Psicologa Isabella Enargelico

Psicologa Isabella Enargelico Attualmente collaboro con diverse istituzioni ed esercito la mia attività libero-professionale a Crema presso il poliambulatorio Santa Claudia.

CHI SONO
Sono la Dott.ssa Isabella Enargelico , psicologa, psicoterapeuta, mi occupo di consulenza e sostegno psicologico di bambini, adolescenti, adulti e sistemi familiari. Sono laureata in Psicologia Clinica, dello Sviluppo e Neuropsicologia; iscritta all’Ordine degli Psicologi della Lombardia (sez. A, n°03/17844), sono esperta in Disturbi specifici dell’Apprendimento, sono Istruttore Mindfulness in ambito sportivo e proseguo costantemente la mia formazione abbracciando un approccio cognitivo-comportamentale ; sono specializzata in psicoterapia di terza generazione (ACT, FAP), metodologie evidence based, basate cioè su studi scientifici. Ho maturato nel corso degli anni esperienza nel settore ospedaliero, riuscendo a stabilire un contatto duraturo e ad ottenere risultati significativi anche con pazienti più complessi. Con ognuno di loro ho creato un rapporto positivo ed empatico che dura nel tempo e pone le basi per una vita libera dal disagio psichico.

26/01/2026

Gli avevano tolto tutto: il nome, la casa, la libertà.
Ma non riuscirono mai a strappargli ciò che gli salvò la vita —
e che, anni dopo, avrebbe salvato milioni di altre vite.

Nel campo di concentramento Viktor Frankl non era più un uomo. Era il numero 119104.
Psichiatra viennese, brillante e rispettato, a 37 anni si ritrovò con il cranio rasato, un pigiama a righe, il suo manoscritto, cucito nel cappotto, strappato via all’ingresso di Auschwitz.
Tutto ciò che aveva costruito era perduto.

Ma c’era una cosa che i nazisti non potevano portargli via: quello che sapeva.
E Viktor Frankl sapeva qualcosa che avrebbe cambiato il mondo.

Nei lager osservò.
Vide che non si moriva solo per fame, per freddo, per malattia.
Si moriva quando si perdeva il proprio “perché”.

Quando un uomo non aveva più uno scopo né un volto da rivedere, una missione da compiere —
il suo corpo crollava.
I medici avevano un nome per questo: “give-up-itis”, la malattia dell’abbandono.

Così Frankl cominciò il suo esperimento.
Non in un laboratorio, ma nelle baracche.
Si avvicinava a chi stava mollando e chiedeva:
Chi ti aspetta fuori?
Cosa ti resta da dire?
Perché vale la pena resistere?

Non offriva pane, né libertà.
Offriva significato.

Qualcuno sopravvisse pensando a una figlia.
Qualcuno a un libro da finire.
Lui riscrisse mentalmente il suo, parola dopo parola, notte dopo notte.

Era aprile 1945.
Pesava 38 chili. La moglie, la madre, il fratello: tutti morti.
Avrebbe potuto arrendersi.
Invece si sedette. E scrisse.

In nove giorni riscrisse quel libro che gli avevano bruciato.
Ma ora conteneva qualcosa che prima non c’era:
la prova.

La sua teoria non era solo filosofia.
Era sopravvivenza.

La chiamò Logoterapia.
Un’idea semplice e rivoluzionaria:
l’essere umano può sopportare qualunque “come”, se ha un “perché”.

Il libro uscì nel 1946.
Titolo: Dire sì alla vita, nonostante tutto.
In inglese: Man’s Search for Meaning.

All’inizio fu ignorato. “Troppo cupo,” dicevano.
Ma si diffuse.
E iniziò a salvare vite.

Tradotto in oltre 50 lingue, più di 16 milioni di copie.
Letto da malati terminali, prigionieri, cuori spezzati.
E da chi, una notte qualunque, si domandava se valesse la pena resistere ancora un giorno.

E trovava la risposta.

Perché Viktor Frankl dimostrò una verità che sopravvive a ogni dittatura:
non possiamo scegliere ciò che ci accade.
Ma possiamo sempre scegliere cosa farne.

Oggi, nelle corsie degli ospedali, negli studi terapeutici, nei momenti più bui,
le sue parole continuano a camminare accanto a chi soffre:

“Si può togliere tutto a un uomo, tranne una cosa:
la libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte a qualsiasi circostanza.”

I nazisti gli diedero un numero.

La Storia gli ha dato l’immortalità.

