Dott.ssa Monica Alviti psicologa

Dott.ssa Monica Alviti psicologa Seconda sede: STUDIO DI PSICOLOGIA
presso Studio Battilana, via Pia 1, Mogliano Veneto (TV)

21/02/2026
12/02/2026

Vergogna: l’emozione che ci fa nascondere
Chi mi conosce oggi fatica a credere che c'è stato un tempo in cui sono stata timida e vergognina. Mi si diceva che avevo paura anche della mia ombra, affermazione che, seppur detta con leggerezza, creava in me un forte senso di inadeguatezza.
La vergogna è una delle emozioni più complesse da affrontare, perché mette a giudizio la nostra identità: non si tratta solo di sentirsi in imbarazzo per qualcosa che abbiamo fatto, ma spesso di chi siamo agli occhi degli altri. Abbiamo così tanto bisogno di essere visti sebbene l'impulso sia quello invece di nasconderci, a volte fino a voler sparire.

La vergogna si sviluppa con la crescita e dipende dal contesto sociale in cui viviamo. Non è innata ma viene presto appresa attraverso le norme sociali. Impariamo che certi comportamenti sono accettati mentre altri no, e finiamo per non sentirci all’altezza di ciò che “dovremmo” essere.

Avrei voluto sparire, diventare invisibile, nascondermi e il primo a manifestare tutto il mio disagio e a non collaborare era il mio corpo: arrossivo immediatamente, abbassare lo sguardo, mi irrigidivo. E tutto questo condizionava parecchio la mia interazione con gli altri.

Non si prova vergogna quando non ci sono occhi che ti guardano. La vergogna ha una forte componente relazionale. È nella relazione che nasce e si alimenta, ma è anche nella relazione stessa che può trovare conforto.
Penso a quante volte ho evitato di parlare in pubblico per timore di fare una br**ta figura o a quando non ho avuto coraggio di esprimere i miei sentimenti per paura di essere delusa e non ricambiata. E a come poi, un giorno, ci sia riuscita perché c'era accanto a me qualcuno che mi sosteneva e credeva in me. E quando non c'era qualcuno, ho imparato col tempo ad esserci io per me!

Credo di averla superata il giorno in cui mi sono laureata. Quando mi hanno proclamato dottoressa in psicologia, ho dimostrato a me stessa che potevo farcela, che mi ero prefissata un obiettivo e che l'avevo raggiunto, che potevo credere e investire in me. Questo mi ha dato coraggio e ha colmato i vuoti della mia scarsa, allora, autostima.
Ho smesso di essere troppo severa con me stessa, di giudicarmi "non abbastanza".

Provare vergogna non è segno di debolezza. Anzi, è un indicatore del nostro desiderio di appartenenza e riconoscimento. Nasconderci è una difesa che in qualche modo vorrebbe poter proteggere, ma di fatto lo ostacola, il desiderio di essere visti. Prima che dagli altri, da noi stessi!

Nel percorso verso la costruzione della nostra identità, la vergogna non deve essere eliminata, ma integrata. Riconoscerla, accoglierla e trasformarla significa restituirsi il diritto di essere umani, con le proprie fragilità ma anche e soprattutto con il proprio autentico valore.

____Vergogna: l’emozione che ci fa nascondere___Chi mi conosce oggi fatica a credere che c'è stato un tempo in cui sono ...
12/02/2026

____Vergogna: l’emozione che ci fa nascondere___

Chi mi conosce oggi fatica a credere che c'è stato un tempo in cui sono stata timida e vergognina. Mi si diceva che avevo paura anche della mia ombra, affermazione che, seppur detta con leggerezza, creava in me un forte senso di inadeguatezza.
La vergogna è una delle emozioni più complesse da affrontare, perché mette a giudizio la nostra identità: non si tratta solo di sentirsi in imbarazzo per qualcosa che abbiamo fatto, ma spesso di chi siamo agli occhi degli altri. Abbiamo così tanto bisogno di essere visti sebbene l'impulso sia quello invece di nasconderci, a volte fino a voler sparire.

La vergogna si sviluppa con la crescita e dipende dal contesto sociale in cui viviamo. Non è innata ma viene presto appresa attraverso le norme sociali. Impariamo che certi comportamenti sono accettati mentre altri no, e finiamo per non sentirci all’altezza di ciò che “dovremmo” essere.

Avrei voluto sparire, diventare invisibile, nascondermi e il primo a manifestare tutto il mio disagio e a non collaborare era il mio corpo: arrossivo immediatamente, abbassavo lo sguardo, mi irrigidivo. E tutto questo condizionava parecchio la mia interazione con gli altri.

Non si prova vergogna quando non ci sono occhi che ti guardano. La vergogna ha una forte componente relazionale. È nella relazione che nasce e si alimenta, ma è anche nella relazione stessa che può trovare conforto.
Penso a quante volte ho evitato di parlare in pubblico per timore di fare una br**ta figura o a quando non ho avuto coraggio di esprimere i miei sentimenti per paura di essere delusa e non ricambiata. E a come poi, un giorno, ci sia riuscita perché c'era accanto a me qualcuno che mi sosteneva e credeva in me. E quando non c'era qualcuno, ho imparato col tempo ad esserci io per me!

