Gianfranco Ricci - Psicologo

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05/04/2026

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LE MACCHIE DI HERMANN RORSCHACH“La realtà è creata da armonie che fisicamente si manifestano come uno specchio che rifle...
02/04/2026

LE MACCHIE DI HERMANN RORSCHACH

“La realtà è creata da armonie che fisicamente si manifestano come uno specchio che riflette l'anima”
(Hermann Rorschach)

Hermann Rorschach, nato a Zurigo l’8 novembre 1884, scomparve prematuramente il 2 aprile 1922, a soli 37 anni ad Herisau; ancora oggi è una delle figure più originali ed affascinanti della storia della psicologia.

Figlio di un insegnante di disegno, Rorschach univa rigore scientifico e sensibilità artistica. Questa doppia natura gli permise di trasformare un’intuizione – il ricorso a macchie simmetriche d’inchiostro – in uno degli strumenti più potenti per esplorare la psiche.

Con il suo libro “Psychodiagnostik” (1921), pubblicato appena un anno prima della morte, Rorschach presentò al mondo un metodo capace di rivelare le strutture della personalità, i meccanismi di difesa, le risorse creative e le fragilità psichiche dei pazienti, in gran parte inconsce.

Qual è lo scopo del suo test? Rorschach risponde:
“Il test permette di distinguere diversi tipi di personalità e di riconoscere certe forme di malattia mentale attraverso il modo in cui il soggetto percepisce e interpreta le macchie”

La sua vita venne interrotta bruscamente da una peritonite che lo stroncò proprio quando la sua opera stava cominciando a diffondersi.

Il suo test, pur tra critiche, revisioni e continui dibattiti, è sopravvissuto al suo ideatore e continua ancora oggi a essere utilizzato, studiato e discusso in tutto il mondo.

Gli psicoanalisti della prima generazione ignorarono o considerarono il test di Rorschach un «lontano cugino» della psicoanalisi, nonostante lo stesso Rorschach fosse membro attivo della Società Svizzera di Psicoanalisi e avesse pubblicato su riviste psicoanalitiche.

Rorschach era cauto circa i limiti di utilizzo del suo metodo:
“Il test non è uno strumento per scavare nell’inconscio profondo, ma un mezzo per studiare i processi percettivi e le strutture della personalità”

Solo in seguito (soprattutto negli USA con Klopfer, Beck, Rapaport e Schafer) il test venne pienamente integrato in un’ottica psicoanalitica.

Klopfer enfatizzava l’aspetto fenomenologico e flessibile del Rorschach, considerandolo uno strumento unico per esplorare la personalità attraverso l’approccio percettivo. Lo vedeva come un ponte tra pratica clinica e psicoanalisi.

David Rapaport integrò profondamente il Rorschach nella teoria psicoanalitica, considerandolo uno strumento essenziale per studiare i meccanismi di difesa, il processo primario e secondario e il funzionamento dell’Io. Le sue interpretazioni psicoanalitiche del test rimangono un classico; possiamo dire che Rapaport vedeva il Rorschach come una “via regia” per accedere all’inconscio attraverso la percezione.

I protocolli Rorschach più noti sono quelli realizzati durante il processo di Norimberga: Kelley e Gilbert somministrarono il test ai gerarchi prigionieri, così da verificare la loro capacità di intendere e di volere.

Molti clinici contemporanei ne fanno ricorso (secondo le procedere definite dalle molteplici Scuole Rorschach) proprio per la sua capacità di rivelare “come” la persona “percepisce” e “organizza” la realtà.

Il noto analista junghiano John Beebe ha contribuito a riconciliare concetti di Rorschach (come introversivo/extratensivo) con la tipologia junghiana di introversione/extraversione. Beebe sostiene che entrambi gli autori (Jung e Rorschach) si riferivano più a tipi di coscienza che a tipi di personalità rigidi.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Searls – “Macchie d’inchiostro”;
-Rorschach – “Psychodiagnostik”;
-Zizolfi/Nielsen – “Rorschach a Norimberga”.

BUON COMPLEANNO, MELANIE KLEIN!“Ogni bambino nei primi anni di vita attraversa un grado incommensurabile di sofferenza”M...
30/03/2026

BUON COMPLEANNO, MELANIE KLEIN!

“Ogni bambino nei primi anni di vita attraversa un grado incommensurabile di sofferenza”
Melanie Klein

Melanie Klein nacque il 30 marzo 1882 a Vienna. Oggi, a più di 140 anni dalla sua nascita, la sua opera continua a essere una delle più radicali, coraggiose e feconde della storia della psicoanalisi.