𝐏𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐞 𝐒𝐭𝐨𝐫𝐢𝐞

𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑎 𝑒̀ 𝑢𝑛𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑖𝑠𝑝𝑖𝑟𝑎𝑡𝑎 𝑎 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑖 𝑟𝑒𝑎𝑙𝑖, 𝑎𝑟𝑟𝑖𝑐𝑐ℎ𝑖𝑡𝑎 𝑑𝑎 𝑒𝑙𝑒𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑒𝑚𝑜𝑡𝑖𝑣𝑜.

22/01/2026

Parliamo spesso di violenza sugli animali.
E ogni volta è una coltellata al cuore.
Ma questa vicenda è qualcosa di oggettivamente allucinante.

Un cagnolino di piccolissima taglia, tranquillo, dall’aspetto inerme e innocuo, afferrato e lanciato nel vuoto perché “temeva potesse fare del male al figlio”.
Davvero qualcuno può anche solo pensare che una creatura del genere rappresenti un pericolo reale per un bambino?

No.
Questo non parla di protezione.
Non parla di istinto genitoriale.
Parla di cieca violenza.

Parla di una reazione abnorme, spropositata, totalmente fuori scala, che non ha nulla a che vedere con il senso del pericolo, ma tutto a che fare con una gravissima incapacità di gestire frustrazione, impulsi aggressivi e controllo emotivo.

E allora la domanda non è sul cane.
La domanda è sul padre.

Un adulto che reagisce così, che davanti a un bambino mette in scena un atto di violenza estrema contro una creatura innocente, è davvero in grado di fare il genitore?
Una persona che vede una minaccia dove non esiste e risponde con un gesto letale, è una figura di sicurezza o un fattore di rischio per suo figlio ?

Perché una cosa deve essere chiara ossia una reazione di questo tipo è pericolosa.
È pericolosa per gli animali.
Ed è pericolosa anche per quel bambino.

Questa vicenda è agghiacciante sotto ogni profilo.
E se qualcuno pensa che il problema sia “solo” la morte di un cane, allora non ha capito nulla.
Qui il punto è la violenza, il modello relazionale, l’esempio, il messaggio che passa.

E quando un adulto perde il controllo in questo modo, non è il cane a dover far paura.

20/01/2026

Nel 1973, otto persone perfettamente sane varcarono le porte di diversi ospedali psichiatrici negli Stati Uniti. Non erano malate. Ma nessuno, all’interno di quelle mura, riuscì a vederlo.

Era un esperimento. Uno degli esperimenti più sconvolgenti della storia della psichiatria. Ideato dallo psicologo David Rosenhan, iniziava con una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: è davvero possibile distinguere in modo affidabile la sanità mentale dalla malattia mentale?

Per scoprirlo, Rosenhan reclutò otto pseudopazienti. Erano persone comuni: un pittore, una casalinga, un pediatra, uno studente laureato. Mentivano su una sola cosa: dicevano di sentire voci. Solo questo. Nessun comportamento bizzarro, nessuna crisi, solo tre parole udite nella mente: “vuoto”, “cavo”, “tonfo”.

Tutti vennero ricoverati. E subito dopo smisero di fingere. Si comportarono normalmente. Collaborarono. Chiesero di uscire. Non fu possibile.

Il personale non vedeva più persone, ma diagnosi. I loro gesti venivano reinterpretati attraverso la lente della malattia: scrivere appunti? Disturbo ossessivo. Stare in corridoio? Ricerca patologica di attenzione. Essere cortesi? Comportamento controllato e conforme alla patologia.

Sette di loro furono etichettati come schizofrenici. Uno come maniaco depressivo. Nessuno venne riconosciuto come sano. Nessuno.

Ma i pazienti veri se ne accorsero. Alcuni si avvicinavano e sussurravano: “Tu non sei come gli altri. Tu non dovresti stare qui”. Loro vedevano ciò che gli esperti non riuscivano a riconoscere.

Il tempo medio di degenza fu di 19 giorni. Uno rimase ricoverato per 52 giorni. Ogni giorno trascorso, una conferma: l’etichetta era più potente della realtà.

Quando Rosenhan pubblicò il suo studio — On Being Sane in Insane Places — fu un terremoto. La comunità psichiatrica esplose di rabbia. Un ospedale sfidò Rosenhan a inviare nuovi pseudopazienti: li avrebbero smascherati. Lui accettò. Nei mesi seguenti, l’ospedale identificò 41 presunti impostori. Ma Rosenhan non aveva mandato nessuno. Nessuno.

La verità era ormai chiara: le diagnosi non erano sempre basate su fatti, ma su contesto. Una volta etichettata, una persona diventava prigioniera di quella narrazione. Anche se era sana. Anche se gridava la verità.

