14/01/2026
Completamente aderente a questo pensiero. Aggiungo che,in una società lentissima a legittimare le differenze,dare loro volto,una rappresentazione è,come tutte le volte che questo accade,una piccola rivoluzione,un riconoscimento necessario ad un contesto sociale sempre più civile.❤️ L'emersione dell'esistenza di una condizione,toglie dall'anonimato migliaia di persone a cui permette invece di riconoscersi,di denunciarsi come aventi una propria dignità,una propria bellezza,
grazie alle fattezze di una bambola.
La discussione sulla Barbie autistica si è polarizzata in un battibaleno: entusiasmo da una parte, scandalo dall’altra.
Ma forse il punto non è scegliere da che parte stare, ma cogliere una occasione per fare riflessioni più approfondite.
Mattel non ha “spiegato” l’autismo, non voleva farlo e nemmeno doveva farlo.
L’autismo non si spiega certo con una bambola, come non si spiega una persona con un oggetto.
Quello che ha fatto, però, è un’altra cosa.
Negli ultimi mesi ha messo sugli scaffali (e senza tutto questo bailamme mediatico) bambole in carrozzina, con il diabete, down, audiolese, con protesi. In un mondo che da sempre esalta bellezza standard, perfezione, corpi senza attrito, questa scelta non è neutra, ok non è nemmeno una soluzione. Ma è una fessura.
Una fessura in un immaginario che per decenni ha detto chi era previsto e chi no, chi poteva essere accettato e chi scartato.
Una fessura da cui può entrare luce e da cui può uscire consapevolezza.
Non perché una bambola insegni cos’è l’autismo, la disabilità, la differenza o la diversità.
Ma perché dice la più semplice e radicale delle verità: questo fa parte del mondo, ma non come eccezione, non come emergenza, non come “tema di nicchia" ma come presenza.
Quelli che protestano, tra le altre cose, dicono che è marketing. Certo che lo è!
È un’azienda.
Ma dovremmo anche chiederci: marketing significa automaticamente "vuoto"? Dipende da cosa produce: una vetrina che si esaurisce lì, oppure uno squarcio nell’idea che esista un solo modo giusto di essere, di stare, di apparire?
Viviamo in una cultura che parla continuamente e a sproposito di inclusione, ma spesso pretende che la differenza sia ordinata, rassicurante, perfettamente spiegabile. In questo caso invece la differenza semplicemente c’è e si vede. Sarà imperfetta, magari discutibile e non esaustiva. Esattamente come lo è la realtà.
Il mondo non è una collezione di pezzi identici.
È un puzzle gigantesco fatto di miliardi di pezzi diversi.
E la verità è che, se fossero tutti uguali e perfetti, non si incastrerebbero mai.
Forse non dobbiamo chiederci se questa Barbie sia “giusta” o “sbagliata”, ma se siamo pronti ad accettare la differenza senza volerla prima controllare, spiegare, addomesticare.
Perché, se non lo siamo, il problema non è di sicuro una bambola.
Ma lo spazio che siamo (o non siamo) disposti a concedere a ciò che non ci somiglia.
Noi non molliamo
To be continued...