Attenta studiosa della vita psichica del neonato e del bambino, Melanie Klein è tra le principali esponenti della psicoanalisi delle relazioni oggettuali; le sue idee hanno influenzato profondamente la scuola tedesca, ungherese e francese, in aperta polemica con Anna Freud.

Mentre Sigmund Freud aveva illuminato l’universo del bambino grazie al mito di Edipo, Melanie Klein ha osato spingersi ancora più in profondità: le sue ricerche indagano il mondo preverbale, pre-edipico, il regno oscuro delle prime relazioni oggettuali, là dove il bambino non parla ancora, ma già ama, odia, divora, distrugge e ricostruisce.

Il bambino kleiniano radicalizza in modo deciso le idee freudiane: per Melanie Klein alla nascita l’essere umano è già attraversato dalle pulsioni di vita e di morte in conflitto.

Nel corso dei primi mesi il bambino attraversa la posizione schizoparanoide (primi 4-6 mesi) e la posizione depressiva (a partire dal sesto mese); essi non sono semplici stadi da superare, ma fasi che strutturano la vita psichica.

Per Melanie Klein occupa un posto privilegiato l’invidia primaria, intesa non come l’invidia di ciò che l’altro ha, bensì dell’essere stesso dell’altro.

Una funzione fondamentale è invece la capacità di “riparazione”; in continuità con la sublimazione, sarebbe la capacità più evoluta dell’essere umano, ciò che ci permette di trasformare la distruttività in creatività.

Secondo Klein, il mondo interno è popolato da oggetti parziali (l’esempio più celebre è il “seno buono” e il “seno cattivo”) che il bambino introietta e con i quali dialoga per tutta la vita, in un ciclo tra scissioni e riparazioni.

Afferma Melanie Klein:
“Nell’inconscio del bambino la madre è rivestita di un potere magico perché tutte le cose buone provengono dal seno. Soddisfazione o disagio, gioia o tristezza, amore o odio.”

La Klein ha definitivamente cancellato l’immagine stereotipata dell’infanzia come “tempo idilliaco”, senza conflitti, mostrando il peso radicale della scissione, dell’angoscia e della pulsione di morte nella vita psichica.

Costretta a fuggire dalla Germania, rifugiatasi in Inghilterra, le sue idee furono al centro delle “discussioni controverse”, che videro opporsi la sua concezione dell’analisi infantile con le idee di Anna Freud.

Tra i principali allievi di Melanie Klein abbiamo anche Jacques Lacan. Tra gli aneddoti più singolari che li lega, possiamo ricordare le numerose lettere, dal tono dispiaciuto e piccato, con le quali Melanie Klein rimprovera il giovane Lacan di non dedicarsi con sufficiente solerzia alla traduzione francese dei suoi articoli.

Il bambino è padre dell’uomo», diceva Wordsworth; Melanie Klein ha mostrato quanto sia vero… e quanto sia drammatico.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Melanie Klein – “La psicoanalisi dei bambini”;
-Melanie Klein – “Amore, odio e riparazione”;
-Melanie Klein – “Invidia e gratitudine”.

IL SOGNO DI GILGAMEŠL’Epopea di Gilgameš è forse l’opera più antica di cui abbiamo notizia. La prima versione di questo ...
26/03/2026

IL SOGNO DI GILGAMEŠ

L’Epopea di Gilgameš è forse l’opera più antica di cui abbiamo notizia. La prima versione di questo racconto si perde nelle nebbie del tempo e pare essere stata scritta nella città di Babilonia, nel 1800 a.C..

La storia di questo antico eroe è stata quindi codificata circa 4000 anni fa.

Il racconto del mitico eroe-sovrano è scritto in caratteri cuneiformi, nella lingua accadica, su tavolette d’argilla. Le avventure di Gilgameš hanno avuto enorme successo nel mondo antico e il loro eco è giunto fino al Medioevo.

La riscoperta dell’Epopea di Gilgameš avviene circa duecento anni fa, quando studiosi inglesi, assirologi ed esperti di scrittura cuneiforme, traducono le tavolette della “Biblioteca di Assurbanipal”, immenso archivio di 20.000 tavole possedute dall’antico imperatore degli Assiri.

Gilgameš era il Re della città di Uruk, membro della casata reale sumerica. Il suo nome è contenuto in un’antica lista di divinità, come figlio della dea Ninsun. È considerato un re divinizzato, elevato a divinità degli inferi.

“Il divino Gilgameš - suo padre è uno sconosciuto- signore di Kullab, regnò 126 anni”

Prima dell’avvento di Gilgameš, così raccontano le iscrizioni sulle tavolette, il mondo era stato devastato da un diluvio universale (elemento che ha avuto grande impatto sul pubblico europeo).

