01/01/2026
Vi Auguro un 2026 con la possibilità di sentire la presenza dell’Amore di cui si parla in questo post
✨❤️
Ogni giorno alle 18:00 vengo schiacciato contro il muro del corridoio da un’ombra che pesa più o meno settantadue chili. Da fuori sembra un’aggressione. Per me, invece, è spesso l’unica cosa che mi tiene insieme.
Mi chiamo Maximo, ho trentaquattro anni e vivo in un monolocale piccolo, di quelli dove la cucina è un angolo e il letto è a due passi dal lavello. Una scatola in una città italiana che non smette mai davvero di fare rumore: motorini che passano anche tardi, un’ambulanza lontana, il vicino che trascina una sedia, l’acqua nei tubi che fa il suo respiro.
Lavoro “a chiamata”, tramite app. Un giorno porto qualcuno alla stazione, un altro consegno cibo tiepido al citofono di un palazzo elegante, un altro ancora monto mobili in case dove c’è profumo di detersivo buono e silenzio. Alla fine sono una valutazione, un numero, una stellina. Se sorrido e non faccio domande, sono “perfetto”. Se mi trema la voce perché sono stanco, divento “così così”.
E poi torno a casa. E a casa mi aspetta un mostro.
Si chiama Nerone. È un Alano, nero come la notte bagnata, enorme, con una testa pesante e occhi color ambra che a volte sembrano troppo intelligenti. Quando lo porto fuori nei marciapiedi rotti del quartiere, la gente si sposta. Una mamma prende per mano il bambino più forte. Qualcuno mi guarda e fa quel mezzo sorriso educato che significa: “Bello… però meglio stare alla larga.”
Li capisco. Nerone non è il cane da pubblicità. Non fa le feste buffe. Non corre dietro alla pallina con la lingua di fuori. Ha le labbra pendenti, un’aria seria, e un modo di stare fermo che mette soggezione.
Ma il problema non è l’aspetto.
Il problema è che Nerone non conosce le distanze.
Per i primi mesi pensavo fosse goffo. O testardo. In un mondo dove lo spazio personale è diventato un lusso, lui è un invasore nato. Se lavo i piatti, mi si piazza dietro, il petto contro la schiena, come un mobile appoggiato. Se mi siedo sul divano per controllare il conto e fingere che non mi faccia male, lui non si mette accanto: si gira, fa un passo indietro e si siede… su di me. Con tutto il suo peso sulle mie cosce, come se fosse la cosa più naturale del mondo.
“Ma ti pare, Nerone? Spostati…”, gli dicevo, spingendogli il costato. “Sei enorme.”
Lui mi guardava sopra la spalla, sbuffava quell’aria che sa di crocchette, e restava lì. Io ci vedevo maleducazione. Dominanza. Un altro peso da gestire, quando già la vita sembra fatta di cose che ti si appoggiano addosso: bollette, affitti che salgono, giornate che non finiscono mai, e quella stanchezza che ti resta nelle ossa.
Fuori, negli ultimi tempi, sembra tutto più teso. Non so come dirlo senza sembrare drammatico, ma lo senti: una vibrazione sotto la pelle. In strada basta poco e qualcuno esplode. Al supermercato la gente sospira, guarda il telefono, stringe il carrello come se dovesse difendere qualcosa. Anche nelle chat, nei commenti, ovunque: tutti parlano, pochi ascoltano.
Siamo vicini, ammassati, eppure ognuno sembra chiuso nella sua isola.
Ieri è stato il punto di rottura. Un martedì di novembre, grigio, umido, con quell’aria che ti entra nelle maniche. Avevo passato dieci ore in giro. Traffico, deviazioni, clacson, “solo un attimo” che diventa mezz’ora. E a fine giornata una corsa non è risultata come doveva: un errore che non dipende da te, ma te lo ritrovi addosso comunque. Ho sentito mo***re qualcosa, come se mi si stesse riempiendo il petto di sabbia.
Poi, in un posto banale — una fila, una cassa — ho visto un uomo sgridare qualcuno per niente. Non una lite vera. Peggio: quel tono pieno di disprezzo, quella cattiveria gratuita, come se fosse normale. E mi si è spezzato qualcosa dentro. Non rabbia. Piuttosto… sfinimento. Come quando ti accorgi che non hai più margine.
Sono tornato a casa senza musica. Niente radio. Niente podcast. Solo il rumore della strada dietro i vetri e i pensieri che giravano: non ce la faccio. Sto affondando.
Ho aperto la porta, ho buttato le chiavi sul mobile. Il clangore nel silenzio mi è sembrato troppo forte.
Nerone era lì, in mezzo al monolocale. Mi guardava.
Io l’ho ignorato. Sono andato verso il lavello per bere un bicchiere d’acqua. Mi tremavano le mani e il bicchiere mi è scivolato. Si è rotto sul pavimento con un suono secco, poi quel tintinnio di pezzi che rotolano.
