Matteo Pucci Psicologo

Matteo Pucci Psicologo Psicologo | Istruttore Mindfulness MBSR | Aiuto persone sopraffatte da ansia e stress a ritrovare calma, equilibrio e fiducia in sé. 🌿

07/02/2026

La vergogna non ha bisogno di pubblico.
Molte persone pensano di soffrire per il giudizio degli altri,
quando in realtà stanno lottando con uno sguardo che ormai è diventato interno.
Un giudice interiorizzato che valuta, condanna, etichetta —
e che continua ad agire anche quando fuori non c’è nessuno che giudica.
È per questo che i feedback positivi spesso non bastano.
È per questo che ci si può sentire sbagliati anche quando si “fa tutto bene”.
Quando la vergogna diventa identitaria, l’autocritica sembra una forma di controllo o di motivazione.
In realtà attiva un sistema di minaccia: blocca, isola, irrigidisce.
E più lavora in silenzio, più diventa opprimente e autorinforzante.
Se la vergogna nasce nella relazione — nello sguardo dell’altro che poi interiorizziamo —
anche il modo per scioglierla passa dalla relazione.
Anche da quella con noi stessi.
Il lavoro sui pensieri e sul dialogo interiore è fondamentale ma funziona meglio se coadiuvato da Mindfulness e Self-compassion.
Se t'interessa sapere di più su come intervenire sulla Vergogna con l'autocompassione segui la pagina e rimani sintonizzato. Prossimamente farò un reel su questo argomento!

31/01/2026

L’autocritica, quando diventa eccessiva, non è funzionale.
Ma non nasce per farci del male.
Si struttura molto presto, in tenera età, come forma di automonitoraggio e autocorrezione:
un modo per adattarci alle reazioni degli adulti importanti, per mantenere il legame e sentirci al sicuro.
Il problema è che questa strategia, utile un tempo, può trasformarsi in un dialogo interno duro e punitivo che continuiamo a usare anche da adulti.
E allora più che proteggerci contribuisce al mantenimento di emozioni spiacevoli e rimuginio senza portarci a soluzioni concrete per ciò che ci affligge o lasciar fare il loro corso ai vissuti scomodi.
La buona notizia è che può essere cambiata.
Non eliminando la voce interiore, ma cambiando atteggiamento: sviluppando una relazione diversa con noi stessi.
Questa relazione si chiama self-compassion (autocompassione).
Autocompassione significa trattarsi con la stessa gentilezza, comprensione e supporto che offriremmo a un caro amico in difficoltà, accettando limiti ed errori come parte dell’esperienza umana, con consapevolezza e senza giudizio eccessivo.
Quando coltiviamo autocompassione si attiva il sistema calmante:
il corpo si regola, la mente si apre
e ci riavviciniamo a noi stessi e agli altri, invece di isolarci nell’autocritica.
Per coltivarla servono alcuni ingredienti fondamentali:
🔹 Gentilezza verso sé stessi
Rispondere alla sofferenza con comprensione, non con punizione.
🔹 Umanità comune
Riconoscere che soffrire, sbagliare e sentirsi inadeguati è parte dell’essere umani. Capita a tutti e quindi non è qualcosa che ci deve separare dagli altri.
🔹 Mindfulness
Essere presenti a ciò che proviamo — emozioni, pensieri, sensazioni — senza reprimerli, giudicarli o esserne sopraffatti.
In sintesi, la self-compassion è: • gentilezza invece che durezza
• connessione invece che isolamento
• accettazione invece che lotta continua
Non è autocommiserazione né autocompiacimento.
È una competenza psicologica che promuove resilienza, riduce lo stress e rende possibile il cambiamento.
👉 Se vuoi approfondire o capire come coltivare l’autocompassione nella tua vita, scrivimi in DM o contattami per saperne di più.

