16/12/2025
RIFLESSIONE DI UN GIORNO DI FINE ANNO........
L'AI sempre più umanizzata e l'uomo sempre più isolato!!
Perché dovremmo ancora parlare con un altro essere umano, quando l’AI può offrirci più personalità contemporaneamente, tutte educate, disponibili, regolabili e – dettaglio non trascurabile – sotto il nostro controllo?
Perché dovremmo continuare a rischiare il confronto con l’altro, che fraintende, si offende, risponde “non è il momento”, quando possiamo scegliere se oggi abbiamo bisogno di una voce empatica, di una razionale, di una ironica o di una che ci dica esattamente ciò che vogliamo sentirci dire?
È masochismo relazionale o semplice nostalgia per quando le relazioni non avevano il tasto “impostazioni”?
Forse perché l’essere umano, a differenza dell’AI, non è personalizzabile senza conflitto. E proprio lì inciampa, sbaglia, resiste. Forse perché non risponde sempre bene, ma risponde da sé.
E allora la domanda vera diventa: vogliamo una relazione che ci contenga o una che ci sorprenda? Una che si adatti o una che, ogni tanto, ci metta in crisi?
E se il problema non fosse che l’AI ha troppe personalità, ma che noi stiamo diventando sempre meno tolleranti verso l’imprevedibilità dell’altra persona?
Me lo chiedo come riflessione clinica: stiamo cercando connessione o comfort? E siamo sicuri che siano la stessa cosa?
Quando dico “stiamo cerando connessione o comfort?”, intendo questo: la connessione è l’incontro reale con un altro essere umano (lo specifico perchè la parola connessione ha intrapreso altre caratteristiche). È viva, imperfetta, a volte scomoda. Implica che l’altro possa non capirci subito, risponderci in modo inatteso, persino deluderci. Ma proprio per questo ci cambia, ci mette in movimento, ci costringe a negoziare chi siamo in relazione.
Il comfort, invece, è la sensazione di sicurezza emotiva immediata. È sentirsi ascoltati senza attrito, compresi senza spiegare troppo, rassicurati senza essere messi in discussione. L’AI è straordinaria in questo: si adatta, non si stanca, non ha giornate “no”, non ci restituisce il peso delle sue ferite.
Il punto non è che il comfort sia sbagliato — anzi, è umano cercarlo.
La domanda clinica (quella un po’ scomoda) è: se scegliamo solo il comfort, cosa perdiamo?
“siamo sicuri che siano la stessa cosa?”
Perché una relazione che ci rassicura non è sempre una relazione che ci fa evolvere. La crescita emotiva passa spesso da un piccolo attrito: dall’essere fraintesi, dal dover rallentare per spiegarsi meglio, dall’incontro con un limite che non possiamo controllare ma solo attraversare.
Ed è proprio lì che la relazione umana mostra il suo valore più profondo: non perché ci protegga dal disagio, ma perché ci insegna a restare presenti dentro di esso. Solo nell’incontro con un altro essere umano impariamo a reggere la frustrazione, a tollerare l’attesa, a sentirci visti nonostante l’imperfezione.
ANCHE SE E' SCOMODO E FATICOSO!!