01/02/2026
🟥 29 anni. Una famiglia. Una divisa.
Si chiama Alessandro Calista.
È un agente del Reparto Mobile di Padova.
È un marito. È un padre.
E oggi è su un letto d’ospedale perché qualcuno ha deciso che la violenza fosse una forma di protesta.
Durante la manifestazione è stato colpito più volte, con ferocia.
Martellate.
Colpi ripetuti.
Un’aggressione che poteva finire molto peggio.
Ha riportato contusioni in tutto il corpo.
Non è in pericolo di vita, per fortuna.
Ma poteva esserlo. Eccome se poteva.
E allora fermiamoci un attimo.
Respiriamo.
E facciamoci una domanda che non può più essere evitata.
👉 È davvero questo il significato di “manifestare”?
Perché manifestare non significa distruggere.
Non significa colpire chi lavora.
Non significa trasformare una piazza in un ring.
Alessandro non era lì per provocare.
Era lì per fare il suo lavoro.
Per garantire sicurezza.
Per permettere a tutti, anche a chi protesta, di tornare a casa.
E invece oggi è lui quello in ospedale.
Con una moglie che aspetta notizie.
Con un figlio che lo aspetta a casa.
Dietro ogni casco c’è una persona.
Dietro ogni divisa c’è una vita.
Dietro ogni intervento c’è qualcuno che, finito il turno, vorrebbe solo tornare dai suoi affetti.
La violenza non è protesta.
È fallimento.
È perdita di controllo.
È la negazione stessa dei diritti che si dice di voler difendere.
A Alessandro va rispetto.
Va vicinanza.
Va il riconoscimento di chi ha rischiato la vita senza cercare lo scontro.
E a tutti noi resta una responsabilità:
non normalizzare mai ciò che normale non è.
Perché nessuna causa, mai, vale il sangue di un uomo.
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