E lì… è ceduto tutto.
Mi sono lasciato scivolare contro i pensili fino a sedermi per terra, ginocchia al petto. Non era tristezza “normale”. Era una cosa fisica. Il petto chiuso, l’aria che non entra, il cuore che corre come se stessi scappando. Le pareti sembravano avvicinarsi, il soffitto più basso.
Un attacco di panico. Quello vero, quello che ti fa pensare: adesso muoio, anche se non c’è nessuno che ti sta toccando.
Ho chiuso gli occhi. Ti prego, basta. Ti prego, falla finire.
Poi la luce si è spenta.
Ho sentito il pavimento scricchiolare. Mi sono irrigidito, pronto a respingere un muso che spinge, una zampa che chiede attenzione. Non volevo essere toccato. Non volevo nemmeno esistere.
Ma Nerone non ha fatto il solito.
Ha scavalcato le mie gambe. Si è messo di fianco a me, parallelo, come se prendesse la mira. E poi, lentamente, con una calma che mi ha spiazzato, si è appoggiato.
Non leggero. Non “carezza”.
Tutto il suo corpo contro il mio. Spalla sul mio torace. Fianco sulle mie costole. Mi ha premuto contro il mobile, caldo, pesante, inevitabile. Ha posato la testa sulla mia spalla e il suo naso umido mi ha toccato il collo.
“Ma… Nerone… no…”, ho sussurrato, senza fiato.
Lui ha spinto un po’ di più.
Ed è successo qualcosa di assurdo: non riuscivo più a respirare a scatti. Il suo peso mi obbligava a respirare lento, perché per far entrare aria dovevo fare spazio dentro di me. Dovevo mollare. Inspirare davvero. Espirare davvero.
Uno… due…
Il tremore si è fermato, perché non avevo più libertà di tremare. Il corpo ha smesso di correre. La testa ha smesso di urlare.
Mi è tornata in mente una frase detta al canile, quasi per caso: “Gli alani fanno così. Ti si appoggiano addosso. È il loro modo.”
All’epoca avevo sorriso. Mi era sembrata una stranezza simpatica.
Sul pavimento freddo, con il cuore che finalmente rallentava, ho capito che non era una stranezza.
Nerone non mi stava disturbando. Non mi stava “sfidando”.
Stava facendo l’unica cosa che sapeva fare quando vedeva il suo umano andare in pezzi.
Non chiedeva niente. Non pretendeva niente.
Diceva: ti tengo.
Siamo rimasti così venti minuti. Lui immobile, come una colonna. Io, piano piano, che riprendevo fiato. Sentivo il suo cuore, grande e regolare, ba***re contro il mio. Un ritmo solido che si imponeva al caos. Ogni tanto sospirava e quel respiro mi vibrava addosso, come una prova che c’era.
Quando mi sono accorto che stavo respirando normalmente, gli ho messo un braccio intorno al collo e ho sussurrato: “Ok… ci sono.”
Lui ha risposto con un sospiro lungo, profondo, di quelli che ti entrano nelle ossa. E ha aspettato ancora un minuto, come per controllare che non mi stessi perdendo di nuovo.
Poi si è alzato, si è scrollato come se niente fosse, è andato alla ciotola a bere rumorosamente e si è buttato sul divano con la stessa naturalezza con cui uno chiude la porta di casa.
Io lo guardavo e mi veniva da ridere e piangere insieme.
Ci raccontano che l’amore deve essere leggero. Facile. Che la libertà è non aver bisogno di nessuno, non pesare su niente, non dipendere. E allora ci facciamo le nostre bolle: cuffie, porte chiuse, “non disturbare”, distanze.
E poi ci stupiamo se dentro fa un rumore tremendo.
Quella sera, nel mio monolocale, ho capito l’opposto.
Non siamo fatti per galleggiare.
A volte non ti salva una frase giusta. Non ti salva un consiglio perfetto. Non ti salva nemmeno una soluzione.
A volte ti salva solo una presenza abbastanza pesante, abbastanza reale, da riportarti a terra quando stai per esplodere.
Ho raccolto i pezzi. Ho pulito. Ho messo acqua fresca.
Mi sono seduto sul divano.
Subito Nerone si è girato, ha fatto due passi indietro e si è seduto sulle mie cosce con tutti i suoi settantadue chili, come una coperta viva, come un’ancora.
Stavolta non l’ho spostato.
Ho appoggiato la mano sul suo fianco e ho sentito la vita lì sotto: calda, solida, innegabile.
In un mondo che ti spinge e ti svuota, pensi che ti serva più spazio. Più distanza. Più controllo.
Ma a volte l’amore, quello vero, non è leggero.
A volte l’amore è solo peso.
Il peso che ti tiene fermo, quando stavi per sparire.
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