Questo esperimento scardinò la fiducia cieca nelle etichette cliniche. Avviò riforme profonde nella diagnosi e nel trattamento delle malattie mentali. Ma soprattutto, lasciò una lezione inquietante e attualissima:

La percezione può distorcere la realtà più della follia stessa.

E spesso, l’illusione più pericolosa non è quella di chi è considerato f***e, ma di chi è convinto di avere sempre ragione.

Otto persone sane entrarono in ospedali psichiatrici nel 1973. Ne uscirono con una verità che il mondo non poté più ignorare.

13/01/2026

“Mi piacerebbe che qualcuno ti insegnasse a stare da sola, ti salverebbe la vita. Non dovrai rincorrere la mediocrità per riempire vuoti, né pietire uno sguardo o un'ora d'amore. Impara a creare la vita dentro la tua vita e a riempirla di fantasia.”
- Paolo Crepet 🌹

09/01/2026

Leonardo è grave.

A Zurigo c’è una stanza che non spegne mai la luce, nemmeno quando la città si addormenta.
Dentro quella stanza c’è Leonardo.
Sedici anni, studente del Virgilio, compagno di classe di Kean, Francesca, Sofia.
Ancora non può essere riportato a Milano.

I medici lo dicono con la stessa prudenza di chi sa che ogni parola pesa: il quadro clinico non è stabile.
Il corpo è troppo debole per reggere anche solo il trasferimento in elicottero.
Resta lì, in bilico tra sofferenza e speranza, in un tempo che scorre lentissimo, dove ogni ora sembra un giorno intero.

Accanto al letto ci sono i genitori.
Pochi discorsi, mani strette, occhi fissi sul monitor.
Contano i respiri, i bip del cuore, come se ogni segnale fosse un filo da non lasciar spezzare.

Gli psicologi sono presenti, ma ci sono dolori che le parole non raggiungono.
Si annidano nel petto, diventano un macigno silenzioso che non si sposta.

A Milano, intanto, la sua classe aspetta.
I banchi con il suo posto vuoto.
Le chat che si aprono sempre allo stesso modo:
«Novità di Leo?»
«Qualcuno sa qualcosa?»

I compagni scrivono messaggi di incoraggiamento, cuori, preghiere, promesse.
Lo aspettano come si aspetta qualcuno che deve tornare per forza, perché senza di lui la terza D non è più la stessa.

Leonardo non è solo un nome su un referto medico.
È il ragazzo che rideva forte, che giocava a calcio con passione (attaccante under 17), che aveva sogni normali da sedicenne.
Ora è un corpo che combatte contro ustioni gravi, contro il veleno dei fumi inalati, contro un incendio che ha cambiato tutto in una notte di festa.

In quella camera illuminata di Zurigo c’è un adolescente che lotta per ogni respiro.
Ci sono due genitori che non mollano la presa, che credono con una forza che fa quasi male.
E c’è una scuola intera, una città, un pezzo d’Italia che tiene il fiato sospeso con loro.

Perché quando un ragazzo come Leonardo resta sospeso tra la vita e il resto,
non è mai solo una notizia.
È una ferita aperta che riguarda tutti noi.
E la speranza, per quanto fragile, continua a tenere accesa quella luce.

Forza Leonardo, tutta Italia è con te!

03/01/2026
03/01/2026
03/01/2026

L’uomo qui sotto si chiama Guy Chiappaventi.
Di mestiere fa il giornalista.

Durante una diretta del Tg La7, mentre stava facendo il bilancio della strage di Crans Montana, a un certo punto la voce si è incrinata.
Poi gli occhi.
Poi quel silenzio sospeso che pesa più di mille parole.

Chiappaventi si è commosso.
Visibilmente.
Senza filtri, senza difese, senza scudi professionali.

Non è riuscito a trattenere le lacrime, l’empatia, il dolore profondo per ciò che stava raccontando.
E davanti alle telecamere, davanti a milioni di persone, ha fatto una cosa che oggi sembra quasi rivoluzionaria:

ha chiesto scusa.

“Scusa”, ha detto.
Scusa per l’emozione.
Scusa per l’umanità che stava emergendo senza chiedere permesso.

E qui vale la pena fermarsi un attimo.
Perché siamo diventati così abituati alla tragedia da pretendere che venga raccontata senza battito cardiaco.
Con tono neutro.
Con distanza.
Come se il dolore altrui fosse solo un dato da snocciolare, un numero da archiviare, un servizio da chiudere in due minuti.

Ma la verità è che il dolore vero non è mai neutro.
E quando lo racconti restando indifferente, qualcosa si perde.
Qualcosa di essenziale.

