11/02/2026
Nella ###IV Giornata Mondiale del Malato, che si celebra oggi, Papa Leone XIV sceglie di tornare alla parabola del Buon Samaritano per parlare di cura, di responsabilità e di prossimità. Un racconto antico che, letto oggi, sembra descrivere con sorprendente precisione il senso più profondo dell’assistenza sanitaria e il cuore della relazione tra chi soffre e chi si prende cura.
Nel suo messaggio, il Pontefice ricorda che la parabola narrata da Luca non risponde tanto alla domanda “chi è il mio prossimo”, quanto a quella più scomoda e decisiva: come diventare prossimo. Il samaritano, infatti, non si limita a provare compassione, ma agisce. Si ferma, guarda, si avvicina, medica le ferite, accompagna, paga di tasca propria e soprattutto dona il proprio tempo. In un mondo dominato dalla rapidità e dalla cultura dello scarto, Papa Leone XIV sottolinea come la compassione autentica richieda uno sguardo capace di vedere davvero l’altro. Non uno sguardo distratto o frettoloso, ma aperto e attento, simile a quello di Cristo. È in questa scelta di fermarsi che l’amore prende forma concreta e diventa relazione.
La compassione, spiega il Papa, non è un sentimento astratto né un moto puramente interiore. È un’emozione che spinge all’azione e che trova compimento nella relazione. Il samaritano non agisce da solo: coinvolge l’albergatore, costruisce una rete di cura, trasforma un gesto individuale in una risposta condivisa. È qui che la cura dei malati assume una dimensione sociale ed ecclesiale. Familiari, operatori sanitari, volontari, persone impegnate nella pastorale della salute: tutti concorrono a dare corpo a quella compassione che diventa “noi”, più forte della somma delle singole individualità. Una dinamica che, come ricorda il Pontefice citando San Cipriano, misura anche la salute morale di una società, capace o meno di prendersi cura dei più fragili.
Nel messaggio emerge con forza l’idea che il dolore non sia mai estraneo. Il malato non è un altro lontano, ma una parte dello stesso corpo di cui tutti siamo membra. Per questo, portare il dolore dell’altro non significa semplicemente alleviarlo, ma riconoscerlo come proprio. Una visione che richiama il senso più profondo dell’unità e che invita a superare una cura ridotta a prestazione, per riscoprirne la dimensione umana e relazionale. In questa prospettiva, anche il dolore, se accolto e condiviso, può diventare luogo di comunione e di speranza, contribuendo a rafforzare legami e a costruire una comunità più solidale.