01/02/2026
QUANDO CHIEDO DI PRENDERE PER MANO IL NOSTRO FANCIULLO INTERIORE:
Riconoscere il dolore del proprio bambino interiore è un atto coraggioso, ed è già cura.
È il momento in cui la verità finalmente emerge, in cui ciò che era stato negato o minimizzato trova voce. Si vede la ferita, si sente la rabbia e la tristezza, si smette di raccontarsi che “in fondo non è stato poi così grave”.
Ma c’è un passaggio altrettanto importante, delicato, spesso sottovalutato, in cui non basta più solo vedere. Si tratta del momento in cui l’adulto è chiamato ad avvicinarsi.
Per molti questo passaggio è difficile, a volte persino disturbante, perché quella bambina o quel bambino fragile a volte ci mette a disagio, ci sembra ingenuo, vulnerabile, “stupido” perfino — come se avesse davvero potuto capire, da solo, ciò che gli veniva fatto.
Ma nessun bambino nasce con un metro per misurare la normalità, con parametri di confronto, con strumenti per sapere l’assenza emotiva in cui è immerso.
Ha un solo compito: sopravvivere.
E quando si verificano questo smarrimento, confusione, cecità, non è mai perché quella parte ha qualcosa che non va, ma è perché il suo dolore, allora, non è stato accompagnato da nessuno.
Ed è qui che entra in scena l’adulto di oggi.
Non per riparare il passato, non per dover perdonare chi ci ha ferito, non per fare finta che “è tutto a posto”, ma per fare qualcosa di infinitamente più reale e prezioso: essere presente, restare, accompagnare, esserci.
Adesso.
Il compito dell’adulto è dire a quel bambino: “Ora ci sono io. Ti vedo. Non ti giudico. Facciamo un passo alla volta.”
A volte questo passo è minuscolo: una parola detta con più sincerità, un confine posto con dolcezza, un gesto che un tempo ci era negato, un rischio piccolissimo ma nuovo.
Sono forme di “esposizione gentile”: non buttarsi nel fuoco, ma avvicinarsi al calore con cautela, con self-compassion, con dignità.
Non è un atto di forza, è un atto di responsabilità. E’ rimanere quado la paura si riattiva, rassicurare quando una situazione presente richiama un’antica minaccia, osare quando sarebbe più facile evitare.
Allora non c’era nessuno ad accompagnare quel bambino, oggi invece ci siamo noi.
E, per quanto spaventi, è proprio lì che comincia la guarigione profonda, che il processo terapeutico comincia davvero a muoversi.
Dr. Marco Puricelli, psicoterapeuta psicodinamico milleriano – EMDR