Psicologa Isabella Enargelico

Psicologa Isabella Enargelico Attualmente collaboro con diverse istituzioni ed esercito la mia attività libero-professionale a Crema presso il poliambulatorio Santa Claudia.

CHI SONO
Sono la Dott.ssa Isabella Enargelico , psicologa, psicoterapeuta, mi occupo di consulenza e sostegno psicologico di bambini, adolescenti, adulti e sistemi familiari. Sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia; iscritta all’Ordine degli Psicologi della Lombardia (sez. A, n°03/17844), sono esperta in Disturbi specifici dell’Apprendimento, sono Istruttore Mindfulness in ambito sportivo e proseguo costantemente la mia formazione abbracciando un approccio cognitivo-comportamentale ; sono specializzata in psicoterapia di terza generazione (ACT, FAP), metodologie evidence based, basate cioè su studi scientifici. Ho maturato nel corso degli anni esperienza nel settore ospedaliero, riuscendo a stabilire un contatto duraturo e ad ottenere risultati significativi anche con pazienti più complessi. Con ognuno di loro ho creato un rapporto positivo ed empatico che dura nel tempo e pone le basi per una vita libera dal disagio psichico.

30/03/2026

A volte, il “miglior appuntamento della storia” non ha bisogno di parole… ma solo di un cuore sincero 🐾

Una donna trascorre una giornata speciale con il suo cane: passeggiate, momenti di gioco, sguardi complici. Niente di straordinario, eppure tutto è incredibilmente autentico.

Non è un appuntamento fatto di aspettative o apparenze, ma di presenza, semplicità e amore puro.
Quel tipo di amore che non giudica, non chiede, non delude.

Il loro legame racconta qualcosa che spesso dimentichiamo:
la felicità vera si trova nelle cose più semplici… e in chi ci ama senza condizioni.

Forse dovremmo imparare proprio da loro:
meno perfezione, più connessione.
Meno rumore, più amore 🤍

24/03/2026
22/03/2026
20/03/2026

In Danimarca, molte scuole adottano una pratica chiamata Klassens tid — che può essere tradotta come “tempo della classe”. In questo momento, bambini e adolescenti tra i 6 e i 16 anni si riuniscono per parlare di convivenza, relazioni e sfide quotidiane, generalmente con la mediazione di un insegnante. L’obiettivo è favorire il dialogo e aiutare gli studenti a gestire le situazioni della vita scolastica.

Durante questi incontri, gli alunni possono esporre problemi, discutere eventuali conflitti con i compagni e riflettere sull’impatto delle proprie azioni nel gruppo. Quando non ci sono questioni urgenti, lo spazio può essere utilizzato per attività collettive più leggere, utili a rafforzare i legami sociali.

Questa pratica è abbastanza diffusa nel sistema scolastico danese, anche se non è una disciplina formale equivalente a materie come matematica e scienze. Tuttavia, è considerata uno strumento importante per lo sviluppo sociale degli studenti.

La Danimarca compare spesso tra i Paesi con alti livelli di benessere, anche se questo risultato dipende da molti fattori e non solo dal sistema educativo.

Valorizzando il dialogo e la convivenza, il Paese mostra l’importanza dello sviluppo sociale all’interno dell’educazione, offrendo uno spunto interessante anche per altri modelli scolastici.

20/03/2026

Author Details Author Details Ana Maria Sepe Dottoressa in psicologia, esperta e ricercatrice in psicoanalisi. Scrittrice e fondatore di Psicoadvisor sepeannamaria@gmail.com Ci ... Leggi tutto

01/03/2026
15/02/2026

Un approfondimento di 𝐀𝐝𝐧𝐤𝐫𝐨𝐧𝐨𝐬 𝐒𝐚𝐥𝐮𝐭𝐞 mette in luce le imprese sportive di due atlete italiane, Francesca Lollobrigida e Federica Brignone, simbolo di resilienza femminile, evidenziando come, oltre alla genetica, un ruolo fondamentale sia svolto anche dalla psicologia. Su questo tema, tra gli altri, è stata interpellata la Presidente del CNOP Maria Antonietta Gulino, presente a Cortina giovedì 12 febbraio all’evento “Slalom di voci: il contributo della psicologia alle Olimpiadi Milano-Cortina 2026”.

Brignone e Lollobrigida “sono un grande simbolo di forza di tutte le donne”, spiega Maria Antonietta Gulino, che è la prima presidente donna del Consiglio nazionale dell'Ordine degli psicologi.

Queste medaglie ci dicono “proviamoci, impegniamoci, dedichiamoci alle nostre passioni.
Per le donne, per le bambine, per le ragazze che si approcciano allo sport – che è disciplina e dà un binario per la crescita personale di vita – è un messaggio importante.
Significa non vi arrendete.
Se avete un obiettivo, lavorate perché è possibile arrivare a traguardi così alti.”

