Psicologia Dalmine

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Disclaimer: appartengo alla categoria degli Psicologi n. 20767 esercito come Dott in tecniche psicologiche promuovo il benessere psicologico individuale, di gruppo e sociale attraverso attività di prevenzione, valutazione, psicoeducazione, consulenza.

Le recensioni evidenziano costantemente la sua capacità di creare un'alleanza terapeutica solida. Viene descritto come u...
12/03/2026

Le recensioni evidenziano costantemente la sua capacità di creare un'alleanza terapeutica solida. Viene descritto come un professionista:
​autentico e genuino. Capace di far sentire il paziente a proprio agio sin dal primo incontro.

L’Oms ha dichiarato la giornata dell' 11 marzo al ricordo della pandemia di Covid-19
11/03/2026

L’Oms ha dichiarato la giornata dell' 11 marzo al ricordo della pandemia di Covid-19

10/03/2026
Non è necessario aver vissuto traumi evidenti per sviluppare un bambino interiore sofferente. Anche piccole ferite emoti...
04/03/2026

Non è necessario aver vissuto traumi evidenti per sviluppare un bambino interiore sofferente.

Anche piccole ferite emotive, come sentirsi inascoltati o giudicati, possono lasciare un segno indelebile. Queste esperienze si sedimentano dentro di noi, creando le basi per emozioni e atteggiamenti che porteremo con noi nell'età adulta.

Un bambino interiore ferito può manifestarsi in modi sottili ma persistenti: insicurezza, paura del rifiuto, difficoltà a fidarsi o a esprimere i propri bisogni.

Il bambino interiore non è solo il ricordo delle nostre esperienze passate. È anche una parte viva e pulsante di noi, quella che conserva il desiderio di essere amato, la capacità di gioire spontaneamente e l’innocenza di guardare il mondo con curiosità.

È una fonte di risorse emotive che se riscoperta e curata, può trasformarsi in una forza straordinaria.
E. Morgan
Da pagina fb: le prime terapeute

C’erano due modi per Ilia Malinin di chiudere queste Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Poteva scappare sul primo volo pe...
27/02/2026

C’erano due modi per Ilia Malinin di chiudere queste Olimpiadi di Milano-Cortina 2026. Poteva scappare sul primo volo per gli Stati Uniti per nascondere la delusione, oppure poteva fare quello che ha fatto. E mi ha commosso.

Al Gala finale, niente paillettes. Solo jeans, una felpa grigia e una parola stampata sul petto, ma sottosopra: FEAR. Paura. 🙃

Portare quella scritta al contrario è stato un colpo di genio e di cuore: ci ha costretti a cambiare prospettiva. La paura non si cancella, ci abita. Ma indossarla significa smettere di scappare e decidere di attraversarla.

Malinin doveva essere il re, invece è crollato.

Ma proprio sul ghiaccio ha deciso di raccontare quel peso, mimando il gesto che facciamo tutti ogni giorno — scorrere lo schermo del telefono — mettendo in scena la violenza dei commenti e la velocità con cui il giudizio del mondo ti solleva e ti distrugge nello stesso respiro.

Sulle note rap di “Fear”, Ilia non stava solo pattinando: stava urlando la sua vulnerabilità e mostrando i suoi demoni.

Poi, quel backflip finale che ha fatto tremare il palazzetto, si è ripreso tutto. Non una medaglia, ma la sua dignità.

Non per una medaglia, ma per la sua dignità.

Ci ha ricordato che il vero campione è chi ha il coraggio di ammettere il terrore di non farcela, di essere fragile, e decide di restare quando sarebbe più facile mollare.

" A testa alta, con la paura addosso, ma guardandola negli occhi.
Alle sue condizioni."

Grazie, Ilia! 💪❤️
Massimiliano Lelli

“Il bambino maltrattato non smette di amare i suoi genitori, smette di amare se stesso.”A. Miller, psicoanalista Questa ...
21/02/2026

“Il bambino maltrattato non smette di amare i suoi genitori, smette di amare se stesso.”
A. Miller, psicoanalista

Questa frase ha un impatto molto potente. Si potrebbe ipotizzare che un bambino ferito smetta di amare chi lo ferisce.

A. Miller invece sostiene che il legame di dipendenza con il genitore è così vitale che il bambino non può permettersi di perdere il loro l’amore, da cui dipende per sopravvivere fisicamente ed emotivamente perciò, sceglie come meccanismo di difesa di amare loro e non amare sé.
In questo processo il bambino sacrifica l'immagine di sé pur di lasciare intatta l' immagine dei genitori.

Per un bambino, la perdita di un nonno è spesso il primo, traumatico confronto con il concetto di morte.«Al giorno d'ogg...
13/02/2026

Per un bambino, la perdita di un nonno è spesso il primo, traumatico confronto con il concetto di morte.