Tra i molti racconti contenuti nell’Epopea, sono presenti anche numerosi sogni.
Ecco uno dei sogni più celebri di Gilgameš:

“Nel mezzo della notte mi aggiravo con orgoglio tra la mia gente. Vi erano delle stelle in cielo. Improvvisamente, una delle stelle del dio del cielo Anu cadde su di me. Tentai di sollevarla, ma era troppo pesante per me. Tutta Uruk si raccolse intorno a questa stella e la gente ne baciò la base. La abbracciai e la amai come una moglie”

Il sovrano racconta alla propria madre, la dea Ninsun, il sogno; l’interpretazione della dea è la seguente: la stella nel cielo è in realtà un forte compagno, che lo seguirà nelle sue avventure.

Anche gli psicoanalisti si sono interessati a questo sogno, cercando di decifrare cosa si possa nascondere in questa formazione dell’inconscio.

La psicoanalista Marie-Louise Von Franz, allieva di Carl Gustav Jung, sostiene che in questo sogno sia possibile cogliere le tracce dell’“uomo collettivo”, colui che adempie ad un ruolo collettivo di potere. Nella stella invece sarebbe possibile cogliere il simbolo di unità della persona.

Fino all’apparizione della stella, Gilgameš sarebbe stato un re ordinario, senza imprese da poter vantare. La caduta della stella cambia le cose: un destino pesantissimo crolla sulle spalle del sovrano; Gilgameš deve farsi quindi carico del proprio destino individuale e unico, rimasto occultato dal ruolo di uomo collettivo, di sovrano.

Gilgameš deve quindi imprimere una svolta alla propria vita, facendosi carico del proprio destino, che appare nella forma di un grande fardello. La caduta della stella mette in crisi la sua fiducia nella forza e nella sua autorità. Il peso dell’astro lo piega e il popolo bacia la stella, non i piedi del sovrano.

Ecco, secondo Von Franz, il messaggio nascosto nel sogno: “Non prendere l’onore e le ovazioni del popolo tutte per te; è la stella che porti sulla schiena che esso venera. Bisogna che tu diventi un individuo unico. È questo che il popolo venera in te, non te. E questo costituisce il tuo fardello più pesante”.

Da quel momento, avrebbe avuto inizio il viaggio di Gilgameš alla ricerca dell’immortalità.

Ancora oggi si utilizza l’espressione “seguire la propria stella”: al costo di seguire un destino di isolamento e di solitudine, si tratta di lasciare il sentiero ordinario, per trovare il proprio.

La fatica di questo compito spinge molti, spiega Von Franz, a proiettare l’unicità e la grandiosità del proprio essere interiore su figure esterne, delegate a realizzare per il soggetto il proprio progetto, asservendosi ad esse.

Così avviene in analisi: l’analista si fa oggetto delle proiezioni del paziente, le contiene fino a restituirle al paziente stesso, così che possa integrarle nuovamente nella propria personalità.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Marie-Louise Von Franz – “Il mondo dei sogni”;
-Giorgia Fracca – “I figli di Gilgameš - Omogenitorialità e Psicoanalisi”;
-Dieter Bürgin – “Psychoanalytic and Anthropological Considerations of Gilgamesh. A Lost Illusion”.

ANALISI CON CARL GUSTAV JUNG“I sogni ci indicano come scoprire il senso della nostra vita, come vivere appieno il nostro...
23/03/2026

ANALISI CON CARL GUSTAV JUNG

“I sogni ci indicano come scoprire il senso della nostra vita, come vivere appieno il nostro personale destino, come realizzare il potenziale esistente presente in ciascuno di noi”
Marie-Louise Von Franz

Marie-Louise Von Franz è stata analizzata da Carl Gustav Jung e per oltre trent’anni è stata sua stretta collaboratrice. Insieme al suo Maestro, ha contribuito alla diffusione della psicologia analitica e allo sviluppo della tecnica di interpretazione dei sogni.

Cosa ha significato per lei fare l’analisi insieme a Jung?

Racconta Von Franz:
“La prima volta che incontrai Carl Gustav Jung, egli mi illustrò il caso di una donna che aveva avuto una visione, della quale mi fornì l’interpretazione. Ne fui sconvolta, perché improvvisamente mi ero resa conto che per lui gli eventi profondi, come le visioni o i sogni, erano la realtà”

In questo primo passaggio del racconto di Marie-Louise Von Franz vediamo due aspetti centrali: la molla del transfert a partire dalla supposizione di sapere (Jung le dimostra le sue capacità interpretative) e la scoperta della realtà psichica (anche i contenuti psicologici hanno il valore di realtà).

Questi due elementi segnano l’inizio dell’analisi con Jung.

