Gianfranco Ricci - Psicologo

Gianfranco Ricci - Psicologo Benvenuta/o nella mia pagina. Qui potrai trovare contenuti sulla psicologia e la psicoanalisi

PSICOANALISI “PROFANA”A lungo la psicoanalisi è stata scossa da lotte intestine circa la teoria e la pratica clinica: ch...
27/04/2026

PSICOANALISI “PROFANA”

A lungo la psicoanalisi è stata scossa da lotte intestine circa la teoria e la pratica clinica: chi può esercitare la psicoanalisi? Con quale formazione? In base a quale teoria?

Freud era un medico e gran parte degli analisti della prima generazione erano medici. Tuttavia, la psicoanalisi divenne argomento di grande interesse anche per filosofi, sociologi, artisti, letterati… Per loro la pratica della psicoanalisi doveva essere vietata?

La psicoanalisi è infatti una “pratica terapeutica”: chi, oltre ai medici formati a questo scopo, dovrebbe svolgere un’attività di “cura”? Certo, lo stesso Freud aveva riconosciuto quanto la terapeutica fosse solo uno dei possibili impieghi dell’analisi (e in prospettiva forse non il più rilevante…): rapidamente, gli strumenti di indagine dell’analisi vennero applicati all’arte, all’antropologia, alla letteratura, alla pedagogia…

Freud temeva che la psicoanalisi divenisse una semplice “ancella” della medicina, correndo il rischio di perdere molto del proprio potenziale.

Per affrontare questa spinosa questione, ragione di conflitto in particolare tra gli analisti europei (più aperti) e quelli americani (ostili all’idea di allargare la pratica analitica ai non medici), il padre della psicoanalisi scrisse un saggio dal titolo “Il problema dell’analisi condotta da non medici” (1926).
La psicoanalisi condotta dai non medici era definita "profana" o "laica".
In quegli anni le riviste di psicoanalisi ospitarono molteplici pareri, difformi tra loro, sul tema.
Per Freud questo tema era “l'ultima maschera assunta dalla resistenza alla psicoanalisi, e la più pericolosa di tutte".

Per districare il bandolo della matassa, Freud evoca un “uditore imparziale”, al quale domanda di dirimere la questione: cosa fare? È giusto riservare la cura psicoanalitica dei pazienti ai soli medici?

Scrive Freud:
“II nostro uditore imparziale, che suppongo presente, … si fa attento, tende l'orecchio, e dice: "Adesso finalmente sentiamo quello che l'analista fa con questi pazienti che non hanno trovato aiuto dai medici." Fra paziente e analista non accade nulla; se non che parlano fra loro. L'analista non usa strumenti, non esamina l'ammalato, non gli ordina medicine. Se appena appena è possibile, lascia l'ammalato durante il periodo in cui si svolge l'analisi nel suo ambiente e alle
sue occupazioni, benché ciò naturalmente non costituisca una condizione del trattamento e non possa esser sempre realizzato. L'analista riceve il malato in una data ora del giorno e lo lascia parlare, lo sta ad ascoltare, poi gli parla a sua volta ed è l'ammalato che ascolta…”

Freud, con la vena umoristica che lo caratterizza, descrive all’“uditore imparziale” tutte le dinamiche e le traversie del trattamento analitico: il transfert, il ruolo della parola, gli scopi dell’analisi e le sue scoperte (come ad esempio il funzionamento delle tre istanze, Io, Es e Super Io e la formazione dei sintomi…).

Freud accompagna l’“uditore imparziale” passo per passo nei meandri della teoria e della tecnica.

Scrive l’uditore immaginato da Freud:
“Interpretare! Che br**ta parola! Mi dispiace, Lei sta togliendomi ogni sicurezza. Se dipende tutto dalla mia interpretazione, chi mi garantisce che interpreto giusto? Tutto allora è affidato al mio
arbitrio."

Risponde Freud:
“Un momento! La situazione non è poi tanto br**ta. Perché vuol escludere i Suoi propri processi psichici da quelle leggi che riconosce valide per gli altri? Quando Lei abbia raggiunto un certo grado di autocontrollo e sia in possesso di determinate conoscenze, le Sue interpretazioni resteranno indipendenti da fattori Suoi personali e potranno coglier giusto. Non dico con ciò che per questa parte di lavoro la personalità dell'analista sia indifferente. È molto questione di una certa sensibilità, per cosi dire di una certa finezza d' orecchio, per i processi inconsci; e non tutti la posseggono in egual misura. E soprattutto si impone qui l'obbligo per lo psicoanalista di essersi sottoposto egli stesso a un'analisi approfondita, per acquistare la capacità di accogliere senza pregiudizi il materiale analitico altrui. Con tutto ciò rimane sempre qualche cosa che corrisponde all’“equazione personale” nelle osservazioni astronomiche; e questo fattore personale avrà sempre nella psicoanalisi maggiore importanza che altrove.”

