14/02/2026
FIGLIO DI FARMACISTA
Se sei figlio di farmacista, lo sai.
Le domeniche non hanno mai avuto lo stesso sapore delle altre famiglie. Le festività erano segnate da un turno. Le cene interrotte da una telefonata. Le vacanze organizzate attorno a un calendario appeso dietro il banco.
Oggi è sabato. O forse domenica. Per molti è un giorno di riposo. Per me è un giorno di turno.
La serranda si alza quando il quartiere dorme ancora. Le luci si accendono e con loro si accende una responsabilità silenziosa. Perché quando tutti si fermano, la farmacia resta. E quando resta, qualcuno deve esserci davvero.
Essere farmacista non è “stare al banco”.
È ascoltare una madre preoccupata alle 8 del mattino. È misurare una pressione con calma mentre fuori c’è la fila. È spiegare per la terza volta la stessa terapia con la stessa attenzione della prima. È dire dei no che proteggono la salute, anche quando chi hai davanti non capisce e si arrabbia.
Se sei mio figlio, forse ti sei chiesto perché non potevo accompagnarti a quella partita. Perché ero stanca la sera. Perché controllavo il telefono anche a tavola.
Non era per distrazione. Era per senso del dovere.
Se sei il mio compagno, mia madre, mio fratello, forse ti sei domandato perché continuo a farlo. Perché scelgo di essere presente in farmacia quando gli altri sono altrove.
La risposta è semplice e potente: perché credo nel ruolo che ricopro.
Ogni giorno entro in farmacia sapendo che qualcuno varcherà quella porta con un dubbio, un dolore, una paura. E spesso non cerca solo un prodotto. Cerca una guida. Cerca uno sguardo competente che lo rassicuri. Cerca un presidio di salute vero, accessibile, umano.
Quando sono di turno nei giorni di festa, non sto sacrificando il mio tempo. Sto difendendo un presidio che tiene insieme la comunità.
Sono il volto acceso di un servizio che non si spegne mai.
Figlio di farmacista, prova a guardare tua madre o tuo padre mentre indossa il camice. Non è solo un lavoro. È una scelta quotidiana di responsabilità. È la decisione di esserci quando serve, anche quando è scomodo.
E a te, cliente-paziente, chiedo una cosa sola.
Ricordati che davanti a te non hai un distributore di farmaci. Hai un professionista che custodisce la tua salute. Anche quando ti dice di no. Anche quando ti chiede una ricetta. Anche quando insiste nel spiegarti come assumere correttamente una terapia.
Aiutami a essere il custode della tua salute.
Capiscimi quando ti proteggo.
Sostienimi quando difendo una regola.
Appassionati a questa visione di farmacia come presidio vivo del territorio.
Se ci riconosciamo in questo patto, possiamo costruire qualcosa di più grande di una semplice attività commerciale. Possiamo creare una comunità più consapevole, più sana, più rispettosa.
E forse, un giorno, essere figlio di farmacista non significherà solo rinunciare a qualche domenica insieme. Significherà essere orgogliosi di appartenere a una famiglia che ogni giorno tiene accesa una luce per gli altri.