Ecco il racconto di questo inizio:
“Fu una grande rivelazione. Lessi tutti i libri di Jung, scoprendo l’importanza che egli attribuiva ai sogni e sentii che non sarei mai stata in grado di giudicare se quello che egli sosteneva fosse vero o falso, giusto o sbagliato, se non fossi personalmente entrata in analisi. Presi il coraggio a due mani e gli chiesi di prendermi in analisi. Accettò. A partire da quel momento, ogni interpretazione di un sogno fu una rivelazione”

Nella propria pratica Jung faceva largo uso dell’interpretazione dei sogni. Già descritto da Freud come la “via regia per accedere all’inconscio”, il lavoro sui sogni è ancora oggi centrale in analisi.

Prosegue Von Franz:
“Jung sosteneva che i miei sogni erano particolarmente difficili e complessi e in effetti io non riuscivo a capirne nulla… Arrivavo da Jung con quella cosa priva di senso ed egli, con grande sforzo, ne sviscerava il significato. Talvolta, con un fazzoletto per tergersi il sudore, mi diceva: “Cosa faresti se non ci fosse Jung ad accompagnarti attraverso la complessità di questi sogni?”

Qui vediamo Jung all’opera, nella fatica quasi fisica di lavoro sul sogno. Il sogno infatti non nasce per essere decifrato, bensì per allontanare dalla coscienza un elemento conflittuale, rimosso; nel sogno il complesso inconscio trova una soddisfazione parziale e mascherata.

Lavorando contro corrente, il paziente e l’analista possono svelare il complesso inconscio celato nel sogno.

“Più in là nel tempo, smisi di raccontargli tutti questi sogni perché mi rendevo conto che lo stancavano… Nel corso dei primi anni di analisi, tuttavia, il lavoro consistette per lo più nel decifrare quelle cineserie notturne. Ricordo che arrivavo alla seduta tesa, spesso depressa, e che ne uscivo un’ora dopo con una sensazione del tipo: “Ah, ora so, ora vedo dove tutto va a parare”.”

Il “lavoro” durante la seduta produce un vero e proprio movimento psichico: Marie-Luise Von Franz descrive un vero e proprio “scarico” della tensione psichica, che si traduce nella riduzione del sintomo depressivo e nell’accrescimento della consapevolezza.

Anche l’analista sogna; l’analisi personale infatti ha lo scopo di rettificare il rapporto del soggetto con l’inconscio, non di abolire l’inconscio tout court.

Racconta Von Franz:
“Interpretare i sogni è un compito difficilissimo. per questa ragione Jung suggeriva agli analisti di recarsi di tanto in tanto da un collega per uno scambio di opinioni su sogni. Qualche volta si lamentava con amarezza: “Io non ho uno Jung che interpreti i miei sogni!”. Raccontava perciò i suoi sogni agli allievi, accettando le eventuali sciocchezze che questi potevano dire perché, in ogni caso, gli offrivano un nuovo spunto e gli permettevano di essere più obiettivo”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Marie-Louise Von Franz – “Il mondo dei sogni”;
-Marie-Louise Von Franz – “Il mito Jung;
-Aniela Jaffé – “Il mito del senso nell’opera di Carl Gustav Jung.”

RICORDARE CESARE MUSATTI «Freud non ha inventato l’inconscio: ha semplicemente avuto il coraggio di guardarlo in faccia....
21/03/2026

RICORDARE CESARE MUSATTI

«Freud non ha inventato l’inconscio: ha semplicemente avuto il coraggio di guardarlo in faccia.»

Lo psicoanalista Cesare Musatti è scomparso il 21 marzo 1989.

A trentasette anni dalla sua scomparsa, resta una delle figure più limpide e insieme più inquiete della psicoanalisi italiana: grazie a lui Freud è entrato in aula magna, nei seminari universitari, nei caffè milanesi e nelle case di chi non si accontentava di curarsi, ma voleva capire.

Musatti si laureò in filosofia nel 1922 e l'anno successivo divenne assistente volontario del Laboratorio di psicologia sperimentale diretto da Vittorio Benussi. Nel 1927 Benussi si uccise con il cianuro a causa di una grave forma di disturbo bipolare, lasciando tutto nelle mani di Musatti e di Silvia De Marchi, anch'essa assistente volontaria, che poi divenne sua moglie.

“Il transfert non è un inganno, è l’ultima occasione che abbiamo di essere presi sul serio”

Primo cattedratico di Psicologia in Italia (Milano, 1947), è stato il traduttore della monumentale Opera Omnia freudiana (Bollati Boringhieri).

«Non si diventa psicoanalisti per guarire gli altri, ma per non impazzire del tutto.»