Tra gli aspetti più interessanti descritti da Freud, abbiamo la “resistenza” alla guarigione:

Scrive Freud:
““Le rimarrebbe da fare una scoperta alla quale non è affatto preparato.
"Quale scoperta?"
Che Lei si è totalmente ingannato sul Suo paziente, che non può affatto contare sulla sua collaborazione e docilità, che egli è pronto a sabotare con ogni mezzo il vostro lavoro comune, e che cioè. In una parola, non ne vuol saper di guarire.
"No! Ma questa è la cosa più stramba fra quante Lei me ne ha dette! Non ci posso credere: l'ammalato, che ha sofferenze cosi acute, che si lamenta dei suoi mali in modo tanto commovente, che si sottopone a tutti i sacrifici del trattamento, non ne vuol sapere di guarire! Ma neppur Lei può pensarlo!"
Si calmi, io lo penso proprio. Quel che ho detto è la verità; forse non tutta, ma una parte molto notevole della verità. L'ammalato vuol certo guarire, ma anche non vuole. Il suo Io ha perduto la sua unità, e perciò non può disporre di una volontà unitaria. Non sarebbe un nevrotico se non fosse cosi.”

Giungiamo al cuore della riflessione freudiana: l’analisi va quindi riservata ai soli medici?
Freud sottolinea quanto a lungo i medici abbiano ostacolato l’affermazione della psicoanalisi, accusata di essere “ciarlataneria”.

Bisogna sottoporre la psicoanalisi al controllo ufficiale delle autorità? Oppure lasciar correre senza alcun regolamento? In fin dei conti, ogni Paese e ogni Società ha trovato la propria soluzione. Freud pare ancora non sbilanciarsi apertamente….

Certo, tra le tante sfaccettature del problema abbiamo la questione della diagnosi differenziale: prima di fare una diagnosi di “nevrosi”, è necessario escludere patologie organiche o di altra origine… e questo è compito della medicina!

In conclusione, il parere freudiano pare vertere a favore dell’analisi “profana”: le molteplici sfaccettature e applicazioni della psicoanalisi troverebbero nella medicina un recinto troppo stretto e limitante.

Freud sottolinea quanto, in definitiva, il suo consiglio sia di non eccedere in regole e vincoli, per non soffocare il potenziale della psicoanalisi…

In una lettera a Federn, Freud sarà esplcito:
“Fino a che vivrò, mi opporrò a che la psicanalisi venga inghiottita dalla medicina”

Conclude Freud:
“La tesi che ho voluto mettere in primo piano è la seguente: non importa se l'analista è in possesso o no di un diploma medico; importa invece che egli abbia acquisito la preparazione particolare che gli occorre per esercitare l'analisi”

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Il problema dell’analisi condotta da non medici”;
-Anna Freud – “La formazione psicoanalitica”;
-Alessandra Guerra – “La formazione in atto dello psicoanalista”.

LACAN SFIDA ARISTOTELE: ETICA DELLA NATURA O DEL DESIDERIO?Aristotele è uno dei pilastri della filosofia antica. Macedon...
23/04/2026

LACAN SFIDA ARISTOTELE: ETICA DELLA NATURA O DEL DESIDERIO?

Aristotele è uno dei pilastri della filosofia antica. Macedone, allievo di Platone, abbandonò la l’Accademia del Maestro per fondare una propria scuola, il Liceo. Fu Maestro di Alessandro Magno e padre di un sistema filosofico alternativo a quello di Platone.

Tra i concetti centrali della riflessione dello Stagirita, occupano un posto di rilievo l’etica e il concetto di “Bene”.

L’etica, con Freud e Lacan, torna al centro del dibattito filosofico moderno, sotto la lente della psicoanalisi.

Su cosa si fonda l'etica nella filosofia di Aristotele e nella psicoanalisi di Lacan?

