26/02/2026
Quando pensiamo a qualcuno, non stiamo solo ricordando quella persona.
Stiamo attivando alcune funzioni metacognitive: la capacità di rappresentare la mente dell’altro, l’abilità di distinguere i nostri stati interni dai suoi e la possibilità di formulare ipotesi sui significati delle sue azioni.
La mentalizzazione è proprio questa: riconoscere che L’ALTRO HA UNA MENTE AUTONOMA, complessa e “opaca” e che ciò che immaginiamo di lui è sempre un’interpretazione.
Quando l’attivazione emotiva cresce (soprattutto nelle aree della vergogna e della paura del rifiuto) queste funzioni si riducono.
La mente allora perde flessibilità, diminuisce la capacità di esplorare gli stati mentali dell’altro e aumenta la tendenza a formulare delle letture rapide, auto-riferite e rigide.
Ed ecco che è qui che avviene l’inghippo: è in questo passaggio che l’altro smette di essere una mente da comprendere e diventa, per noi, uno SGUARDO CHE GIUDICA.
Non è una distorsione volontaria quella che mettiamo in atto, ma un restringimento delle capacità metacognitive che avviene quando siamo sotto stress!
—> Il lavoro terapeutico consiste proprio nel riaprire quello spazio: tornare a pensare la mente dell’altro come complessa, incerta e non riducibile a una conclusione immediata su di noi.