Per decenni è stato il didatta che ha formato generazioni di analisti e a lungo si è interrogato intorno al desiderio di “diventare psicoanalista”.

La vita di Musatti ha attraversato il Novecento e le molteplici evoluzioni della società italiana ed occidentale. Cesare Musatti è stato un uomo che non ha mai smesso di chiedersi cosa significhi davvero “essere umani” in un’epoca che produceva Auschwitz e poi il boom economico, la repressione e poi il ’68, la tv commerciale e i nuovi media.

“L’uomo non è un animale malato, è un animale che si ammala perché pensa”

Musatti non ha mai ridotto il freudismo ad una religione né ha pensato la psicoanalisi come una tecnica di adattamento sociale.
Ha difeso la radicalità di Freud contro ogni normalizzazione, e allo stesso tempo ha difeso la libertà di pensiero contro ogni settarismo.

Ha scritto pagine fondamentali per la psicoanalisi italiana sull’amore, sulla vergogna, sul denaro, sul fascismo come patologia collettiva, sul desiderio come motore e come tormento.

Nella sua vita ha sempre tenuto insieme la pratica clinica e la riflessione storica, il divano e la piazza, la metapsicologia e la cronaca quotidiana.

Per approfondire:
-Cesare Musatti – “Mia sorella gemella la psicoanalisi”;
-Cesare Musatti – “Trattato di psicoanalisi”;
-Cesare Musatti – “Curar nevrotici con la propria autoanalisi”.

NIETZSCHE E IL GREGGE SENZA MEMORIA“Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia o...
19/03/2026

NIETZSCHE E IL GREGGE SENZA MEMORIA

“Osserva il gregge che pascola davanti a te: non sa che cosa sia ieri, che cosa sia oggi: salta intorno, mangia, digerisce, salta di nuovo. È così dal mattino alla sera e giorno dopo giorno, legato brevemente con il suo piacere ed il suo dispiacere, attaccato cioè al piolo dell'attimo e perciò né triste né annoiato...

L'uomo chiese una volta all'animale: "Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della felicità?" L'animale voleva rispondere e disse: "Ciò avviene perché dimentico subito quello che volevo dire" – ma dimenticò subito anche questa risposta e tacque: così l'uomo se ne meravigliò.
Ma egli si meravigliò anche di se stesso, di non poter imparare a dimenticare e di essere sempre accanto al passato: per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente, la catena lo accompagna.

È un prodigio: l'attimo, in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente, ma tuttavia torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo. Continuamente si stacca un foglio dal rotolo del tempo, cade, vola via – e improvvisamente rivola indietro, in grembo all'uomo. Allora l'uomo dice "Mi ricordo".”

“Sull’utilità e il danno della storia per la vita”
(Considerazioni inattuali, 1874)

Nietzsche non descrive semplicemente una differenza tra “animale” e “uomo”; il filosofo mette in scena una vera e propria frattura ontologica che attraversa l’esistenza.

Cosa osserviamo nella scena descritta da Nietzsche?
Il gregge pascola, salta, mangia, digerisce, salta di nuovo – e in questo “ciclo elementare” non c’è ieri né oggi, solo l’attimo presente come unico orizzonte reale.

L’animale non è “felice” in senso riflessivo; è felice perché non sa di esserlo, perché la domanda sulla felicità non ha ancora aperto in lui la ferita del tempo.
L’uomo, invece, interroga l’animale proprio perché avverte in sé l’assenza della beatitudine immediata.

“Perché mi guardi soltanto senza parlarmi della felicità?”
Nella domanda troviamo una confessione: l’uomo non può più essere felice senza confronto con ciò che non è più o con ciò che potrebbe essere.

L’animale inizia a rispondere – “perché dimentico subito quello che volevo dire” – ma dimentica anche la risposta stessa. Il silenzio che segue non è vuoto: è la felicità che si sottrae al linguaggio, al ricordo e alla catena.

Nietzsche non propone un ritorno al mitico paradiso pre-umano. Il centro della diagnosi è il prodigio che descrive subito dopo – l’attimo che “in un lampo è presente, in un lampo è passato, prima un niente, dopo un niente” eppure “torna come fantasma e turba la pace di un istante successivo”.

L’uomo è l’essere che non riesce a lasciar cadere il foglio del tempo.

La catena che accompagna l’uomo “per quanto lontano egli vada e per quanto velocemente” non è solo il peso del passato. Il rischio è di cadere nella “malattia della storia”.

Senza oblio attivo, non c’è azione possibile. È questa la proposta di Nietzsche.
L’oblio nietzschiano non è semplice amnesia: è una forza plastica, una capacità di aprire selettivamente la memoria per lasciare spazio al nuovo.