Per Aristotele, la via per raggiungere il Sommo Bene passa per il rispetto delle leggi della natura: l’uomo virtuoso si integra alle leggi dell’ordine cosmico: è nella natura, nei fenomeni naturali che è possibile cogliere la verità dell’azione corretta sotto al profilo etico.

L’etica aristotelica è armonica, legata all’esperienza della quiete e del piacere.

La psicoanalisi invece ci porta in uno scenario radicalmente diverso, centrato sul desiderio. Per Lacan l’azione morale riguarda intimamente il soggetto; se Aristotele espelle il desiderio e il soggetto dal cuore della morale, Lacan e Freud affermano invece la loro primaria importanza.

Anzi, l’etica psicoanalitica si fonda sul desiderio come verità particolare, accessibile solo al soggetto stesso.

Il soggetto aristotelico si confronta con le leggi universali della natura; il soggetto lacaniano invece rende conto del proprio desiderio, su un piano di particolarità assoluta.

La concezione aristotelica si basa sulla convinzione di una coincidenza tra realtà e percezione; secondo questa visione della realtà, ogni oggetto concreto della natura ha uno scopo intrinseco e una propria natura.

Per Freud invece il rapporto dell’uomo con la realtà è profondamente conflittuale, distorto dall’azione simultanea del principio del piacere e del principio di realtà. Un velo ingannevole separa l’uomo della realtà, per sostenere in modo allucinatorio l’inseguimento del desiderio.

L’uomo della psicoanalisi si articola nel suo rapporto con il desiderio, inteso come una volontà aliena, mai trasparente, enigmatica. Tanto intima quanto impossibile da padroneggiare e catturare.

Tuttavia, sottolinea Lacan, il desiderio non va separato dalla legge: non si tratta di contrapporre l’intimo con l’esterno, il particolare con l’universale astratto; per Lacan il soggetto ha il compito etico di fare del proprio desiderio una forma della legge.

Qui abbiamo il cuore dell’etica della psicoanalisi: l’unica colpa alla luce della psicoanalisi è di cedere rispetto al proprio desiderio, rispetto al dovere etico di fare del proprio desiderio una forma della legge.

Questo non porta ad un “liberi tutti”, anzi; l’etica della psicoanalisi spinge a fare i conti con l’enigma più intimo che ci abita: chi siamo? Cosa desideriamo? Cosa facciamo del nostro desiderio? Del nostro talento?

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Gioele Cima – “Leggere Kant con Sade”;
-Jacques Lacan – “Il Seminario. Libro VII. L’etica della psicoanalisi”;
-Massimo Recalcati – “Convertire la pulsione?”.

IL “MOSTRO” DI FREUDLa vita di Sigmund Freud è stata lunga e creativa. Non sono mancate le sfide lungo la strada: la gue...
20/04/2026

IL “MOSTRO” DI FREUD

La vita di Sigmund Freud è stata lunga e creativa. Non sono mancate le sfide lungo la strada: la guerra, le difficoltà economiche, l’isolamento scientifico, il conflitto interno alle diverse spinte nella psicoanalisi e il razzismo.

Tuttavia, forse il fattore più doloroso nella vita di Freud è stata la malattia.

Conosciamo tutti la celebre fotografia che ritrae Freud con in mano l’amato sigaro: simbolo iconico, il sigaro è stato un compagno quotidiano nella vita di Freud. Nei momenti di grande crisi economica, i suoi allievi si organizzavano per rifornire la scorta del Maestro, che era solito consumarne diversi al giorno.

Questa abitudine, tuttavia, imporrà a Freud un pesante prezzo da pagare: fin dal 1923 il padre della psicoanalisi notò nella sua bocca la comparsa di formazioni sospette; era l’inizio di un lungo e doloroso calvario, che terminerà solo con la morte di Freud.

La malattia è stata una minaccia diretta per la vita di Freud e lo sviluppo della psicoanalisi: gli allievi di Freud del Comitato della società psicoanalitica invitarono più volte il Maestro ad affrontare con decisione il problema, sottoponendosi ad un’operazione, molto invasiva e dolorosa.

Scrive in una lettera:

“19 ottobre 1923
Lieber unverbesserlicher (incorreggibile) ottimista, oggi cambiato tampone. Uscito dal letto. Vestito quel che rimane di me. Grazie di tutte le notizie, lettere, auguri e ritagli di giornale. Non appena potrò dormire senza iniezione, tornerò a casa.
Freud “

A Freud a lungo fu nascosta la natura maligna della malattia; da allora tuttavia, il dolore e i postumi delle numerose e mai risolutive operazioni furono un fardello pesante, capace di limitare il lavoro di Freud.

