Minotauro Picasso pare dare forma al ritratto di un uomo che sa di essere abitato da qualcosa di mostruoso e che per questo cerca redenzione nell’arte.

Picasso diventa mostro per raccontarsi: la violenza erotica, il senso di colpa, la dipendenza dal desiderio diventano visibili e nominabili.

L’arte diventa strumento di risoluzione dei conflitti psichici; attraverso le sue opere l’artista cerca di vincere una battaglia contro le sue contraddizioni.

Conclude Picasso:
“La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico”

Forse il grande artista aveva ragione: unendo le tappe del suo percorso artistico, non può che emergere la figura inquietante ed affascinante del Minotauro.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Drakulic – “Dora e il Minotauro. La mia vita con Picasso”;
-Bignardi – “Le stanze del minotauro. Scritture su Picasso”;
-Widmaier-Picasso – “Picasso. Ritratto intimo”.

15000!Cari Amici e Amiche, grazie di rendere ogni giorno questo spazio di confronto vivo e così attivo!
24/02/2026

15000!

Cari Amici e Amiche, grazie di rendere ogni giorno questo spazio di confronto vivo e così attivo!

RECALCATI VS SADENel 2016, in occasione della pubblicazione del volume “Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: strutt...
23/02/2026

RECALCATI VS SADE

Nel 2016, in occasione della pubblicazione del volume “Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto”, Massimo Recalcati ha tenuto tre lectio magistralis presso il Teatro Franco Parenti di Milano, dal titolo “La lezione clinica di Jacques Lacan. Follia, nevrosi e perversione”.

Il valore di queste lezioni è oggi evidente, dopo 10 anni: le registrazioni di questi eventi risultano tra i contenuti più visti su YouTube in ambito psicoanalitico.

La terza di queste tre lectiones è stata dedicata al concetto clinico di “perversione”, una delle tre strutture fondamentali della clinica psicoanalitica di Jacques Lacan.

In cosa consiste la “perversione”?

SI tratta di un concetto che affonda le proprie radici nella morale? Nel buon costume? Nel rispetto dell’etichetta?

La “perversione” di cui si occupa la psicoanalisi ha due sfaccettature: una prima, “ordinaria”, legata alla natura della pulsione. L’uomo è infatti privo di istinto: la sessualità umana non segue delle leggi fisse e l’eros trova casa nel corpo in modi unici per ciascuno soggetto.

Il “modo di godere” varia in ogni individuo; per questo Lacan sottolineava come l’esperienza della sessualità umana assomigliasse ad un “collage surrealista”, ad un “montaggio” originale per ciascuno. Non esisterebbe quindi “norma”, universale nella sessualità.

Il genio di Freud è di cogliere la dimensione ordinaria della perversione fin nel bambino, che definisce “perverso polimorfo”: l’esperienza del piacere è già presente nel neonato, che prova soddisfazione tramite il contatto con la pelle, nell’allattamento, attraverso il gioco, lo sguardo e il controllo degli orifizi; le forme nelle quali il bambino fa esperienza della soddisfazione, diverse per ciascuno nel suo incontro con l’Altro, saranno il nucleo della sessualità adulta.

Citando Freud, Recalcati afferma: “la sessualità infantile non finisce mai”.

L’esperienza della soddisfazione costituisce un punto di eccedenza nella sessualità rispetto all’istinto; nell’esperienza della sessualità umana interviene poi il desiderio e l’insieme di scenari, parole e immagini che accompagnano l’esperienza dell’eros.

La pulsione è sempre parziale ed è singolare nel modo in cui si lega ai suoi oggetti, diversi per ciascuno. Ognuno trova soddisfazione a modo proprio!

La perversione clinica quindi non avrebbe a che fare con le “acrobazie” che ciascuno fa con il proprio partner, né con la perversione “ordinaria” del bambino nel rapporto con la madre. A questa massima generale fa ovviamente eccezione la pedofilia, nella sua dinamica e nella sua pratica.

La dimensione clinica, non ordinaria, della perversione avrebbe piuttosto a che fare con il rapporto con il Simbolico e con la Legge. È Lacan, nella lettura di Recalcati, ad esplorare il nucleo profondo della perversione.

Se il soggetto nevrotico fa la dolorosa esperienza della castrazione da parte della Legge simbolica, il perverso invece nega lo statuto simbolico della Legge. In gioco non è la trasgressione o il superamento del limite. Anzi, sottolinea Recalcati, il soggetto perverso farebbe della propria volontà di godimento l’unica forma possibile della Legge.

Ecco il cuore oscuro della perversione: se il nevrotico è una figura della nostalgia e della mancanza, dell’impossibile soddisfazione integrale, il perverso invece si pone come un padrone, un “maître” della pulsione e del godimento.

In questo senso, il Marchese de Sade è l’assoluto riferimento.

