07/02/2026
Shiatsu, Branding Olistico e Hado Shiatsu
- Per una distinzione necessaria tra pratica, racconto e metodo -
È noto anche a chi non è dell’ambiente che, negli ultimi decenni, lo Shiatsu in Italia ha conosciuto una diffusione ampia e articolata, accompagnata dalla nascita di numerose scuole, approcci e declinazioni metodologiche. Questa pluralità è stata spesso letta come segno di vitalità e efficacia della disciplina. Tuttavia, quasi in assenza di una reale ricerca sul metodo, si è progressivamente affermata una modalità comunicativa che merita una riflessione critica: l’adozione di strategie di branding olistico.
Questa riflessione non nasce da un giudizio di valore sulle persone o sulle scuole, ma dall’osservazione di una dinamica culturale precisa, che attraversa molte discipline complementari/olistiche.
Una delle caratteristiche principali del branding olistico è lo spostamento dell’asse dalla pratica (l’esperienza in sé) al racconto dell’esperienza. Non è più l’esperienza concreta a generare senso nel tempo, ma una cornice narrativa che precede l’esperienza e ne orienta la lettura. il metodo viene presentato attraverso promesse implicite di trasformazione, l’esperienza è chiamata a confermare il racconto, il linguaggio simbolico ed evocativo assume una funzione legittimante.
Questo meccanismo non è esclusivo dello shiatsu: è lo stesso che ha attraversato, a partire dagli anni ’70, molte pratiche New Age e di “crescita personale”. Tuttavia, applicato allo shiatsu, produce uno slittamento significativo: una pratica nata come sobrio lavoro di “regolazione” attraverso il contatto rischia di essere percepita come esperienza trasformativa da “evento”.
- Il corpo narrato e il corpo reale -
Nel branding olistico, il corpo è spesso descritto come portatore di contenuti: memorie, traumi, blocchi, significati da portare alla luce. Il trattamento diventa così uno spazio di rivelazione, più che di ascolto. Il corpo che incontriamo nella pratica quotidiana, tuttavia, è generalmente più semplice e più complesso allo stesso tempo: semplice, perché risponde a condizioni di sicurezza, tempo e continuità; complesso, perché non segue narrazioni lineari né produce risultati immediatamente leggibili. Quando il racconto è suggestivo e potente, il rischio è duplice: l’operatore tende a vedere solo ciò che conferma il metodo; il ricevente tende a sentire ciò che ci si aspetta di sentire. In questo senso, il branding non è solo una questione comunicativa, ma percettiva.
Un altro tratto distintivo del branding olistico è l’enfasi sull’intensità: esperienze forti, momenti di svolta, picchi emotivi o percettivi. L’intensità rende l’esperienza narrabile, condivisibile, vendibile. Lo shiatsu, nella sua matrice più matura, lavora invece sul tempo: tempo di contatto, tempo di sedimentazione, tempo perché il corpo possa riorganizzarsi senza essere spinto verso un risultato. D’altra parte, questo è coerente con il senso autentico di un approccio olistico. Il corpo e la mente vengono rispettati come sistemi complessi, autoregolativi, e non come contenitori da modificare o spettacolarizzare.
Qui si gioca una differenza strutturale: l’intensità forza un cambiamento mentre il tempo permette un’emersione. Quando lo shiatsu adotta la logica dell’evento, perde una parte essenziale della propria specificità.
- HadoShiatsu come contro-modello strutturale -
In questo contesto, l’Hadoshiatsu si colloca come contro-modello, non per opposizione ideologica, ma per assetto interno. Il termine “Hado” potrebbe facilmente prestarsi a una narrazione suggestiva: vibrazione, risonanza, campi. La scelta metodologica, invece, è opposta: Hado non indica qualcosa che l’operatore fa, ma qualcosa che accade quando l’intervento si riduce e il corpo trova condizioni adeguate.
Nell’Hadoshiatsu:
• l’operatore non cerca di produrre un evento intenso, ma prepara il terreno affinché il corpo possa auto-regolarsi;
• il corpo non è interpretato, ma considerato innatamente competente;
• l’operatore non guida un processo, ma lo evoca e non interferisce.
Il lavoro non mira a “tirare fuori”, ma ad attivare risorse già presenti, rispettando i tempi propri del sistema.
In questo senso l’Hadoshiatsu è una pratica difficilmente brandizzabile perché rinuncia deliberatamente a promesse di guarigione o trasformazione, narrazioni salvifiche, miti fondativi forti. Questa rinuncia non è una mancanza, ma una scelta etica e metodologica.
Una pratica che lavora per sottrazione, che non accelera i processi e che non produce esperienze spettacolari è, per sua natura, poco adatta al branding. Ma proprio per questo è più trasmissibile, meno dipendente dal carisma personale, più rispettosa dell’esperienza reale del corpo.
La questione, oggi, non è stabilire quale shiatsu sia “giusto” o “sbagliato”, ma distinguere chiaramente tra pratiche che lavorano sul metodo e pratiche che lavorano sul racconto del metodo.
Questa distinzione non serve a escludere, ma a orientare. In un panorama fin troppo saturo di promesse, uno shiatsu che accetta di essere sobrio, lento e poco narrabile rappresenta una forma di resistenza culturale. Forse la vera sfida è proprio questa, riuscire a restare con ciò che già c’è, lasciando che il corpo faccia il suo lavoro senza doverlo continuamente spiegare, giustificare o sollecitare.
dm