L’animale dimentica per natura.
L’uomo invece è incatenato al “Mi ricordo”, formula con cui trasforma ogni attimo in fantasma del passato.

Che posto dare al passato?

Qui troviamo una questione chiave della psicoanalisi. Da una parte, vediamo il rischio paventato da Nietzsche per l’uomo: rimanere incastrato nella propria storia, in un racconto già scritto, destinato a ripetersi senza aprire al nuovo; davanti a questa prospettiva non resta che la dimenticanza come oblio della pena eterna di un’esistenza meccanica. Dall’altra abbiamo la scommessa dell’analisi: riscrivere il passato per aprire una nuova possibilità.

L’analisi, infatti, punta ad una riscrittura inedita dello stesso per trovare il nuovo, come se fosse una piega del già saputo; nel sapere infatti si tratta di determinare una torsione, facendo emergere l’inedito, l’inconscio dal conscio.

Per questo è usuale nell’esperienza analitica, scoprire proprio nel sintomo la radice del talento, proprio nella sofferenza il punto di partenza per la piena realizzazione di sé.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Friedrich Nietzsche –“Considerazioni inattuali”;
-Friedrich Nietzsche – “Ecce Homo”;
-Susanna Mati – “Friedrich Nietzsche”.

ADDIO, ERICH FROMM!Oggi, 18 marzo, si ricordano i 47 anni dalla scomparsa di Erich Fromm (1900–1980).Filosofo e Psicoana...
18/03/2026

ADDIO, ERICH FROMM!

Oggi, 18 marzo, si ricordano i 47 anni dalla scomparsa di Erich Fromm (1900–1980).

Filosofo e Psicoanalista, tra i pensatori più influenti del Novecento, Fromm ha fatto parte dal 1930 della celebre "Scuola di Francoforte".

Visse gran parte della sua vita negli Stati Uniti, per salvarsi dalle persecuzioni, dalla dittatura e dalla guerra.

«L'uomo moderno è alienato da se stesso, dal suo simile e dalla natura. Ha trasformato in merci se stesso, le sue forze vitali e i suoi prodotti.»

Fromm è stato un attento studioso degli stretti rapporti tra economia e società, cogliendo le profonde distorsioni legate al radicarsi del capitalismo iper moderno.

«Se sono ciò che ho, allora ciò che ho è ciò che sono. Se sono ciò che sono, allora ciò che sono non può essere preso»

In cosa consiste la radice dell'essere umano? Nel suo essere o nel suo avere?

«Il fallimento dell'individuo nella società capitalistica è il fallimento della società stessa.»

Davanti al sorgere dei regimi autoritari in Europa e nel mondo, Fromm coglieva una spinta radicale che attraversa l'animo umano: il peso della libertà.

«La libertà implica responsabilità. È per questo che la maggior parte degli uomini la teme»

Per approfondire:
-Erich Fromm -"Fuga dalla libertà";
-Erich Fromm - "Dalla parte dell'uomo. Studi sulla filosofia della morale";
-Erich Fromm - "Psicanalisi della società contemporanea".

HIER KOMMT DIE SONNESACRO E RIPETIZIONE NEI RAMMSTEINLa musica, prima delle parole e del linguaggio tout court, è stato ...
17/03/2026

HIER KOMMT DIE SONNE
SACRO E RIPETIZIONE NEI RAMMSTEIN

La musica, prima delle parole e del linguaggio tout court, è stato indubbiamente il mezzo più
efficace per ottenere gli effetti catartici tipici di ogni rito.

È proprio sulla base di questa idea che anche oggi perpetuiamo i nostri, rituali laici e non, come andare allo stadio o assistere alla Messa.

E non possiamo fare a meno di notare che ogni liturgia collettiva - presente in ogni forma di civiltà - prevede quasi sempre una componente musicale.

In questo senso, allora, anche il concerto può essere letto come un rito: un evento collettivo in cui si ripetono gesti, si intonano cori, si guarda tutti nella stessa direzione.

E se esiste una band che ha fatto del concerto una forma rituale totale, si tratta senza dubbio dei Rammstein.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

JACQUES LACAN E IL DESIDERIO DELLA LARVAGli psicoanalisti sono sempre stati alla ricerca di metafore per descrivere le l...
16/03/2026

JACQUES LACAN E IL DESIDERIO DELLA LARVA

Gli psicoanalisti sono sempre stati alla ricerca di metafore per descrivere le loro scoperte. Lo psicoanalista francese Jacques Lacan ha dedicato gran parte delle sue osservazioni alle complesse dinamiche del desiderio inconscio.

