Dr. Leonardo Antonio Ricci

Dr. Leonardo Antonio Ricci Studio privato di psicoterapia Gestalt Analitica

25/04/2026

L’OMBRA DELL’INFANZIA E LE CATENE DELLE DIPENDENZE
Secondo la visione di Carl Gustav Jung, la dipendenza non è mai un problema legato esclusivamente alla sostanza o al comportamento in sé, ma è il sintomo di una ferita psichica molto più profonda. Spesso, questa ferita affonda le radici nei traumi infantili, momenti in cui l'integrità del bambino è stata frammentata. Quando un bambino subisce un trauma, una parte della sua psiche si dissocia per sopravvivere al dolore, creando quella che Jung definisce l’Ombra: un luogo oscuro dove vengono confinati i bisogni non soddisfatti e le emozioni rimosse.
Da adulti, questo vuoto interiore diventa insopportabile. La dipendenza emerge allora come un tentativo disperato di "cura" o di anestesia. Jung sosteneva che ogni forma di dipendenza fosse in realtà una ricerca spirituale deviata, un desiderio di totalità e di connessione che il trauma ha interrotto. Il soggetto cerca nel piacere immediato della dipendenza quella sensazione di calore, sicurezza o trascendenza che gli è stata negata durante l'infanzia. Tuttavia, poiché si tratta di una soluzione esterna a un problema interno, il sollievo è solo temporaneo e la catena si stringe sempre di più.
Guarire significa intraprendere il processo di individuazione: avere il coraggio di guardare nell'abisso della propria Ombra e recuperare quei frammenti di sé rimasti bloccati nel passato. Solo integrando il dolore del bambino ferito, l'adulto può smettere di cercare fuori ciò che può essere trovato solo attraverso un profondo lavoro di consapevolezza interiore. La libertà non è l'assenza di desiderio, ma la presenza di un Io consapevole che non ha più bisogno di fuggire da se stesso.
Carl Gustav Jung
Focus 3.0 associazione no profit

24/04/2026

Ogni cambiamento inizia da un piccolo atto di consapevolezza.

Fermarsi, ascoltarsi, riconoscere ciò che sentiamo è già un passo verso la crescita. Non dobbiamo essere perfetti, ma presenti: nel qui e ora troviamo le risorse per trasformare le difficoltà in possibilità.

Con gentilezza verso noi stessi, possiamo costruire relazioni più autentiche e una vita più in sintonia con ciò che siamo davvero. ✨

24/04/2026

Jung ci ha insegnato che non diventiamo davvero noi stessi “migliorando” solo ciò che mostriamo al mondo, ma imparando a guardare anche ciò che teniamo nell’ombra.

In una prospettiva vicina al lavoro gestaltico, la crescita non nasce dal rifiuto di parti di sé, ma dal contatto autentico con ciò che sentiamo, qui e ora.
Le emozioni che evitiamo, i conflitti che ripetiamo, le relazioni che ci mettono alla prova spesso non sono ostacoli da eliminare, ma messaggi da ascoltare.

💥 Forse maturare non significa diventare perfetti.
Significa diventare interi. 💥

Ed è proprio quando smettiamo di combattere contro noi stessi che può iniziare una trasformazione vera.

21/04/2026

Sai qual è un errore che si fa sempre? Quello di credere che la vita sia immutabile, come una volta preso un binario lo si debba percorrere fino in fondo. Il destino invece ha molta più fantasia di noi. Proprio quando credi di trovarti in una situazione senza via di scampo, quando raggiungi il picco di disperazione massima, con la velocità di una raffica di vento tutto cambia, si stravolge, e da un momento all'altro ti trovi a vivere una nuova vita.
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14/04/2026

"Lasciare significa: lasciare che per un po’ le cose seguano il loro corso, che si muovano liberamente senza il nostro intervento, finché la direzione del loro movimento non si mostri spontaneamente.
Se rinunciamo a tentare di guidare le cose e quelle, muovendosi, si allontanano da noi, lasciamole andare. Molliamo la presa.
Se le lasciamo andare per la loro strada, ci rendiamo liberi per qualcos’altro."
(B. Hellinger)

"Lasciate cadere ciò che vuole cadere; se lo trattenete, vi trascinerà con sé. Esiste un vero amore che non si occupa del prossimo."
(C. G. Jung)

"Non aspiro a dominarmi. Dominarsi significa voler intervenire in un punto casuale delle infinite irradiazioni della mia esistenza spirituale. Ma se devo tracciare attorno a me tali cerchi, allora lo faccio meglio se non agisco e semplicemente contemplo ammirato…"
(F. Kafka)