Non è una questione che riguarda solo le sportive, riguarda anche la politica per esempio, “anche in questo campo serve la forza delle donne”. In questo settore, osserva la psicologa, “possono rappresentare l'universo femminile dall'interno con le sue difficoltà e con i punti di forza.
Oggi abbiamo, per la prima volta, una presidente del Consiglio che è una donna e questa è anche una dimostrazione che la determinazione femminile porta a raggiungere obiettivi importanti”, conclude Gulino sottolineando “la capacità, che è maggiormente femminile, di costruire sinergie, di fare reti, di costruire reti.”

Per l’articolo completo👇
https://www.adnkronos.com/sport/genetica-e-psicologia-confermano-brignone-e-lollobrigida-la-forza-delle-donne-non-solo-nello-sport_46fex08ab74ODO9zaorWVO

(Photo credit: Adnkronos)

26/01/2026

Gli avevano tolto tutto: il nome, la casa, la libertà.
Ma non riuscirono mai a strappargli ciò che gli salvò la vita —
e che, anni dopo, avrebbe salvato milioni di altre vite.

Nel campo di concentramento Viktor Frankl non era più un uomo. Era il numero 119104.
Psichiatra viennese, brillante e rispettato, a 37 anni si ritrovò con il cranio rasato, un pigiama a righe, il suo manoscritto, cucito nel cappotto, strappato via all’ingresso di Auschwitz.
Tutto ciò che aveva costruito era perduto.

Ma c’era una cosa che i nazisti non potevano portargli via: quello che sapeva.
E Viktor Frankl sapeva qualcosa che avrebbe cambiato il mondo.

Nei lager osservò.
Vide che non si moriva solo per fame, per freddo, per malattia.
Si moriva quando si perdeva il proprio “perché”.

Quando un uomo non aveva più uno scopo né un volto da rivedere, una missione da compiere —
il suo corpo crollava.
I medici avevano un nome per questo: “give-up-itis”, la malattia dell’abbandono.

Così Frankl cominciò il suo esperimento.
Non in un laboratorio, ma nelle baracche.
Si avvicinava a chi stava mollando e chiedeva:
Chi ti aspetta fuori?
Cosa ti resta da dire?
Perché vale la pena resistere?

Non offriva pane, né libertà.
Offriva significato.

Qualcuno sopravvisse pensando a una figlia.
Qualcuno a un libro da finire.
Lui riscrisse mentalmente il suo, parola dopo parola, notte dopo notte.

Era aprile 1945.
Pesava 38 chili. La moglie, la madre, il fratello: tutti morti.
Avrebbe potuto arrendersi.
Invece si sedette. E scrisse.

In nove giorni riscrisse quel libro che gli avevano bruciato.
Ma ora conteneva qualcosa che prima non c’era:
la prova.

La sua teoria non era solo filosofia.
Era sopravvivenza.

La chiamò Logoterapia.
Un’idea semplice e rivoluzionaria:
l’essere umano può sopportare qualunque “come”, se ha un “perché”.

Il libro uscì nel 1946.
Titolo: Dire sì alla vita, nonostante tutto.
In inglese: Man’s Search for Meaning.

All’inizio fu ignorato. “Troppo cupo,” dicevano.
Ma si diffuse.
E iniziò a salvare vite.

Tradotto in oltre 50 lingue, più di 16 milioni di copie.
Letto da malati terminali, prigionieri, cuori spezzati.
E da chi, una notte qualunque, si domandava se valesse la pena resistere ancora un giorno.

E trovava la risposta.

Perché Viktor Frankl dimostrò una verità che sopravvive a ogni dittatura:
non possiamo scegliere ciò che ci accade.
Ma possiamo sempre scegliere cosa farne.

Oggi, nelle corsie degli ospedali, negli studi terapeutici, nei momenti più bui,
le sue parole continuano a camminare accanto a chi soffre:

“Si può togliere tutto a un uomo, tranne una cosa:
la libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte a qualsiasi circostanza.”

I nazisti gli diedero un numero.

La Storia gli ha dato l’immortalità.

𝐏𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐞 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞

𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖, 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜.

22/01/2026

Parliamo spesso di violenza sugli animali.
E ogni volta è una coltellata al cuore.
Ma questa vicenda è qualcosa di oggettivamente allucinante.

Un cagnolino di piccolissima taglia, tranquillo, dall’aspetto inerme e innocuo, afferrato e lanciato nel vuoto perché “temeva potesse fare del male al figlio”.
Davvero qualcuno può anche solo pensare che una creatura del genere rappresenti un pericolo reale per un bambino?