Il desiderio, per Lacan, assomiglia ad un “furetto”, che fugge da tutte le parti, rifiutando di sottomettersi alla padronanza dell’Io. Nel desiderio Lacan reperisce una ragione, una logica inedita, diversa da quella della coscienza.

Nell’analisi del desiderio, Lacan coglie diversi aspetti: da una parte il desiderio si lega alla “pulsione di vita”, alla spinta generativa di realizzazione del potenziale e del talento; dall’altra, il desiderio sarebbe profondamente intrecciato con la “pulsione di morte”, con una spinta mortifera e dissipativa.

Questa seconda versione del desiderio è chiamata da Lacan “desiderio della larva”. In cosa consiste?

Lo psicoanalista francese osserva questa particolare configurazione del desiderio nell’analisi delle nevrosi e psicosi infantili. In particolare, nel bambino vi sarebbe un desiderio fusionale, di unione simbiotica totale con la madre.

Si tratta di un’osservazione già presente in Freud: il bambino vorrebbe saturare con il proprio essere la “mancanza” che abita la madre, creando una diade chiusa e inscindibile. Questa alleanza metterebbe il bambino nella posizione di oggetto di godimento della madre, impedendo il sorgere della soggettività.

Questo equilibrio verrebbe meno con il sorgere dell’Edipo e con il conflitto simbolico con la figura paterna. È la fase dello svezzamento, delle prime separazioni dopo una fase di unione radicale.

Per cogliere la “logica della larva” dobbiamo interrogare il desiderio di crescere.

Il bambino vuole crescere? Che posto occupa la crescita per il bambino?

Chiunque osservi un bambino, può coglierlo chiaramente: il desiderio di crescere è presente solitamente nel momento della sfida; sul versante dell’amore, invece, il bambino cerca la stasi, l’evitamento di ogni evoluzione. La crescita è una minacciosa promessa di cambiamento, fonte di angoscia.

Il bambino pare chiedersi: “se le cose cambieranno, sarò ancora amato?”

Ecco il cuore del “desiderio della larva”: tutto deve rimanere così com’è, così da garantire la prosecuzione dell’idillio d’amore con la madre. Un paradiso però chiuso ed asfissiante, senza vie d’uscita. Il prevalere della dimensione melanconica si sposa con la posizione parassitaria che il bambino finisce per occupare; al centro abbiamo il vivere per l’altro, dipendendo integralmente dall’altro, saturando in cambio la sua mancanza, in una fusione senza tempo.

Questo forma di congelamento del soggetto appare evidente nelle forme di nevrosi che più radicalmente hanno a che fare con gli inciampi nel processo di separazione e di soggettivazione, come accade nei sintomi alimentari.

Al sintomo alimentare si associa spesso un’incapacità di scegliere, di separarsi, di esprimere autonomia, una marcata chiusura o lo scivolamento nella compiacenza rispetto alle richieste dell’altro.

Vi è poi una seconda versione del “desiderio” silenzioso della “larva”: il sintomo alimentare non riflette solo una fissazione orale del soggetto, un suo attaccamento fusionale all’altro; in gioco abbiamo anche una disperata e silenziosa manovra di protezione del desiderio dal cannibalismo psichico dell’altro.

Al troppo di presenza dell’altro, il soggetto risponde chiudendosi, serrando la bocca, rifiutando il cibo offerto dall’altro.

Osserva Lacan:
“è il bambino nutrito con più amore a rifiutare il nutrimento e ad orchestrare il suo rifiuto come un desiderio… In fin dei conti il bambino, rifiutando di soddisfare le domande della madre, non esige forse che la madre abbia un desiderio fuori di lui?”

(“I complessi familiari”)

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Jacques Lacan – “I complessi familiari nella formazione dell’individuo”;
-Massimo Recalcati – “L’ultima cena”;
-Laura Pigozzi –“Sorelle”.

ANORESSIA E DINTORNI...Nella mia pratica di terapeuta e di psicoanalista, mi confronto ogni giorno con pazienti che soff...
15/03/2026

ANORESSIA E DINTORNI...

Nella mia pratica di terapeuta e di psicoanalista, mi confronto ogni giorno con pazienti che soffrono di disturbi alimentari.

Il terrore nei confronti del cibo e del peso nasconde sempre qualcosa di più profondo.

"Se mangio, il mio corpo cambierà e cambierò anch'io, per questo ho paura"

"È più forte di me. Se sento il cibo nella pancia, poi dovrò vomitare"

"Se divento gonfia, non mi vorrà più nessuno"

Queste sono solo alcune delle frasi che ho ascoltato dalle mie pazienti.

Dietro al peso e al cibo si nasconde un mondo, fatto di paure, conflitti e rabbia.

La ricerca disperata d'amore può portare a dinamiche estreme, che colpiscono il corpo fino a portarlo alla morte.