In totale Freud si sottopose a più di 30 operazioni in 16 anni.

In quegli anni la figlia Anna, psicoanalista a sua volta, divenne la prima assistente e alleata del padre, sempre presente e pronta ad aiutarlo. Nella biografia di Freud, scritta da Jones, è sottolineato a più riprese il ruolo decisivo di Anna Freud nella cura del padre.

Le operazioni diventarono anno dopo anno sempre più invasive. Agli interventi chirurgici si associavano trattamenti continui ai raggi X.

La rimozione di buona parte del tessuto molle del palato costrinse Freud ad indossare una protesi, che battezzò con il nome di “mostro”: essa era collocata nel palato in modo tale da dividere la bocca e cavità nasale.

Scomoda e fonte di continue infezioni, la protesi divenne l’ospite indesiderato ma necessario delle giornate di Freud; il padre della psicoanalisi ironizzava sul “mostro”: durante un incontro con Romail Rolland, presentato da Stefan Zweig, vista la difficoltà di dialogare in francese, Freud disse: “la mia protesi non parla francese”.

Già nel 1926, nelle lettere scritte a Marie Bonaparte, Freud si sentiva prossimo alla fine, a causa della malattia e del peso della vecchiaia.

La protesi doveva essere continuamente modificata, per adattarla al tessuto cicatriziale della bocca e per il progredire della malattia, che rendeva poco agevole l’inserimento e la rimozione della stessa.

In questi anni non rinunciò mai a fumare, consumando 3 o 4 sigari al giorno, “con il plauso del mio medico”, ironizzava Freud.

Negli anni Trenta non gli era più possibile allontanarsi dai dintorni di Vienna, per la necessità di continue visite ed interventi. Tutto questo incise sulla sua emotività; nel 1932 Freud scrisse di essere stato colpito da “quella che gli altri chiamerebbero depressione”.

Nonostante l’invadenza e la numerosità delle operazioni, Freud non smise mai di lavorare, incontrando regolarmente i pazienti, che lo accompagnavano anche nelle sue vacanze estive. Anche nel 1938, l’anno prima della sua morte, Freud incontrava 4/5 pazienti al giorno per le sedute di analisi.

La fatica di parlare era oramai un elemento sempre presente; in questo senso assume uno straordinario valore il breve messaggio registrato da Freud a Londra, l’unica testimonianza che abbiamo della sua voce.

Solo nelle ultime settimane accettò di assumere dosi di aspirina. Disse Freud: “preferisco pensare tra i tormenti che non riuscire a pensare con chiarezza”.

Il 21 settembre 1939, chiamò il fidato medico personale, Schur.
Gli disse: “Mio caro Schur, Lei ricorda il nostro primo colloquio: allora mi promise di aiutarmi quando non ce l’avrei più fatta. Adesso non è che tortura e non ha più senso… Dica ad Anna del nostro colloquio”.

Il medico somministrò una dose congrua di morfina da liberare Freud per sempre dal dolore.

Il dolore della malattia di Freud fu un elemento così pesante nella vita dello psicoanalista e della sua comunità che Jones, nella sua orazione funebre, non poté che esordire così:

“Coloro che conoscono l’orrore delle sofferenze da lui attraversate, sofferenze che in questi mesi avevano raggiunto un’intensità indicibile, devono provare un senso di sollievo per lui: egli non soffrirà più”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Jones – “Biografia di Sigmund Freud”;
-Leclaire - “Through Clouds of Smoke”;
-Schur – “Vivere e morire”.

ALBERT EINSTEIN E LA PACE“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana; e io non sono ancora sicuro dell’univ...
18/04/2026

ALBERT EINSTEIN E LA PACE

“Due cose sono infinite: l’universo e la stupidità umana; e io non sono ancora sicuro dell’universo”
Albert Einstein

Il 18 aprile 1955 scompare Albert Einstein.

Einstein si spense al Princeton Hospital dopo aver rifiutato l’intervento chirurgico che avrebbe potuto salvargli la vita.

“È di cattivo gusto prolungare artificialmente la vita. Ho fatto la mia parte, è ora di andarsene”

Einstein è ricordato per due teorie fondamentali: la teoria della relatività ristretta (1905) e la teoria della relatività generale (1915).

