16/02/2026
Essere una sensitiva non è qualcosa che mi è accaduto all’improvviso.
È una dimensione con cui sono cresciuta, che mi apparteneva già da bambina… anche se allora non avevo le parole per capirla.
Quelle percezioni erano mie, profondamente mie.
Ma ero piccola. Non comprendevo davvero cosa stessi vivendo. Sentivo, intuivo, percepivo presenze, emozioni, movimenti invisibili… senza sapere dare un nome a tutto questo.
Mi sentivo più aperta, senza filtri.
E nella vita comune, nel mondo fisico fatto di logica e concretezza, spesso mi sentivo come un pesce fuor d’acqua. Non perché non volessi farne parte, ma perché dentro di me c’era molto di più di ciò che si vedeva fuori.
La mia sensitività è questo:
è avere un canale sempre attivo verso ciò che non è visibile agli occhi.
È percepire chi non ha più un corpo ma conserva un legame.
È lasciare che la mia voce diventi ponte quando un messaggio chiede di passare.
È ricevere intuizioni e premonizioni che arrivano prima degli eventi.
È sentire i dolori delle persone — emotivi e a volte persino fisici — come se attraversassero anche me.
È percepire quelle anime che si preparano ad arrivare, quando un bambino sceglie di ve**re su questa terra, di nascere, e avvertire quell’energia prima ancora che prenda forma.
E proprio perché sento così tanto, ho imparato presto a proteggermi.
La mia riservatezza, il rispetto per ciò che percepivo e anche la paura di non essere compresa mi hanno portata, agli occhi degli altri, ad apparire apatica, distaccata, talvolta persino superficiale.
Ma non era freddezza.
Era difesa.
Era silenzio scelto per non invadere, per non spaventare, per non essere giudicata.
La telescrittura l’ho conosciuta a 13 anni. È stata un’esperienza intensa, che oggi non pratico più, ma che ha fatto parte del mio percorso di crescita e consapevolezza.
A volte mi è capitato di essere tramite anche per persone vive, in stati profondi di coscienza, come sospese tra sogno e realtà. Alcune consapevoli. Altre no. E io lì, nel mezzo, a fare da ponte.
Non è stato un cammino semplice.
La medianità mi ha portato incomprensioni, solitudine, momenti difficili. Spesso chi non vive certe esperienze fatica a credere. E chi non crede, giudica.
Ma insieme alle difficoltà sono arrivate anche le soddisfazioni.
Gli occhi che si riempiono di lacrime quando un messaggio arriva nel punto giusto.
La pace che si posa dove prima c’era dolore.
La consapevolezza che l’amore non si interrompe con la fine della vita terrena.
Sono stata una bambina aperta a mondi che non comprendeva.
Sono diventata una donna che ha imparato a stare in equilibrio tra il visibile e l’invisibile.
La sensitività non è qualcosa da reprimere.
Non è una stranezza da nascondere.
È una profondità da accogliere, conoscere e imparare a gestire con responsabilità.
Chiedo solo rispetto per ciò che non si vede.
Perché alcune realtà non si spiegano.
Si sentono.
(Un’immagine di un periodo intenso della mia vita.
Proprio in quel punto, un tempo, venivano sepolti molti bambini. )