16/12/2025
Ogni tre secondi nel mondo una persona sviluppa una forma di demenza, una delle grandi sfide della medicina contemporanea. Secondo l’OMS, oltre 55 milioni di persone convivono oggi con questa condizione e ogni anno si registrano quasi 10 milioni di nuovi casi. Come evidenziato dal servizio Decoding Dementia del settimanale New Scientist (11 ottobre 2025), la demenza non è un evento improvviso ma un processo lungo e complesso che può iniziare decenni prima dei sintomi. Per anni l’Alzheimer è stato attribuito principalmente all’accumulo di beta-amiloide e proteina TAU, ma la ricerca più recente mostra un quadro più articolato, in cui infiammazione, metabolismo, fattori vascolari, microbiota e genetica interagiscono nel tempo alterando l’equilibrio cerebrale. Oggi strumenti avanzati come il neuroimaging e i biomarcatori nel sangue permettono di individuare questi cambiamenti precoci, rendendo la diagnosi più accessibile e meno invasiva.
Queste scoperte hanno aperto la strada alle prime terapie capaci di modificare il decorso della malattia, rallentando il declino cognitivo se somministrate nelle fasi iniziali. Pur essendo complesse e costose, rappresentano un cambio di paradigma: non più solo alleviare i sintomi, ma intervenire sui meccanismi della malattia.
Il vero punto di svolta è quindi la diagnosi precoce, supportata da biomarcatori, imaging e modelli genetici, che consente di individuare le alterazioni silenziose prima dei disturbi evidenti. A questo si affianca il ruolo centrale della prevenzione: molti fattori di rischio per la demenza coincidono con quelli cardiovascolari, come ipertensione, diabete, obesità, sedentarietà, fumo e isolamento sociale. Intervenire sullo stile di vita, mantenendo il cervello attivo, allenato e socialmente connesso, può rafforzare la riserva cognitiva e rendere il cervello più resistente al declino.
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