28/01/2026
Spesso pensiamo al “no” come a una chiusura o a un atto di negatività. In realtà il “no” è uno strumento di selezione. Dicendo di no a ciò che non ci appartiene, che ci sfinisce o che non è in linea con i nostri valori, liberiamo letteralmente lo spazio (temporale, emotivo ed energetico) necessario per accogliere ciò a cui vogliamo dire veramente “sì”. Senza il “no”, il nostro “sì” è soffocato da impegni presi per senso di colpa o dovere.
Immagina l’acqua: senza un contenitore, si disperde ovunque. I confini agiscono come le pareti di quel contenitore. Definendo ciò che accettiamo e ciò che non accettiamo, diamo una forma e una struttura alla nostra vita. Quando diciamo “sì” all’interno di questi confini chiari, quel “sì” non è disperso o forzato, ma è solido e genuino. Sappiamo esattamente perché stiamo dicendo di sì e fin dove quel consenso si spinge.Se una persona non è psicologicamente o socialmente in grado di dire “no”, allora ogni suo “sì” è obbligatorio, non elettivo. Un “sì” che non può essere un “no” non è un atto di volontà, ma una sottomissione o un automatismo. La capacità di rifiutare è ciò che restituisce valore e dignità al nostro consenso: solo quando il “no” è un’opzione reale, il “sì” diventa un dono consapevole e un atto di potere personale.
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