Non vi è senso di colpa, vergogna o dubbio nel soggetto perverso; è la “forza della pulsione”, la “spinta della pulsione a godere” l’unica “bussola” che guida il soggetto perverso. Il perverso odia il desiderio (perché implica la mancanza) e l’amore (perché implica il legame).

Il perverso evoca una “nuova legge”; il suo scopo è fondare una nuova legge che dimostri che la Legge simbolica, da tutti riconosciuta e sulla quale si fondano patti, codici, accordi, scambi, altro non sarebbe che un vincolo ipocrita, finto, senza consistenza.

Lo sforzo del perverso è di negare valori e ideali, così da elevare la pulsione al rango di Legge.

Per questo, in questo mondo sadiano, l’unico diritto di tutti è di “godere fino alla morte”.

In Sade, il riferimento su cui rifondare la Legge è la “natura”: la legge della natura è idealizzata come riferimento incorrotto e puro. L’innocenza della natura deve sostituire la corruzione della Civiltà.

La natura susciterebbe ogni forma di volontà di godimento che il perverso incarna e assume senza limiti; la nuova virtù è nel vizio, nel rifiuto di ogni limite.

Abbiamo solo queste opzioni? L’esilio nevrotico o la maîtrise del perverso? Per Recalcati esiste una via d’uscita. Quale? Trovate la risposta nel libro e nella registrazione della conferenza!

L'articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Massimo Recalcati - “Jacques Lacan. La clinica psicoanalitica: struttura e soggetto”;
-Massimo Recalcati – “Jacques Lacan. Desiderio, godimento e soggettivazione”;
-Sigmund Freud – “Ossessione, paranoia, perversione”.

AUGURI, ARTHUR SCHOPENHAUER!“Tutta la mia filosofia si lascia riassumere in una frase: il mondo è la volontà che conosce...
22/02/2026

AUGURI, ARTHUR SCHOPENHAUER!

“Tutta la mia filosofia si lascia riassumere in una frase: il mondo è la volontà che conosce se stessa”

Nato a Danzica il 22 febbraio del 1788, Arthur Schopenhauer è un pilastro della filosofia tedesca e mondiale.

In perenne polemica con il lavoro di Hegel, suo contemporaneo di maggior fama e successo accademico, Schopenhauer venne poi riconosciuto come il pensatore in grado di osservare la natura insufficiente (se non del tutto ingannevole) del rapporto umano con la realtà.

Secondo Schopenhauer infatti, l’uomo sarebbe, senza esserne consapevole, profondamente influenzato dalle rappresentazioni che egli stesso costruisce; tali rappresentazioni influenzerebbero il modo nel quale egli sceglie di vivere la propria vita e il rapporto con il mondo.

Dietro a questo “velo di Maya”, Schopenhauer scorgerebbe l’azione universale della vita come volontà di affermare se stessa, spinta da una fame cieca ed insaziabile.

Fu Otto Rank il primo a stabilire un parallelismo tra l’opera freudiana e il pensiero di Schopenhauer.

Freud (1914) riconobbe la validità delle osservazioni del suo allievo; scrive Freud:

“Molti filosofi possono esser citati quali precursori, e sopra tutti Schopenhauer, la cui "volontà" inconscia può essere equiparata alle pulsioni psichiche di cui parla la psicoanalisi. Si tratta del resto dello stesso pensatore che, con enfasi indimenticabile, ha anche rammentato agli uomini l'importanza, tuttora misconosciuta, delle loro aspirazioni sessuali.”

(Sigmund Freud – Una difficoltà della Psicoanalisi)

in occasione dell'ottantesimo compleanno di Freud, Thomas Mann sottolineò la connessione tra l'opera del filosofo tedesco e quella di Freud in una dissertazione, tenuta a Vienna nel 1936.

Secondo Mann la convergenza è tale che “si rimane stupiti nel vedere in che misura il complesso dei suoi pensieri [di Schopenhauer] preannuncia le concezioni di una psicologia più profonda e come ne anticipa filosoficamente i risultati”.

Nella sua “Autobiografia”, Freud affermò:

“Io ho letto Schopenhauer molto tardi nella mia vita, e per un lungo periodo di tempo ho evitato di leggere Nietzsche, l'altro filosofo le cui intuizioni e scoperte coincidono spesso, in modo sorprendente, con i risultati faticosamente raggiunti dalla psicoanalisi; più che la priorità mi importava di conservarmi libero da ogni influsso esterno.”

Il pensiero di Schopenhauer ha influenzato profondamente la nostra visione dell’uomo e della sua psiche, invitandoci a fare spazio al dubbio, accogliendolo non come una fonte d’angoscia, bensì come un vecchio e prezioso amico.