«Al giorno d'oggi si cerca in tutti i modi di evitare questo tema», spiega a 𝐿𝑒𝑔𝑔𝑜 𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭𝐚 𝐁𝐨𝐦𝐦𝐚𝐬𝐬𝐚𝐫, psicologa e psicoterapeuta, già referente del Gruppo di Lavoro Perinatalità, Infanzia e Adolescenza del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi.

«Possiamo usare metafore e analogie proprio come le piante che, se non hanno più acqua o sono molto vecchie, appassiscono. È un modo per dire che il nostro corpo a un certo punto smette di funzionare. Quello del "si è addormentato" non è una buona immagine: il bambino potrebbe associare il dormire al morire e sviluppare il terrore di andare a letto», suggerisce la psicologa.

La partecipazione ai riti ha una funzione importante: «Il funerale è l'esperienza che le persone reggono meglio perché senti che non sei solo, condividi la sofferenza con gli altri. È un atto di consolazione collettiva che fa bene anche ai più piccoli, dai 7-8 anni in su», prosegue.

Se il nonno sta morendo, fingere che tutto vada bene non protegge davvero il bambino. È meglio prepararlo con gradualità: «Se sappiamo che è questione di mesi, dobbiamo prepararlo. Questo gli permette di fare un saluto particolare, di dire ai nonni cose belle che diventeranno un pensiero consolante dopo. Sapere di aver detto "ti voglio bene" nel momento giusto è un farmaco potente contro il senso di colpa e il vuoto».

Infine, la memoria si coltiva nella quotidianità. «Oggi che abbiamo fotografie ovunque, è importante ricordare i nonni nei fatti, nelle cose che abbiamo fatto insieme o in quello che loro dicevano dei nipoti. Raccontare storie li tiene in vita», conclude.

Per l’articolo completo 👇
https://www.leggo.it/italia/cronache/11_febbraio_2026_morte_nonni_bambini_come_spiegare_psicologa_roberta_bommassar-9339217.html?refresh_ce

Ciò che rende un analista sensibile ai problemi del paziente non è tanto il fatto di non aver subito lui stesso dei trau...
08/02/2026

Ciò che rende un analista sensibile ai problemi del paziente non è tanto il fatto di non aver subito lui stesso dei traumi, quanto piuttosto la circostanza di averli potuti vivere ed esprimere. Egli potrà accompagnare più liberamente i suoi pazienti nell’esperienza di vivere i loro traumi infantili, soltanto se non dovrà più temere i propri, subiti nell’infanzia o nella pubertà.
Alice Miller, psicoanalista

"Éssere psicologicamente liberi significa non dover più nascondere nulla a se stessi." – Alice Miller.​Spesso passiamo l...
08/02/2026

"Éssere psicologicamente liberi significa non dover più nascondere nulla a se stessi." – Alice Miller.

​Spesso passiamo la vita cercando di soddisfare aspettative altrui nate nell'infanzia. Riconoscere la propria storia è l'unico modo per smettere di ripeterla.

​La mia figura professionale supporta questi percorsi di prevenzione e riabilitazione psicologica.
Disegno Gianluca Minelli

Molti adulti vivono una vita che non appartiene a loro, senza sapere perché. Alice Miller lo definiva "il dramma del bam...
07/02/2026

Molti adulti vivono una vita che non appartiene a loro, senza sapere perché. Alice Miller lo definiva "il dramma del bambino dotato": quel bambino che, per non perdere l’amore dei genitori, impara a ignorare i propri bisogni per soddisfare quelli degli adulti.
Alice Miller, psicoanalista

QUANDO CHIEDO DI PRENDERE PER MANO IL NOSTRO FANCIULLO INTERIORE:Riconoscere il dolore del proprio bambino interiore è u...
01/02/2026

QUANDO CHIEDO DI PRENDERE PER MANO IL NOSTRO FANCIULLO INTERIORE:
Riconoscere il dolore del proprio bambino interiore è un atto coraggioso, ed è già cura.

È il momento in cui la verità finalmente emerge, in cui ciò che era stato negato o minimizzato trova voce. Si vede la ferita, si sente la rabbia e la tristezza, si smette di raccontarsi che “in fondo non è stato poi così grave”.

Ma c’è un passaggio altrettanto importante, delicato, spesso sottovalutato, in cui non basta più solo vedere. Si tratta del momento in cui l’adulto è chiamato ad avvicinarsi.

Per molti questo passaggio è difficile, a volte persino disturbante, perché quella bambina o quel bambino fragile a volte ci mette a disagio, ci sembra ingenuo, vulnerabile, “stupido” perfino — come se avesse davvero potuto capire, da solo, ciò che gli veniva fatto.