Queste teorie hanno ridefinito i concetti di spazio, tempo e gravità. Einstein venne insignito del Nobel per la fisica del 1921 per l’effetto fotoelettrico, ma fu l’equazione “E=mc²” a diventare il simbolo del suo genio.

Fin dai primi anni del Novecento, Einstein fu al centro del dibattito culturale europeo: allo scoppio della Prima Guerra Mondiale fu uno dei pochi professori universitari tedeschi a non offrire il proprio supporto al Governo Imperiale della Germania a favore del conflitto; allo stesso modo negli anni successivi fu un convinto pacifista.

Negli anni precedenti allo scoppio della seconda guerra mondiale, Einstein meditò a lungo sulla drammatica situazione dell’Europa distrutta dalla Grande Guerra e travolta da spirali di odio e di razzismo, sempre più violente.

Negli anni Trenta infatti si dedicò con sempre maggiore attenzione al problema delle discriminazioni e delle violenze subite dagli ebrei in Europa.

Simbolo del suo pacifismo è la celebre corrispondenza scambiata con Sigmund Freud, raccolta del saggio “Perché la guerra?”: due giganti del pensiero occidentale, ciascuno a partire dalla propria esperienza e della propria visione del mondo, tentarono di spiegare le ragioni del permanere della guerra come strumento di lotta tra i popoli.

A causa della sua origine, dovette lasciare la Germania per fuggire oltre oceano, negli Stati Uniti.

Dopo aver firmato la lettera a Roosevelt che aprì la strada al Progetto Manhattan, passò il resto della vita a battersi contro le armi nucleari e a favore del disarmo. «Ho fatto una cosa terribile», confessò una volta, riferendosi al suo ruolo indiretto nella bomba atomica. «Ho dato vita a un mostro».

Negli anni successivi alla fine della seconda guerra mondiale, Einstein fu un convinto assertore della necessità di evitare la corsa agli armamenti, favorendo piuttosto la creazione di intese, di organizzazioni sovranazionali, di condivisione di conoscenze in modo tale da evitare ogni ragione di conflitto.

«La pace non può essere mantenuta con la forza», affermava. «Può essere raggiunta solo attraverso la comprensione».

Avendo affrontato in prima persona il peso e il dolore della discriminazione, Einstein polemizzò con le politiche segregazionista contro le persone di colore negli Stati Uniti.

Nel 1946 tenne una serie di lezioni sulla teoria della relatività alla Lincoln University in Pennsylvania, una delle prime università storicamente riservate agli uomini di colore degli Stati Uniti.

“La separazione razziale non è una malattia dei neri, ma una malattia dei bianchi. E non intendo tacere su questo”

Per approfondire:
-Albert Einstein – “Pensieri degli anni difficili”;
-Sigmund Freud e Albert Einstein – “Perché la guerra?”.

EREDITÀ DI JEAN-PAUL SARTRE“Scrivere fu per molto tempo un chiedere alla Morte, alla Religione, in forma mascherata, di ...
15/04/2026

EREDITÀ DI JEAN-PAUL SARTRE

“Scrivere fu per molto tempo un chiedere alla Morte, alla Religione, in forma mascherata, di strappare la mia vita al caso. Fui sacerdote. Militante, volli salvarmi per mezzo delle opere…Avevo le traveggole. Finché le ebbi, mi ritenni fuori pericolo”
Jean-Paul Sartre, “Le parole”

Jean-Paul Sartre moriva a Parigi il 15 aprile 1980. Ad oltre 40 anni dalla sua scomparsa, cosa resta del suo pensiero?

Sartre è stato indubbiamente uno dei protagonisti della Cultura Europea del Dopoguerra; filosofo, scrittore e politico, ha fatto della propria opera un rinnovato “Umanesimo”, criticando ogni forma di rigido determinismo; al centro della sua riflessione infatti vi è, in continuità con la psicoanalisi di Lacan, il soggetto, il concetto di “biografia” e di “soggettivazione”.

“Ciò che importa non è ciò che fanno di noi, ma ciò che noi facciamo di ciò che hanno fatto di noi”

Il lavoro di Sartre sulle biografie segue due traiettorie fondamentali: la ripresa, contro le concezioni stadiali, del concetto di “infanzia” e il mistero della “conversione”, intesa come ripresa singolare della propria esistenza.

Sono concetti chiave della ricerca di Sartre che lo psicoanalista Massimo Recalcati sottolinea nel saggio “Ritorno a Jean-Paul Sartre” del 2021.