Credo di averla superata il giorno in cui mi sono laureata. Quando mi hanno proclamato dottoressa in psicologia, ho dimostrato a me stessa che potevo farcela, che mi ero prefissata un obiettivo e che l'avevo raggiunto, che potevo credere e investire in me. Questo mi ha dato coraggio e ha colmato i vuoti della mia scarsa, allora, autostima.
Ho smesso di essere troppo severa con me stessa, di giudicarmi "non abbastanza".

Provare vergogna non è segno di debolezza. Anzi, è un indicatore del nostro desiderio di appartenenza e riconoscimento. Nasconderci è una difesa che in qualche modo vorrebbe poter proteggere, ma di fatto lo ostacola, il desiderio di essere visti. Prima che dagli altri, da noi stessi!

Nel percorso verso la costruzione della nostra identità, la vergogna non deve essere eliminata, ma integrata. Riconoscerla, accoglierla e trasformarla significa restituirsi il diritto di essere umani, con le proprie fragilità ma anche e soprattutto con il proprio autentico valore.

12/02/2026

Ieri sera ultimo incontro anche per la seconda classe.
Tema: la gioia.
Eccola! 😍😍

09/02/2026
Apri la finestra appena sveglio,anche se hai sonno.L’aria nuova rimette in fila i pensieri,meglio di mille frasi motivaz...
08/02/2026

Apri la finestra appena sveglio,
anche se hai sonno.
L’aria nuova rimette in fila i pensieri,
meglio di mille frasi motivazionali.
Lascia entrare il giorno senza difese:
non deve essere perfetto,
deve solo, semplicemente,
accadere.

Bevi il caffè senza fare altro:
niente telefono,
niente notizie,
solo il calore tra le mani.
Quel sorso lento
è una tregua firmata col mondo:
cinque minuti così
sono cura.

Prima di rispondere a tutti,
rispondi a te stesso.
Fai silenzio un attimo,
senti dove sei davvero.
Non tutto è urgente,
non tutto ti appartiene.
Il cuore lavora meglio
quando può riposare.

Guardati allo specchio con rispetto,
non per correggere,
ma per riconoscerti.
Sei arrivato fin qui,
anche inciampando,
anche stanco.
Questa faccia qui
merita dolcezza.

Porta con te un poco di attenzione:
è cibo che non pesa.
Se incontri un cane dagli occhi stanchi
o un gatto che conosce i margini,
fermati un secondo. È sufficiente.
L’universo si stringe in quel gesto.
Niente è piccolo quando è visto,
niente è solo quando è accolto.

Cammina un po’ più piano,
non per paura,
per attenzione.
Il mondo parla a volume basso,
le cose belle non urlano:
se rallenti le incontri,
se corri,
le superi.

Quando qualcosa fa male,
abbracciala.
Metti una mano lì,
come si fa con chi piange.
Il dolore non va risolto,
va ascoltato:
spesso si scioglie
quando smetti di scacciarlo.

Porta sempre una parola buona,
anche se non sai a chi darla.
Succede che serve a te.
Una gentilezza detta a caso
fa centro da qualche parte.
Nulla di luminoso si perde:
fa giri lunghi,
ma arriva.

Andare con calma,
offrire poesia,
restare in empatia col mondo,
sentirsi fortunati perché vivi,
respirare meglio,
sapere che basta poco
se lo guardi davvero,
e lasciare che il giorno
faccia il suo giro.

(A. Faber)

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08/02/2026

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Nutrizione
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Health coaching

7 febbraio 2026: inaugurazione ufficiale di FisicaMente
08/02/2026

7 febbraio 2026: inaugurazione ufficiale di FisicaMente

07/02/2026

Inaugurazione FisicaMente Favaro

07/02/2026

È stata una mattinata emozionante! Abbiamo inaugurato ufficialmente FisicaMente Favaro.
Felici di aver condiviso con voi questo nuovo traguardo. Parenti, amici, vecchi pazienti e qualche "curioso". Grazie per la vostra calorosa partecipazione, i complimenti e l'entusiasmo dimostrato ❤️

Per ricordarvi che:
05/02/2026

Per ricordarvi che:

____________E FATTELA UNA RISATA! ______________Quando è stata l'ultima volta che hai riso di gusto? Quando mi è stata f...
03/02/2026

