Roberto Cavagna

Roberto Cavagna Medico Chirurgo Specialista in Dermatologia e Venereologia.
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01/02/2026

🟥 29 anni. Una famiglia. Una divisa.

Si chiama Alessandro Calista.
È un agente del Reparto Mobile di Padova.
È un marito. È un padre.
E oggi è su un letto d’ospedale perché qualcuno ha deciso che la violenza fosse una forma di protesta.

Durante la manifestazione è stato colpito più volte, con ferocia.
Martellate.
Colpi ripetuti.
Un’aggressione che poteva finire molto peggio.

Ha riportato contusioni in tutto il corpo.
Non è in pericolo di vita, per fortuna.
Ma poteva esserlo. Eccome se poteva.

E allora fermiamoci un attimo.
Respiriamo.
E facciamoci una domanda che non può più essere evitata.

👉 È davvero questo il significato di “manifestare”?

Perché manifestare non significa distruggere.
Non significa colpire chi lavora.
Non significa trasformare una piazza in un ring.

Alessandro non era lì per provocare.
Era lì per fare il suo lavoro.
Per garantire sicurezza.
Per permettere a tutti, anche a chi protesta, di tornare a casa.

E invece oggi è lui quello in ospedale.
Con una moglie che aspetta notizie.
Con un figlio che lo aspetta a casa.

Dietro ogni casco c’è una persona.
Dietro ogni divisa c’è una vita.
Dietro ogni intervento c’è qualcuno che, finito il turno, vorrebbe solo tornare dai suoi affetti.

La violenza non è protesta.
È fallimento.
È perdita di controllo.
È la negazione stessa dei diritti che si dice di voler difendere.

A Alessandro va rispetto.
Va vicinanza.
Va il riconoscimento di chi ha rischiato la vita senza cercare lo scontro.

E a tutti noi resta una responsabilità:
non normalizzare mai ciò che normale non è.

Perché nessuna causa, mai, vale il sangue di un uomo.

©️Your Edu Action

01/02/2026

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Frenetici nati!
30/01/2026

Frenetici nati!

“Si annoia subito. Dopo due minuti non sa più cosa fare.”

Quando me lo dicono, non penso a un bambino difficile. Penso a un bambino che non ha mai avuto il tempo di restare lì, fermo, senza che qualcuno intervenisse a riempire quel vuoto.

La noia non è un problema, è uno spazio. Ma è uno spazio che oggi ci mette a disagio. Lo schermo arriva spesso lì, non perché il bambino lo chieda davvero, ma perché l’adulto fa fatica a stare in quel silenzio.
Così il bambino impara una cosa semplice: che il vuoto va evitato. Poi, quando lo schermo si spegne e arrivano agitazione e rabbia, ci sorprendiamo.
In realtà non c’è niente di strano. Non è un bambino viziato, è un bambino che non ha mai imparato a stare con se stesso. La noia è il posto dove nascono il gioco, il pensiero, la creatività.

Ma è anche il posto che noi adulti sopportiamo meno, perché quel silenzio parla anche di noi. Educare al benessere digitale non significa togliere gli schermi.
Significa smettere di usarli ogni volta che qualcosa diventa scomodo.

Medice cura te ipso!
28/01/2026

Medice cura te ipso!

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Riparatevi, ripariamoci!
22/01/2026

Riparatevi, ripariamoci!

Martedì scorso, mio padre mi ha messo in mano due mollette da bucato e quasi mi sono messa a piangere lì, nel suo garage.

Una era degli anni ’60, in legno massiccio, liscia per decenni passati tra le mani di mia nonna.
Funziona ancora alla perfezione, dopo sessant’anni.
L’altra l’ha comprata il mese scorso in un grande magazzino: già crepata, la molla talmente debole che a malapena regge uno strofinaccio.

Non ha detto quasi nulla, si è limitato ad alzare un sopracciglio, come fa sempre.

E da allora non riesco a smettere di pensarci.
A quanto ci sembri normale che tutto si rompa.
A come abbiamo sostituito il “compralo una volta” con “ricompralo l’anno prossimo”.

Mia figlia ha cambiato tre zaini in un solo anno scolastico. Tre.
Alla sua età io ne avevo uno, durato fino alle superiori.

Non ci stupiamo nemmeno più quando il tostapane si guasta, quando si rompe la gamba di una sedia, quando ogni cosa che possediamo sembra provvisoria.
Come se stessimo affittando la nostra stessa vita.

Ieri, mentre piegavo il bucato, quella molletta economica si è spezzata tra le mie mani.
E io sono rimasta lì sul pavimento, con un pensiero fisso:
non è solo una questione di oggetti.
Si sta infiltrando ovunque.

Anche nei rapporti.
Trattiamo le amicizie come fossero usa e getta, gli impegni come opzionali, le promesse come parole leggere.
Anche il modo in cui vediamo noi stessi: validi solo finché non arriva un modello migliore.

L’anno scorso, la mia terapeuta di coppia mi ha chiesto perché pensassi che mio marito avesse smesso di provarci.
Forse la risposta è questa.
Ci hanno insegnato che nulla è fatto per durare, quindi perché impegnarsi a riparare?

Così ho cominciato a cercare persone che ancora creano cose fatte per durare.
Ho trovato una artigiana su un’app che costruisce mollette a mano, alla vecchia maniera.
Abbiamo parlato a lungo e mi ha detto una cosa che mi ha colpito dritta al cuore:
“Quando crei qualcosa per durare, stai dicendo che la persona che lo userà conta. Non solo ora, ma anche domani.”

Ne ho comprato un set. Sono più pesanti di quanto immaginassi, solide.
Ho iniziato anche io a vendere mobili restaurati, pezzi che sistemo invece di buttare.
È una piccola ribellione, ma è un inizio.

Quella molletta degli anni ’60 ora sta sul mio davanzale,
un promemoria di quando credevamo nella cura, nella permanenza,
nel costruire cose che onorano chi le userà.

Forse possiamo ritrovare quella strada.
Non solo con gli oggetti. Ma tra di noi. E dentro di noi.

Forse anche noi non siamo fatti per essere usa e getta.

Indirizzo

Via Bicocchi1/E
Follonica
58022

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