Per approfondire:
-Arthur Schopenhauer – “Il mondo come volontà e rappresentazione”;
-Arthur Schopenhauer – “L’arte di conoscere se stessi”;
-Arthur Schopenhauer – “Aforismi sulla saggezza del vivere”.

LA STORIA DI HANS ASPERGERIl suo nome è sulla bocca di tutti: la sindrome che ha descritto, la “sindrome di Asperger”, è...
18/02/2026

LA STORIA DI HANS ASPERGER

Il suo nome è sulla bocca di tutti: la sindrome che ha descritto, la “sindrome di Asperger”, è tra le forme di autismo più note e studiate, resa familiare da molteplici film e serie televisive.

Ma chi è stato Hans Asperger? Si tratta di una figura controversa, ricordata per un’importante conquista medica ma segnata da colpe terribili. Lo ricordiamo nel giorno della sua nascita, il 18 febbraio.

Hans Asperger (1906-1980) è stato un pediatra e ricercatore austriaco, noto soprattutto per aver descritto per primo, nel 1944, una forma particolare di disturbo dello sviluppo che oggi rientra nello spettro autistico.

Nacque il 18 febbraio 1906 a Vienna, in una famiglia cattolica di classe medio-alta. Asperger racconta di essere stato un bambino timido, amante della lettura e dello studio solitario, dotato di un vocabolario precocissimo e interessi intensi (soprattutto per la letteratura e la lingua tedesca).

Ammise in seguito di riconoscersi in alcuni dei profili che avrebbe descritto nei suoi pazienti. Studiò medicina all’Università di Vienna, laureandosi nel 1931. Si specializzò in pediatria e, a partire dal 1932, lavorò presso la Clinica Pediatrica Universitaria di Vienna.
Qui entrò in contatto con bambini che presentavano difficoltà evolutive atipiche, non spiegabili con le categorie psichiatriche dell’epoca (schizofrenia infantile, oligofrenia, ecc.).

Già nel 1938 tenne una conferenza pubblica in cui parlò per la prima volta di un gruppo di bambini con caratteristiche peculiari che definì “autistische Psychopathen” (psicopatici autistici).
Asperger descrisse quattro casi principali (ma ne osservò molti di più) di bambini maschi (prevalentemente) che presentavano:
Difficoltà marcate nelle relazioni sociali e nell’empatia reciproca; Linguaggio formalmente ricco e grammaticalmente corretto, ma spesso pedante, monotono, privo di prosodia emotiva o usato in modo egocentrico; Interessi ristretti, intensi e insoliti (spesso enciclopedici e astratti); Buone o eccellenti capacità cognitive in aree specifiche; Goffaggine motoria (clumsiness); Resistenza al cambiamento e rigidità comportamentale.

Asperger sottolineò alcuni aspetti funzionali dei suoi pazienti: molti di questi bambini mostravano originalità di pensiero, talento in campi intellettuali, una certa “maturità” estetica o filosofica.

Ai suoi occhi apparivano come “piccoli professori” o figure con un “aspetto quasi aristocratico”.

Riteneva che la condizione che aveva individuato fosse di origine congenita e con una forte componente ereditaria, e che migliorasse con l’età, soprattutto nelle abilità sociali.

A differenza di Leo Kanner (che nel 1943 descrisse l’autismo “classico” con grave ritardo del linguaggio e isolamento più marcato), Asperger mise in evidenza il polo “ad alto funzionamento” dello spettro, con intelligenza nella norma o superiore e linguaggio preservato.

Durante l’occupazione tedesca e gli anni della guerra, Asperger firmò documenti in cui lodava le politiche di igiene razziali e in alcuni casi inviò bambini con gravi disabilità o comportamenti “non educabili” alla clinica Am Spiegelgrund (dove operava il programma di eutanasia infantile).

Non risulta che abbia partecipato direttamente al programma di uccisione, ma la sua collaborazione con il regime (almeno passiva o opportunistica) è oggi considerata provata da documenti d’archivio.

Dopo la fine del conflitto continuò ad insegnare e nella pratica di pediatra.

Morì a Vienna il 21 ottobre 1980, senza sapere che il suo nome sarebbe diventato famoso a livello mondiale.

Il lavoro di Asperger rimase quasi sconosciuto fino agli anni ’80: nel 1981 Lorna Wing coniò il termine “Asperger’s syndrome” per descrivere un sottogruppo di persone autistiche “ad alto funzionamento”. Nel 1994 la sindrome entrò nel DSM-IV come diagnosi distinta. Dal 2013, la sindrome, intesa come categoria isolata, non esiste più, riunita ad altre tipologie di neurodivergenze, sotto il nome di disturbi dello spettro autistico.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Robison – “Siate diversi. Storie di una vita con l’Asperger”;
-Sheffer – “I bambini di Asperger: la scoperta dell’autismo nella Vienna na-zista”;
-Klin – “La sindrome di Asperger”.

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