____________E FATTELA UNA RISATA! ______________

Quando è stata l'ultima volta che hai riso di gusto? Quando mi è stata fatta questa domanda ho pensato tra me e me: "Beh, facile! L'altra sera, al pub, con il mio amico Gaetano. Basta che ci guardiamo un attimo, ci capiamo al volo e iniziamo a ridere come due pazzi!".
E l' ultima volta che hai riso di rabbia?
Oh dio, ridere di rabbia... ci ho dovuto pensare un po', un bel po'. La rabbia non è un'emozione che sperimento spesso, fortunatamente. Quando mi arrabbio con i miei figli, mi passa presto. Se mi arrabbio per un'ingiustizia subita, certo non mi viene da ridere! Ridere di rabbia...forse quando per non esplodere, e per non farmi vedere vulnerabile, mi si stampa in faccia una sorta di ghigno malefico, una risata quasi isterica, che in realtà nasconde frustrazione, disgusto, delusione. Però ridere di rabbia, proprio non mi viene!
Mi ha spiazzato totalmente l'ultima domanda: quando è stata l'ultima volta che hai riso di gioia? Più che pensare all'ultima, la vera domanda che mi sono fatta è stata: ma io ho mai riso di gioia?
Ecco che tento di aprire il file dei ricordi.
Da piccola ridevo molto. Ero una bambina serena e allegra. All'asilo probabilmente ho riso molto. Si giocava sempre e le regole per una buona convivenza erano poche.
Alle elementari ho riso abbastanza. Non c'era più così tanto tempo per il gioco e le regole si facevano più numerose ma ero spensierata.
Alle medie ho riso sufficientemente. Non c'era più tempo per il gioco ma non si faceva ancora troppo "sul serio".
Alle superiori non si scherza più: mi dicevano che dovevo iniziare a pensare al tuo futuro, a imparare un lavoro, a mettere la testa a posto, a prendermi le mie responsabilità.
All'università ero una giovane adulta con tutta una vita davanti, piena di sogni e progetti. Ma anche piena di aspettative. Non le mie. Quelle dei miei genitori, dei miei amici, dei professori, della società. Una vita piena di speranze ma anche un'esistenza fatta di piccole paure: ce la farò? Chi diventerò da grande? Riuscirò a realizzarmi? Sarò felice? Avrò ancora tempo per divertirmi? E per ridere?
"Prima il dovere e poi il piacere". Ma gli adulti sono così pieni di doveri, che il tempo per il piacere è pochissimo, addirittura nullo.
Ad un adulto che ride di gusto viene chiesto di contenersi. Di mantenere un basso profilo, di colorare dentro i bordi, di scrivere tra le righe. Di essere educato, rispettoso, controllato.
Non si piange; è da deboli. Non si urla, è da maleducati. Non si ride, è da bambini...
Quando è stata l'ultima volta che ho riso di gioia? Non sorriso, non riso ad una battuta, non riso per non piangere.
P***a miseria, che domanda difficile!

Da Google: "Da adulti si ride meno a causa dell'aumento di responsabilità, stress, preoccupazioni e un approccio alla vita più cinico o formale rispetto all'infanzia. Con l'età, le risate spontanee diminuiscono notevolmente, spesso sostituite da risate nervose o di cortesia, riducendo la frequenza del riso genuino che caratterizza i bambini".

Eppure ridere fa così bene. Pensiamoci...

Indirizzo

Via Triestina 54, Int. 18
Venice
30173

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 14:00 - 18:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 11:00 - 18:00
Venerdì 09:00 - 17:00

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Chi sono

Mi chiamo Monica, ho 44 anni e sono una figlia, una sorella, una moglie, una mamma, un’amica e una psicologa. Sono figlia e sorella di una famiglia tradizionale, attaccata ai sani valori della vita. Sono moglie e madre di una famiglia moderna, influenzata dai ritmi strenuanti della società del nuovo millennio. Sono un’amica più o meno presente per chi ha intrecciato da molto vicino la sua vita alla mia e sono psicologa, quella che definisco la mia “mission”!

Mi sono laureata in Psicologia presso l'Università degli Studi di Padova il 06/11/2003 con una tesi dal titolo "Il Questionario di Soddisfazione di Coppia: contributo alla validazione". Ho svolto il mio tirocinio presso l'"Associazione Centro Santa Maria Mater Domini di formazione e consulenza alla coppia e alla famiglia - ONLUS" di Venezia, consultorio familiare (area di psicologia generale) e presso il Centro per la Tutela del Minore "Fondazione Mater Domini CTB - ONLUS" di Marghera, comunità alloggio (area di psicologia evolutiva). Superato l’esame di Stato, è seguita l’Iscrizione alla sezione A dell'Albo degli Psicologi della Regione Veneto con il numero 5295.

Sono entrata ufficialmente nel mondo del lavoro nel dicembre del 2005 collaborando con il Baby Parking "Qui Quo Qua" di Mestre per il progetto di sostegno alla genitorialità "E' arrivato un bebè...essere genitori che fatica!" con la programmazione di incontri per i neo genitori. Dal 2007 al 2010 ho collaborato con l' “Associazione Centro Santa Maria Mater Domini per la formazione e la consulenza della coppia e della famiglia ONLUS” di Mestre e Venezia. Dal 2011 sono psicologa libera professionista ad orientamento sistemico-familiare, inizialmente presso lo studio di Psicologia Corporea e attualmente presso il Centro di Benessere Psicologico sito a Mestre-Venezia. Nel 2012-13 ho collaborato con l'Associazione Parkinsoniani Mestre e Venezia per la progettazione di incontri e seminari per i malati e i loro familiari.