Avere chiari i propri valori è fondamentale perché orienta le scelte, dà coerenza alle azioni e aiuta a mantenere una di...
28/01/2026

Avere chiari i propri valori è fondamentale perché orienta le scelte, dà coerenza alle azioni e aiuta a mantenere una direzione anche nei momenti di incertezza. Quando i valori non sono chiari, è facile sentirsi bloccati, confusi o con la sensazione di non sapere dove si sta andando.
Ad esempio, nelle terapie cognitivo-comportamentali di terza generazione, come l’Acceptance and Commitment Therapy (ACT), i valori sono considerati una bussola: principi guida che indicano la direzione in cui muoversi nella vita. A differenza degli obiettivi, che sono concreti, specifici e legati a un risultato, i valori riguardano il modo di essere e il tipo di persona che vogliamo essere nel tempo. Gli obiettivi possono essere raggiunti o fallire; i valori restano come riferimento e possono continuare a guidare le scelte.
Quando una persona sente di non sapere cosa fare della propria vita, il punto spesso non è trovare subito l’obiettivo giusto, ma chiarire che cosa è davvero importante per sé. Ritrovare contatto con i propri valori aiuta a dare senso alle scelte, anche quando il futuro è incerto.
Per fare chiarezza sui valori possono essere utili tre passaggi:
1️⃣ Domande di introspezione
Chiedersi cosa conta davvero, cosa ci rende felici, cosa dà significato alla propria vita e cosa il dolore o il disagio stanno cercando di segnalare. Spesso anche ciò che fa soffrire indica ciò che è importante.
2️⃣ Come vorresti essere ricordato
Immaginare una persona cara che parla di te in un momento di passaggio della tua vita e chiederti che tipo di persona vorresti emergesse da quel racconto.
3️⃣ Guardare alle scelte già fatte
Rileggere anche le decisioni difficili o sbagliate, quando si è dovuto rinunciare a qualcosa, chiedendosi quali valori si stava cercando di onorare in quel momento.
I valori non eliminano la fatica, ma aiutano a non perdere la direzione.

20/01/2026

Quando rimugini il tuo pensiero è ripetitivo e perseverante.

Lo fai in maniera più o meno volontaria come mosso dallo "scopo" di affrontare e risolvere certi problemi, anche se a te sembra una cosa automatica e fuori dal tuo controllo.

Invece di alleviare quelle sensazioni spiacevoli e dolorose, queste vengono riattivate e la loro durata è prolungata. Questo ti impegnerà in un loop interminabile che non farà che stancarti mentalmente e aumentare il tuo livello di stress. Ma sopratutto rimuginare ti porterà sempre più lontano dall'agire in maniera concreta e funzionale.

E invece di trovare una soluzione valida, potresti "sbroccare" e comportarti quindi in maniera impulsiva e peggiorare davvero la situazione.

Il rimuginio ansioso in particolare, nasce da pensieri automatici e negativi rivolti al futuro.

La mente cerca di ridurre l’incertezza e la sensazione di pericolo.

Si concentra su quello che potrebbe andare male

e su come affrontarlo.

Il risultato, però, è l’opposto:

ansia, allerta e insicurezza aumentano.

Pensi ad una situazione futura: "e se va male?"

Mindfit-Palestra per la menteEsercizio #15 "Non riempire quel Silenzio" Il silenzio può essere comunicazione.Ma non ogni...
19/01/2026

Mindfit-Palestra per la mente
Esercizio #15 "Non riempire quel Silenzio"