10/04/2026

Nel processo analitico, cioè nel confronto dialettico tra la coscienza e l’іnсоnsсіо, c’è uno sviluppo, un progredire verso un fine о una fine, la cui natura difficilmente spiegabile mi ha occupato per molti anni. I trattamenti psichici giungono a “una fine” in tutte le fasi possibili dello sviluppo, senza che si abbia contemporaneamente la sensazione di aver raggiunto anche “un fine”. Finali tipici, temporanei, hanno luogo: 1) dopo aver ricevuto un buon consiglio; 2) dopo aver fatto una confessione più о meno completa, ma comunque sufficiente; 3) dopo aver riconosciuto un contenuto essenziale, rimasto inconscio fino a quel momento, il quale, reso cosciente, porta come conseguenza un nuovo impulso di vita о di attività; 4) dopo un distacco dalla psiche infantile, ottenuto mediante un lavoro piuttosto lungo; 5) dopo aver trovato un nuovo modo razionale di adattamento a condizioni ambientali forse difficili о eccezionali; 6) dopo la scomparsa di sintomi dolorosi; 7) dopo che s’è verificata una svolta positiva del destino, per esempio dopo un esame, un fidanzamento, un matrimonio, un divorzio, un cambiamento di professione ecc.; 8) dopo aver riscoperto l’appartenenza a una confessione religiosa, о dopo una conversione; 9) dopo aver cominciato a costruire una filosofia pratica di vita (“filosofia” nel senso antico). Benché questo elenco sia suscettibile ancora di parecchie modifiche e aggiunte, ciò nonpertanto esso caratterizza all’ingrosso, mi sembra, le situazioni principali nelle quali il processo analitico о psicoterapeutico giunge a una fine provvisoria, in certi casi a una fine definitiva. Ma a questo punto l’esperienza ci insegna che esiste anche una categoria relativamente numerosa di pazienti, per i quali la conclusione esterna del lavoro con il terapeuta non rappresenta in nessun modo anche la fine del processo analitico. Succede piuttosto che il confronto con l’inconscio continui, e proprio in modo simile a quello di coloro che non hanno smesso il loro lavoro con il terapeuta. S’incontrano talvolta questi pazienti dopo anni, e si apprende la storia spesso notevole delle loro ulteriori trasformazioni. Queste esperienze sono state le prime ad aver rafforzato la mia supposizione che nell’anima esista un processo per così dire indipendente dalle circostanze esterne, indirizzato alla ricerca di una meta: esse mi hanno liberato dalla preoccupazione che potessi essere io la causa unica d’un processo psichico improprio (e dunque forse contro natura). Questa preoccupazione non era fuori proposito, poiché certi pazienti non si lasciavano indurre da nessun argomento delle nove categorie che ho elencate a concludere il lavoro analitico, nemmeno da una conversione religiosa, per non parlare dell’eliminazione, per quanto sbalorditiva fosse, dei loro sintomi nevrotici. Anzi furono proprio casi di quest’ultimo genere a farmi comprendere che con il trattamento delle nevrosi viene sollevato un problema che va molto al di là dell’ambito medico specifico, e al quale conoscenze soltanto strettamente mediche non possono rendere giustizia.

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Coppia di alchimisti inginocchiata presso il forno, che implora la benedizione di Dio. Mutus liber (1702)

10/04/2026

"...avevo imparato che i problemi più grandi e importanti della vita sono, in fondo, tutti insolubili; e non possono non esserlo, perché esprimono la necessaria polarità inerente a ogni sistema di autoregolazione.
Essi dunque non potranno mai essere risolti, ma soltanto superati.
Perciò mi chiesi se questa possibilità del superamento, e cioè di un ulteriore sviluppo psichico, non costituisse in genere il fatto normale, e se quindi il fatto patologico non consistesse proprio nel rimanere bloccati dentro o davanti a un conflitto.
Ogni individuo dovrebbe possedere, perlomeno potenzialmente, questo livello più alto, e poter dunque, in condizioni favorevoli, sviluppare tale possibilità.
Nell’osservare il processo di sviluppo dei pazienti che tacitamente, quasi senza rendersene conto, erano riusciti a superare sé stessi, vedevo che i loro destini avevano tutti un elemento comune, in quanto il nuovo giungeva loro dalla sfera delle potenzialità nascoste, o dall’esterno o dall’interno.
Essi lo accettavano e crescevano con il suo aiuto.
Mi parve tipico che gli uni lo ricevessero dall’esterno, e gli altri dall’interno, o meglio che negli uni esso si sviluppasse dall’esterno e negli altri dall’interno, pur non essendo mai il nuovo cosa soltanto esterna o soltanto interna.
Se proveniva da fuori, diventava una profonda esperienza interiore; se invece proveniva dall’interno si trasformava in evento esterno.
In nessun caso però era stato procurato intenzionalmente e consciamente, ma sembrava piuttosto essere generato dal fluire del tempo. (…)
Per quanto ho potuto vedere io, non hanno fatto proprio nulla (wu-wei = agire senza agire), ma hanno lasciato accadere, come insegna il maestro Lu-Tzu, poiché la luce circola secondo le sue leggi, se non si abbandonano le proprie abituali occupazioni.
Il lasciar agire, il fare nel non fare, l’abbandonarsi del Maestro Eckhart è diventato per me la chiave che dischiude la porta verso la via: bisogna essere psichicamente in grado di lasciar accadere.
Questa è per noi una vera arte, che quasi nessuno conosce.
La coscienza interviene continuamente ad aiutare, correggere e negare, e in ogni caso non è capace di lasciare che il processo psichico si svolga indisturbato."

C.G.Jung, Richard Wilhem, Il segreto del Fiore d’Oro.
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