26/08/2019
Una diagnosi, in psicologia clinica, non è che un'arbitraria descrizione di un insieme di osservazioni di "modi di funzionamento" (comportamenti e atteggiamenti) di una persona di fronte a un dato evento, una data situazione, un dato momento di esperienza. Già sovraestenderla (per mera supposizione) al "totale" del funzionamento di quella persona è un'operazione non scientifica e pericolosa. Ma trasformare questa "descrizione" in qualcosa di reale (dicesi "reificazione") è il più grave insulto si possa fare a una disciplina che pretende scientificità.
Quando, oltretutto, si attribuisce questa diagnosi come etichetta, si lede la persona.
Se la cosiddetta "diagnosi" ha un senso o una finalità è soltanto per comodità comunicativa tra professionisti, ma è ampiamente dimostrato quanto dannosa sia per un'autentica relazione di supporto al cambiamento adattativo (già definirla "terapeutica" è un ulteriore insulto alla scienza psicologica).
Milioni di persone possono riconoscersi in questa esperienza, grazie anzitutto a Carl Rogers, che per primo svincolò la sofferenza emozionale dalle grinfie della medicina e della psichiatria (ma non fu il solo ... Laing, Satzs, Lidz, Arieti ...).
Soffrire emozionalmente fino a livelli di compromissione adattativa è esperienza naturale e umana, non è patologia.
Patologico è reificare questa sofferenza anziché comprenderla per aiutare la persona a superarla.