Da una parte vi è il “projet originel”, quella scelta fondamentale che inaugura ogni esistenza e che definisce per sempre la nostra libertà come “condanna”; dall’altra l’infanzia diviene un tempo irriducibile al mero concetto di “stadio”, di “fase evolutiva”, per divenire invece uno sfondo mai del tutto tramontato, una trama che accompagna l’intera esistenza del soggetto.

Nell’infanzia vi sarebbe infatti qualcosa di “inassimilabile”, che richiede di essere più volte ripreso, nel processo di “personalizzazione”: in gioco non vi sarebbe l’articolarsi di un potenziale inespresso; piuttosto vi sarebbe l’emergere della profonda connessione tra costituzione del soggetto e sua ripresa, in un richiamo che è allo stesso tempo “impresa”, “la realizzazione di un’opera” come sottolinea Recalcati.

Sartre esplora le biografie di Flaubert, Genet e Baudelaire per scoprire come da un bambino considerato “idiota” possa nascere uno scritture tra i più rilevanti; così nel piccolo Genet, accusato di essere un ladro, la parola dell’Altro diviene un marchio che segnerà per sempre il rapporto con la scrittura.

Come avviene la conversione? Per Sartre è in gioco la ripresa unica, per ogni soggetto, del proprio rapporto con il desiderio e la libertà.
Se da una parte abbiamo l’“Insondabile decisione dell’essere” che segna l’origine del soggetto, dall’altra abbiamo due strade: la possibile fuga nella celebre “mala fede”, una “fuga” nel tentativo disperato di “farsi essere”, oppure l’assunzione e il superamento del “desiderio di essere” che si lega alla ripresa “a posteriori” della scelta originale.

Dal soggetto “parlato”, inchiodato dal discorso dell’Altro, alla significazione come scrittura inedita.

Qui la “biografia” si lega al rapporto con il “desiderio”, inteso come movimento che umanizza il rapporto con la mancanza-ad-essere costitutiva che abita il soggetto. Dal soggetto “parlato”, inchiodato dal discorso dell’Altro, alla significazione come scrittura inedita.

Come scrive Recalcati:
“I processi di conversione definiscono i tornanti fondamentali di una biografia e le possibilità delle sue trasformazioni…il ladro diviene poeta, l’idiota scrittore. Con il tema della conversione Sartre vuole definire la possibilità di una significazione posteriore della scelta originale, di una sua effettiva riso soggettivazione che la svincoli dal fantasma totalitario del desiderio di essere.”

La necessità di “ritornare a Sartre” per Recalcati non si esaurisce nel riconoscimento del debito simbolico nei confronti di un Maestro; tornare a Sartre significherebbe riscoprire che il desiderio non è mai solo mancanza, ma possibilità generativa di creazione.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Massimo Recalcati – “Ritorno a Jean-Paul Sartre”;
-Jean-Paul Sartre – “L’idiota della famiglia”;
-Jean-Paul Sartre – “L’essere e il nulla”.

Oggi a Cicciano, parte del team di Jonas Napoli , per incontrare i ragazzi nell'ambito del progetto "Nelle parole dell'a...
13/04/2026

Oggi a Cicciano, parte del team di Jonas Napoli , per incontrare i ragazzi nell'ambito del progetto "Nelle parole dell'adolescenza"

BUON COMPLEANNO, JACQUES LACAN!“L’inconscio è strutturato come un linguaggio”Jacques LacanIl 13 aprile del 1901 nasceva ...
13/04/2026

BUON COMPLEANNO, JACQUES LACAN!

“L’inconscio è strutturato come un linguaggio”
Jacques Lacan

Il 13 aprile del 1901 nasceva a Parigi Jacques Lacan.

Lacan è stato a lungo una di spicco della Società psicoanalitica di Parigi; nel corso del suo insegnamento, ha sostenne la necessità di un “Ritorno a Freud” e ai principi fondamentali della psicoanalisi: l’attenzione alla parola del paziente, alla struttura linguistica dell’inconscio e alla dimensione trasformativa della metafora.

Cacciato dall’IPA per le sue idee, Lacan iniziò, con sempre maggior seguito, un percorso personale di insegnamento. I suoi Seminari divennero un punto di riferimento per il dibattito culturale parigino ed europeo. Filosofi, medici, intellettuali e studenti affollavano le sue lezioni.