Guy Chiappaventi non è un giornalista alla prima prova.
È un uomo con oltre trent’anni di mestiere alle spalle.
Ha raccontato la mafia e la ’ndrangheta quando farlo significava esporsi.
Ha attraversato la suburra romana.
Ha vinto il Premio Ilaria Alpi nel 1998, quando il giornalismo d’inchiesta aveva ancora il sapore del rischio e della verità cercata fino in fondo.

È stato due volte inviato in Medio Oriente, in mezzo alle guerre vere, quelle che non hanno filtri né hashtag.
Ha descritto terremoti, tsunami, distruzioni che ti entrano sotto la pelle e non se ne vanno più.

Eppure, davanti a quella telecamera, si è fermato.
Si è spezzato.
Come se fosse la prima volta.

Perché l’orrore non diventa mai normale, se resti umano.
Perché ogni vittima è sempre la prima.
Perché ogni tragedia merita rispetto, non assuefazione.

E mentre lui chiedeva scusa, io pensavo che siamo noi a dover chiedere scusa.
Per tutte le volte in cui abbiamo confuso professionalità con freddezza.
Per tutte le volte in cui abbiamo scambiato il distacco per forza.
Per tutte le volte in cui abbiamo preteso cronisti impeccabili, ma non più umani.

In questi tempi spaventosi, pieni di rumore, cinismo e parole svuotate, avremmo un bisogno disperato di giornalisti come lui.
Di voci che non si vergognano di tremare.
Di occhi che si inumidiscono senza chiedere il permesso.

Perché un giornalista che si commuove non è uno che ha fallito.
È uno che ha capito fino in fondo cosa sta raccontando.

Altro che scusa.

Grazie.

22/12/2025

LEGGIMI 👇
L’ansia nasce da una percezione di incertezza, vulnerabilità o mancanza di controllo. La sicurezza, invece, offre una base stabile in cui la mente può rilassarsi, pensando al meglio per sé e non a “come evitare il peggio”; nella sicurezza, infatti, sappiamo di poter contare sulle nostre risorse per affrontare ogni sfida. Quando siamo in preda all’ansia ci percepiamo in balia degli eventi perché quelle risorse non le vediamo, ignoriamo le nostre competenze, le nostre capacità, insomma, ignoriamo tutto ciò che può farci sentire al sicuro.

Nelle dinamiche relazionali, sentire (Attenzione! SENTIRE e non sapere) di essere accettati, amati e compresi, per esempio, media un messaggio di sicurezza. A vuolte “sappiamo” di essere accettati e accolti, tuttavia ci sentiamo come se non lo fossimo (o perché c’è un problema relazionale nel presente o perché il “senso di non valere e di mancata accettazione ci è stato appiccicato addosso nel nostro passato). L’ansia si cura con l’affermazione personale, con l’affermazione del proprio posto nel mondo… e tutto questo va ben oltre la mera autostima. E in quello spazio personale, l'ansia perde la sua forza, perché non neghiamo le avversità, non le minimizziamo o non le evitiamo: ci facciamo noi “più grandi”, appunto, più sicuri.

In un certo senso, la sicurezza è come un abbraccio invisibile che dice: "Va tutto bene, sei al sicuro qui e ora, ce la fai, puoi agire per costruire il meglio per te nonostante le inevitabili avversità.” ❤️
E questo è tutto ciò che ti auguro.
Un forte abbraccio,
Anna ❤️🫂

22/12/2025

Per la gran parte di cose, nella vita, vale sempre il «non è mai troppo tardi», quindi se c'è qualcosa che vorresti fare e pensi che "non sia più il tempo", il nostro invito è sempre quello di OSARE e, intanto, godersi il cammino.

Altre volte, invece, quel traguardo è oggettivamente compromesso da fattori contestuali di diversa natura che ne precludono inesorabilmente il compimento. Allora è qui che possiamo congelarci. E qui che scatta la stagnazione: rimaniamo bloccati nel limbo, nell’idea di quello che sarebbe potuto essere e invece non è stato.

Quando smettiamo di PUNIRCI e cessiamo di focalizzare tutta la nostra attenzione sui treni che sono andati via senza di noi, è allora che notiamo quanto preziosi possano essere i treni sui quali vale ancora la pena salire con destinazioni che possono addirittura stupirci. Allora lasciamo che lo facciano, lasciamo che ci stupiscano. Lasciamo che la felicità accada.

Se ti va di farlo, insieme a noi, leggi il nostro saggio: «lascia che la felicità accada» - lezioni di educazione emotiva (Rizzoli).

Indirizzo

Via Cabrini 10
Crema
26013

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