Il silenzio può essere comunicazione.
Ma non ogni silenzio è rifiuto.
Quando l’attaccamento è ansioso, la mente tende a colmare i vuoti con interpretazioni catastrofiche:
“È arrabbiato con me.”
“Mi sta lasciando.”
“Non sono abbastanza.”
In realtà, il silenzio spesso significa semplicemente:
stanchezza, distrazione, spazio personale, altro da fare.
Allenare la mente a non riempire subito questi spazi riduce ansia, conflitti e bisogno di rassicurazione.
Obiettivo:
Ridurre le interpretazioni di abbandono nei momenti di distanza relazionale.
1. Nota il silenzio
Individua una situazione recente di mancata risposta o distanza emotiva.
Esempio:
“Non ha risposto per ore.”
“Era più freddo del solito.”
2. Osserva l’interpretazione automatica
Scrivi la prima storia che la tua mente ha creato.
“È arrabbiato con me.”
“Non gli importa.”
“Mi sta lasciando.”
3. Riconosci il meccanismo
Il silenzio può avere un significato.
Ma la tua mente ne ha scelto uno basato sulla paura dell’abbandono.
4. Sospendi il giudizio
Ripeti mentalmente:
“Non ho abbastanza informazioni per trarre conclusioni.”
Respira lentamente per 30–60 secondi.
5. Scegli una risposta più sana
Chiediti:
“Che comportamento tutelerebbe il mio equilibrio emotivo?”
Spesso la risposta è: aspettare, osservare, non reagire subito.
Non tutto il silenzio è rifiuto.
A volte è solo spazio.
E lo spazio non ha bisogno di essere riempito con la paura.

17/01/2026

Quando una persona ha uno stile di attaccamento ansioso (o insicuro-ambivalente),
il silenzio non è mai solo silenzio.
Diventa un segnale di allarme.
Questo stile si sviluppa spesso nell’infanzia,
in presenza di figure di riferimento incoerenti o emotivamente imprevedibili.
Il risultato, in età adulta, è un forte bisogno di vicinanza
accompagnato dalla costante paura dell’abbandono.
Per sentirsi al sicuro, la persona impara a:
– controllare i segnali dell’altro
– chiedere conferme
– anticipare i bisogni
– cercare rassicurazioni frequenti
Non per manipolare.
Ma per ridurre l’ansia.
“Sei arrabbiato con me?”
Spesso significa:
“Ho bisogno di sapere che è tutto ok.”
“Ho bisogno di sentire che non mi stai lasciando.”
Nel tempo, però, questo meccanismo può portare a:
bassa autostima, gelosia, dipendenza emotiva
e cicli di conflitto nella relazione.
Chi chiede rassicurazioni non si sente mai davvero tranquillo.
Chi le offre può sentirsi sotto pressione, svuotato, frainteso.
Capire da dove nasce questo bisogno è fondamentale.
Imparare a gestirlo in modo più funzionale, ancora di più.
Perché una relazione sana non si regge su rassicurazioni continue,
ma su sicurezza costruita nel tempo,
comunicazione chiara
e responsabilità emotiva condivisa.

Le etichette globali semplificano la realtà.E spesso trasformano un’esperienza in un giudizio su di sé, statico e poco m...
12/01/2026

Le etichette globali semplificano la realtà.
E spesso trasformano un’esperienza in un giudizio su di sé, statico e poco mutabile. Spesso quello a cui vai incontro è il blocco.
Prova questo esercizio in 4 passaggi:
1. Nota l’etichetta
Quale parola usi per giudicarti?
(es. “un disastro”, “invisibile”, “complicata”)
2. Chiediti:
Questa parola descrive chi sono
o come mi sento in questo momento?
3. Riformula
Trasforma l’etichetta in una descrizione più specifica:
– “Un disastro” → Sto vivendo una situazione difficile e mi sento sopraffatta, ho fatto alcuni sbagli ma posso imparare.
– “Invisibile” → In questo momento mi sento poco visto ma il mio valore non dipende solo dallo sguardo degli altri.
– “Complicata” → Ho emozioni complesse e non per questo sono sbagliata.
4. Chiediti: cosa cambia?
Se ci sono emozioni spiacevoli e difficili allora si tratta di accettarle. Quando ci sentiamo pronti invece si può iniziare a pensare di fare piccole azioni concrete che ci facciano sentire meglio.