Lacan cercò di rinnovare la psicoanalisi su nuove e rigorose basi: la filosofia, la linguistica e la topologia, secondo Lacan erano infatti più vicine all’esperienza dell’inconscio come effetto di linguaggio rispetto ad altre scienze.

Nel corso degli anni, la sua ricerca si focalizzò sul “reale” e sulla follia come “nodo”, cioè modo singolare di stare al mondo.

Insieme ad intellettuali come Foucalt, Althusser e Lévi – Strauss, Jacques Lacan è considerato uno dei principali esponenti dello strutturalismo.

Dai suoi detrattori Lacan è considerato un autore difficile, controverso già durante i primi anni del suo insegnamento: il suo stile, spesso criptico, lasciava gli interlocutori interdetti e pensierosi.

L’obiettivo di Lacan non era quello di offrire un sapere completo e chiuso, ma di essere “isomorfo all’inconscio”: offrire cioè un enigma che mettesse al lavoro l’ascoltatore, proprio come il mistero del sintomo stimola l’indagine del paziente in analisi.

La sua eredità è ancora viva nelle ricerche di quanti leggono i suoi Seminari e i suoi Scritti: nell’ambito psicoanalitico, la Scuola di Lacan è la seconda per numero di aderenti, preceduta solo dall’Associazione Internazionale di Psicoanalisi (IPA), fondata da Freud nel 1910.

Per approfondire:
-Massimo Recalcati – “Jacques Lacan”;
-Giovanni Bottiroli – “Jacques Lacan”;
-Élisabeth Roudinesco – “Jacques Lacan, profilo di una vita, storia di un sistema di pensiero”.

LE FRAGOLE DI JUNGNella psicologia analitica di Carl Gustav Jung gli archetipi occupano un posto centrale. L’analista, n...
10/04/2026

LE FRAGOLE DI JUNG

Nella psicologia analitica di Carl Gustav Jung gli archetipi occupano un posto centrale. L’analista, nella cura, pone grande attenzione su come gli archetipi si attivano nella relazione di transfert con il paziente.

Solitamente, come sottolinea la psicoanalista, Marie-Louise Von Franz, allieva diretta di Jung, l’azione dell’archetipo è inconscia per il soggetto.

Afferma Von Franz:
“se la donna si innamora o si interessa un uomo, il suo animo negativo emerge immediatamente lei induce a rovinare il rapporto. La donna non si rende conto di quanto le sta accadendo. Pensa di essere preda di una maledizione…se è vittima di una proiezione, la donna dirà: “si è comportato molto male””.

L’Animus, componente maschile dell’archetipo dell’anima, abita l’inconscio femminile, influenzando la donna senza che essa se ne renda coscientemente conto.

Continua Von Franz:
“In questo caso, l’Animus negativo si comporta come un vero e proprio amante geloso. Vuole tenersi la donna tutta per sé e la tiene lontana da tutti gli altri uomini. Ogni volta che la donna prova un sentimento d’amore verso un uomo, ecco che emerge questo Animus-“Non dovresti farlo” oppure viene proiettato”

L’archetipo nella nevrosi preme per emergere ed imporsi, rifiutando ogni forma di conciliazione con il mondo esterno. Una delle modalità tipiche di emersione di questo conflitto è il transfert.

Per dimostrarlo, Von Franz ricorda il caso di una paziente di Jung:
“durante la seduta, attaccò violentemente Jung con il suo Animus. Successivamente, quando ne parlarono, Jung le disse: “lei aggredisce ogni volta che sente di provare un sentimento”. Era accaduto che, lungo la strada che la portava allo studio di Jung, la donna aveva visto delle bellissime fragole. Il suo primo impulso era stato: “le compro e gliele porto”. Ma l’Animus era intervenuto dicendo: “Jung dirà che le fragole hanno un significato erotico e ti prenderà in giro”. Aveva perciò deciso di non comprare le fragole ed era arrivata da Jung in uno stato d’animo inferocito. Allora aveva attaccato Jung per l’intera seduta. E questo per non avere conquistato le fragole. Se le avesse comprate, tutto sarebbe andato liscio; la paziente, invece, aveva repressi i suoi sentimenti”

In questo episodio vediamo chiaramente il transfer t’mobilitarsi, venendo proiettato dalla dimensione intrapsichiche a quella reale del rapporto con l’analista. L’incontro con l’altro determina l’emergere del conflitto che tormenta la paziente.