No.
Questo non parla di protezione.
Non parla di istinto genitoriale.
Parla di cieca violenza.

Parla di una reazione abnorme, spropositata, totalmente fuori scala, che non ha nulla a che vedere con il senso del pericolo, ma tutto a che fare con una gravissima incapacità di gestire frustrazione, impulsi aggressivi e controllo emotivo.

E allora la domanda non è sul cane.
La domanda è sul padre.

Un adulto che reagisce così, che davanti a un bambino mette in scena un atto di violenza estrema contro una creatura innocente, è davvero in grado di fare il genitore?
Una persona che vede una minaccia dove non esiste e risponde con un gesto letale, è una figura di sicurezza o un fattore di rischio per suo figlio ?

Perché una cosa deve essere chiara ossia una reazione di questo tipo è pericolosa.
È pericolosa per gli animali.
Ed è pericolosa anche per quel bambino.

Questa vicenda è agghiacciante sotto ogni profilo.
E se qualcuno pensa che il problema sia “solo” la morte di un cane, allora non ha capito nulla.
Qui il punto è la violenza, il modello relazionale, l’esempio, il messaggio che passa.

E quando un adulto perde il controllo in questo modo, non è il cane a dover far paura.

20/01/2026

Nel 1973, otto persone perfettamente sane varcarono le porte di diversi ospedali psichiatrici negli Stati Uniti. Non erano malate. Ma nessuno, all’interno di quelle mura, riuscì a vederlo.

Era un esperimento. Uno degli esperimenti più sconvolgenti della storia della psichiatria. Ideato dallo psicologo David Rosenhan, iniziava con una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: è davvero possibile distinguere in modo affidabile la sanità mentale dalla malattia mentale?

Per scoprirlo, Rosenhan reclutò otto pseudopazienti. Erano persone comuni: un pittore, una casalinga, un pediatra, uno studente laureato. Mentivano su una sola cosa: dicevano di sentire voci. Solo questo. Nessun comportamento bizzarro, nessuna crisi, solo tre parole udite nella mente: “vuoto”, “cavo”, “tonfo”.

Tutti vennero ricoverati. E subito dopo smisero di fingere. Si comportarono normalmente. Collaborarono. Chiesero di uscire. Non fu possibile.

Il personale non vedeva più persone, ma diagnosi. I loro gesti venivano reinterpretati attraverso la lente della malattia: scrivere appunti? Disturbo ossessivo. Stare in corridoio? Ricerca patologica di attenzione. Essere cortesi? Comportamento controllato e conforme alla patologia.

Sette di loro furono etichettati come schizofrenici. Uno come maniaco depressivo. Nessuno venne riconosciuto come sano. Nessuno.

Ma i pazienti veri se ne accorsero. Alcuni si avvicinavano e sussurravano: “Tu non sei come gli altri. Tu non dovresti stare qui”. Loro vedevano ciò che gli esperti non riuscivano a riconoscere.

Il tempo medio di degenza fu di 19 giorni. Uno rimase ricoverato per 52 giorni. Ogni giorno trascorso, una conferma: l’etichetta era più potente della realtà.

Quando Rosenhan pubblicò il suo studio — On Being Sane in Insane Places — fu un terremoto. La comunità psichiatrica esplose di rabbia. Un ospedale sfidò Rosenhan a inviare nuovi pseudopazienti: li avrebbero smascherati. Lui accettò. Nei mesi seguenti, l’ospedale identificò 41 presunti impostori. Ma Rosenhan non aveva mandato nessuno. Nessuno.

La verità era ormai chiara: le diagnosi non erano sempre basate su fatti, ma su contesto. Una volta etichettata, una persona diventava prigioniera di quella narrazione. Anche se era sana. Anche se gridava la verità.

Questo esperimento scardinò la fiducia cieca nelle etichette cliniche. Avviò riforme profonde nella diagnosi e nel trattamento delle malattie mentali. Ma soprattutto, lasciò una lezione inquietante e attualissima:

La percezione può distorcere la realtà più della follia stessa.

E spesso, l’illusione più pericolosa non è quella di chi è considerato f***e, ma di chi è convinto di avere sempre ragione.

Otto persone sane entrarono in ospedali psichiatrici nel 1973. Ne uscirono con una verità che il mondo non poté più ignorare.

13/01/2026

“Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse a stare da sola, ti salverebbe la vita. Non dovrai rincorrere la mediocrità per riempire vuoti, né pietire uno sguardo o un'ora d'amore. Impara a creare la vita dentro la tua vita e a riempirla di fantasia.”
- Paolo Crepet 🌹

Indirizzo

Via Vignola 30
Somma Lombardo
26019

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