Le parole che una persona usa per descriversi non sono mai neutre. Questo post nasce da una riflessione clinica su come ...
10/01/2026

Le parole che una persona usa per descriversi non sono mai neutre. Questo post nasce da una riflessione clinica su come le persone si etichettano. All'inizio del percorso sono talmente identificate con l'etichetta da ritenere che quello possa essere il loro unico modo di essere.
Queste "parole" sono il riflesso di modelli interni, strategie di adattamento e sistemi motivazionali che si sono strutturati nel tempo.
Quando qualcuno si definisce un’“orsa”, spesso non sta parlando di forza. Anche se è da una vita che si sforza di mostrarsi forte agli altri. Sta parlando di una strategia di protezione: non mostrarsi fragile per evitare di essere ferito.
È un comportamento difensivo, costruito sull’anticipazione del danno.
Quando si definisce “complicata”, non sta descrivendo la propria complessità emotiva,
ma un giudizio su di sé: “c’è qualcosa che non va in me”.
La complessità diventa un difetto, invece che una ricchezza.
Quando dice di essere “mielosa”, non sta solo parlando di emozioni.
Sta giudicando il fatto di esprimerle: come se sentire e mostrare ciò che si prova fosse eccessivo, debole o inappropriato.
Il lavoro terapeutico non consiste nel sostituire parole “negative” con parole “positive”.
Consiste nel cambiare lo sguardo con cui quelle parti vengono comprese.
Da difetto a funzione.
Da etichetta a significato.
Da giudizio a comprensione.
Perché dietro ogni parola c’è una storia.
E ogni storia merita di essere letta con più complessità. E forse prima che potessimo imparare a definirci in una certa maniera, qualcuno lo ha fatto per noi e pian piano quello è diventato l'unico modo in cui ci è stato possibile guardarci.

06/01/2026

Cit. monaco anonimo
Il silenzio non è solo una sensazione soggettiva.
Uno studio del 2013 pubblicato su Brain Structure and Function ha mostrato che due ore di silenzio possono favorire la neurogenesi nell’ippocampo, un’area chiave per memoria, emozioni e apprendimento.
In altre parole, il silenzio non è inattività: è riparazione.
Anche la neve lo dimostra in modo concreto.
Essendo porosa, assorbe le onde sonore invece di rifletterle.
Riduce lo stimolo uditivo e permette al cervello di uscire da una modalità reattiva e ansiosa, favorendo uno stato più immaginativo e riposante della Default Mode Network.
Il silenzio non è vuoto.
È uno spazio fertile.
Oggi, prova a ovattare il mondo.
Abbassa il volume.
Lascia che tutto diventi più morbido.
E ascolta cosa succede dentro.

05/01/2026

Gli obiettivi SMART sono uno strumento super potente per definire e raggiungere traguardi concreti.
Il termine SMART è un acronimo che ci aiuta a ricordare le caratteristiche essenziali che un obiettivo ben formulato dovrebbe avere. Ogni lettera rappresenta un criterio fondamentale. Vediamoli uno per uno.
S – Specifico
Un obiettivo deve essere chiaro. Più è vago, più è difficile capire cosa fare.
Chiediti: cosa voglio fare, quando e in che modo?
M – Misurabile
Devi poter capire se stai andando nella direzione giusta.
Chiediti: come faccio a sapere se sto facendo progressi?
A – Accessibile
L’obiettivo deve essere realistico rispetto al tempo e alle energie che hai.
Chiediti: posso davvero sostenerlo nella mia vita quotidiana?
R – Rilevante
Deve avere senso per te, non per gli altri.
Chiediti: perché è importante per me?
T – Temporalmente definito
Serve un tempo chiaro, altrimenti resta solo un’intenzione.
Chiediti: entro quando voglio provarci?
Gli obiettivi SMART aiutano a evitare un errore molto comune:
puntare troppo in alto, fallire, sentirsi incapaci e tornare alle vecchie abitudini.
Non servono obiettivi perfetti.
Servono obiettivi fattibili.

Un rituale "social" che ho trovato utile fare. Togli ciò che non serve, sporcizia, rumori di fondo, oggetti ingombranti ...
31/12/2025

Un rituale "social" che ho trovato utile fare. Togli ciò che non serve, sporcizia, rumori di fondo, oggetti ingombranti che non usi piu'. Cosi' farai spazio per cio' che è servito e vuoi tenere.
Se ti va scrivi qualcuno dei tuoi "dentro/fuori" nei commenti.
#2026

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