Ecco perché conclude Von Franz:
“la cosa peggiore è che la donna sente la voce dell’Animus come se fosse lei stesse a pensare. È come se l’Animus pensasse: “Jung riderà delle fragole!”, e la donna crede di averlo pensato lei stessa. Questa è una delle maggiori difficoltà del lavoro analitico: rendere le donne capaci di distinguere ciò che esse stesse pensano da quell’entità che pensa dentro di loro”.

Compito dell’analisi e quindi di favorire la “divisione soggettiva”, cioè far emergere alla coscienza il conflitto che attraversa il soggetto.

Nell’ottica della psicologia analitica, questo si traduce nel distinguere tra il piano dell’io e il piano dell’archetipo. Il soggetto quindi può cogliere ciò che lo attraversa, distinguendo tra il proprio pensiero e l’influsso archetipico.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Marie-Luise Von Franz – “Il mondo dei sogni”;
-Carl Gustav Jung – “La dinamica dell’inconscio”;
-Romano Màdera – Carl Gustav Jung”.

AUGURI, DONALD WINNICOTT!7 aprile 1896 nasceva a Plymouth Donald Woods Winnicott, uno dei pensatori più originali e sens...
07/04/2026

AUGURI, DONALD WINNICOTT!

7 aprile 1896 nasceva a Plymouth Donald Woods Winnicott, uno dei pensatori più originali e sensibili della storia della psicoanalisi.

Pediatra prima ancora che analista, Winnicott ha saputo trasformare l’ascolto del bambino in una vera e propria filosofia dell’esistenza, ponendo al centro non l’istinto o il conflitto, ma la relazione, il gioco e la capacità di essere se stessi.

Come egli stesso scrisse con straordinaria lucidità:
«Non esiste una cosa come un bambino. Se si descrive un bambino, si descrive una coppia: un bambino e qualcuno.»

Questa frase, pronunciata nel 1960, resta una delle più potenti della psicoanalisi del Novecento.
Winnicott rifiuta l’idea di un soggetto isolato e afferma che l’essere umano nasce già dentro una relazione.

È la madre – o chi ne fa le veci – che, con la sua “preoccupazione primaria materna”, crea quell’ambiente di holding (sostegno) che permette al bambino di sentirsi “reale”.

E proprio alla madre dedica uno dei suoi concetti più celebri e amati:
«La madre sufficientemente buona non è perfetta. Inizia con un adattamento quasi totale ai bisogni del bambino e, mano a mano che il bambino cresce, si adatta sempre meno, lasciando spazio alla frustrazione necessaria perché egli possa scoprire il mondo e se stesso.»

Con questa idea Winnicott ha liberato generazioni di genitori dal mito della perfezione, restituendo dignità all’imperfezione umana come condizione stessa dello sviluppo psichico.

Per Winnicott il gioco è la terapia:
«È giocando, e solo giocando, che l’individuo – bambino o adulto – è in grado di essere creativo e di usare tutta la sua personalità, ed è solo essendo creativo che l’individuo scopre il Sé.»

Per lui il gioco non è un’attività secondaria: è lo spazio simbolico in cui nasce il vero Sé. E proprio da questa intuizione nasce il celebre concetto di oggetto transizionale:
«L’oggetto transizionale è il primo possesso “non-me” del bambino. È l’oggetto che sta tra il mondo interno e quello esterno, tra la fantasia e la realtà.»

Quel pezzetto di coperta, quel peluche logoro, quell’oggetto che il bambino non può perdere di vista: Winnicott lo ha elevato a simbolo della capacità di abitare contemporaneamente realtà e fantasia.

Nella Società Psicoanalitica Britannica, dove Anna Freud e Melanie Klein si contrapponevano, Winnicott scelse la “terza via”, quella del Middle Group (poi Independent Group).
Come scrisse:«Io non sono né kleiniano né annafreudiano. Io sono winicottiano.»

Oggi, a 130 anni dalla sua nascita, le sue idee continuano ad ispirare la clinica, la pedagogia, l’arte e la genitorialità. Winnicott non ha solo teorizzato il bambino: ha posto l’attenzione sull’essere umano nella sua fragilità e nella sua capacità di creare significato attraverso la relazione.
Per approfondire:
-Winnicott – “Colloqui terapeutici con i bambini”;
-Winnicott – “Sviluppo affettivo e ambiente”;
-Winnicott – “Il bambino deprivato”.

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