"Cosa vogliono da me?"

"Come si diventa grandi? Cos'è una donna?"

Il disturbo si lega a doppio nodo con il rapporto con l'altro, col terrore della perdita di controllo, con la paura di legarsi e di amare.

Spesso, dietro al disturbo emerge una fame diversa, decisiva per ogni essere umano: la fame d'amore.

Per approfondire:
-Massimo Recalcati - "L'ultima cena";
-Fabiola De Clercq - "Fame d'amore";
-Domenico Cosenza - "Il muro dell'anoressia".

LE TRACCE DI FREUDSigmund Freud ha definito la psicoanalisi come una “spurenwissenschaft”, una “scienza delle tracce”. D...
13/03/2026

LE TRACCE DI FREUD

Sigmund Freud ha definito la psicoanalisi come una “spurenwissenschaft”, una “scienza delle tracce”. Di cosa si tratta?
Il padre della psicoanalisi ha a lungo sottolineato l’importanza delle esperienze precoci nel determinare lo sviluppo psichico dell’individuo.

In particolare, Freud coglie le radici della nevrosi dell’adulto in quella che chiama “nevrosi infantile”, il cui ricordo è solitamente perduto nei meandri della memoria a causa della rimozione.

Tuttavia, le tracce di cui si occupa la psicoanalisi non sono simili a quelle che l’archeologo scopre nel suo lavoro di scavo. Certo, Freud ha più volte evocato l’archeologia come metafora della psicoanalisi; Freud tuttavia, evocando i resti perduti della città di Roma o di Pompei, intendeva sottolineare una forma particolare di traccia.

Il passato che Freud cerca di esplorare per comprendere la sofferenza nevrotica non è il passato della storia, inteso come mera successione di fatti.

A Freud infatti non interessa la semplice ricostruzione dei fatti storici. Allo psicoanalista interessa piuttosto quanto del passato è ancora vivo e attivo nel presente.

Nel lavoro di analisi infatti è in gioco l’esplorazione e la comprensione di un “passato che non passa”. In particolare, Freud osserva come non sia possibile ricostruire una vera e propria origine dei fenomeni o della vita psichica; piuttosto l’analisi fa sorgere l’importanza dell’intervallo che separa ciò che è accaduto dalla sua “lettura retroattiva”.

È la celebre nozione di “Nachträglichkeit”, che prevede la messa in parola, la ripresa a posteriori, dell’evento traumatico che viene così riformulato e sottratto all’incrostazione del passato per aprirsi al futuro. Questo lavoro, che avviene spontaneamente nell’elaborazione della vita psichica, viene ripreso anche in analisi.

Dal punto di vista della psicoanalisi la storia del soggetto non è quindi una semplice successione di eventi o di fasi; piuttosto l’analista lavora insieme all’analizzante nel dipanare una vera e propria matassa psichica fatta di sovrapposizioni, elementi che coesistono e si sovrappongono, di fatti e loro riletture.

Per questo Freud può affermare:
“Il dimenticato non è estinto ma solo "rimosso", le sue tracce mnestiche sono presenti in tutta la loro freschezza” (L’uomo Mosé)

Possiamo quindi dire che le tracce di cui si occupa la psicoanalisi sono importanti perché non sono semplici resti del passato, vestigia di un mondo perduto, privo di importanza per la dimensione psichica.

Piuttosto, le tracce di cui si interessa lo psicoanalista hanno a che fare con la commistione sempre presente tra elementi attuali e vestigia del passato che si nascondono nei sintomi, nelle parole e nel vissuto quotidiano del paziente. Si tratta in effetti di un passato che determina in modo attivo il presente del paziente, attraverso una logica che si mantiene costante al di là del passare del tempo.

Per Freud, l’esplorazione dell’inconscio si associa da una parte all’esperienza dell’incontro con lo straniero, con ciò che scardina le certezze dell’Io circa la propria identità; dall’altra l’emergere dell’interiorità si associa all’esperienza del disorientamento, del perturbante, del non familiare, definito da Freud “unheimlich”.

La ragione dell’inconscio infatti è vissuta come una ragione alternativa a quella dell’Io col quale il soggetto solitamente si identifica.

La visione freudiana trova potenti echi anche nella filosofia esistenzialista; ad esempio, il filosofo Jean-Paul Sartre ha definito l’infanzia un “tempo che non tramonta mai completamente” nell’esistenza umana, intesa come un romanzo che ciascun soggetto è chiamato costantemente a “riscrivere”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Il perturbante”;
-Paul Ricoeur – “Attorno alla psicoanalisi”;
-Massimo Recalcati – “Elogio dell’inconscio”.

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