Ma nessun bambino nasce con un metro per misurare la normalità, con parametri di confronto, con strumenti per sapere l’assenza emotiva in cui è immerso.
Ha un solo compito: sopravvivere.
E quando si verificano questo smarrimento, confusione, cecità, non è mai perché quella parte ha qualcosa che non va, ma è perché il suo dolore, allora, non è stato accompagnato da nessuno.

Ed è qui che entra in scena l’adulto di oggi.
Non per riparare il passato, non per dover perdonare chi ci ha ferito, non per fare finta che “è tutto a posto”, ma per fare qualcosa di infinitamente più reale e prezioso: essere presente, restare, accompagnare, esserci.
Adesso.
Il compito dell’adulto è dire a quel bambino: “Ora ci sono io. Ti vedo. Non ti giudico. Facciamo un passo alla volta.”

A volte questo passo è minuscolo: una parola detta con più sincerità, un confine posto con dolcezza, un gesto che un tempo ci era negato, un rischio piccolissimo ma nuovo.

Sono forme di “esposizione gentile”: non buttarsi nel fuoco, ma avvicinarsi al calore con cautela, con self-compassion, con dignità.

Non è un atto di forza, è un atto di responsabilità. E’ rimanere quado la paura si riattiva, rassicurare quando una situazione presente richiama un’antica minaccia, osare quando sarebbe più facile evitare.

Allora non c’era nessuno ad accompagnare quel bambino, oggi invece ci siamo noi.
E, per quanto spaventi, è proprio lì che comincia la guarigione profonda, che il processo terapeutico comincia davvero a muoversi.

Dr. Marco Puricelli, psicoterapeuta psicodinamico milleriano – EMDR

Il tema del pianto nei neonati è estremamente delicato e solleva spesso dubbi, specialmente per chi opera nel settore de...
24/01/2026

Il tema del pianto nei neonati è estremamente delicato e solleva spesso dubbi, specialmente per chi opera nel settore della salute mentale e del benessere psicologico.
​Sappiamo bene che il pianto è l'unico strumento comunicativo a disposizione del neonato per segnalare bisogni primari, disagio fisico o necessità di regolazione emotiva.

​1. Il Pianto come Comunicazione
​Il neonato non piange per "capriccio" o per manipolare l'adulto (funzioni cognitive che si sviluppano molto più tardi). Il pianto attiva nel caregiver una risposta biologica di allerta finalizzata alla sopravvivenza.
​Bisogni fisiologici: Fame, sonno, cambio del pannolino, caldo/freddo.
​Bisogni emotivi: Bisogno di contatto (holding), sovrastimolazione sensoriale, necessità di scaricare la tensione della giornata.

​2. Il mito del "lasciar piangere" (metodo Ferber)
​Esistono diverse scuole di pensiero, ma la ricerca neuroscientifica e psicologica moderna (teoria dell'attaccamento) mette in guardia dal lasciare i neonati a piangere per lunghi periodi senza intervento:
​Risposta da stress: Il pianto prolungato innalza i livelli di cortisolo nel sangue.
​Regolazione emotiva: Il neonato non sa autoregolarsi; ha bisogno della "co-regolazione" del caregiver per imparare a calmarsi.
​Fiducia di base: Rispondere prontamente al pianto favorisce lo sviluppo di un attaccamento sicuro.

​3. Quando il pianto è inconsolabile
​Esistono situazioni in cui il neonato piange nonostante tutti i bisogni siano soddisfatti (es. coliche o pianto del crepuscolo). In questi casi, l'obiettivo non è necessariamente "fermare" il pianto a tutti i costi, ma:
​Restare presenti: Il neonato trae beneficio dalla vicinanza fisica e dalla calma del caregiver, anche se continua a piangere.
​Prevenzione della fatica della Mamma//papà: È fondamentale che il caregiver, se esausto, possa passare il bambino a qualcun altro o metterlo in sicurezza per qualche minuto per evitare reazioni impulsive (come la sindrome del bambino scosso).

​​Sostenere la genitorialità: Aiutare i genitori a decodificare i segnali del bambino.
​Prevenire il disagio: Monitorare situazioni di eccessivo stress o depressione post-partum che possono alterare la risposta al pianto.
​Educazione: Informare correttamente sulle tappe dello sviluppo psicomotorio e affettivo.

Indirizzo

Viale Natale Betelli 102
Dalmine
24044

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 21:00
Martedì 09:00 - 21:00
Mercoledì 09:00 - 21:00
Giovedì 09:00 - 21:00
Venerdì 09:00 - 21:00
Sabato 09:00 - 19:00

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