Intenzioni in Azione

Intenzioni in Azione Coaching and Counseling

Davide ha 16 anni.Gioca in un settore giovanile.Quando mi parla non dice:“Mi sento sotto pressione.”Dice:“Se sbaglio, il...
22/04/2026

Davide ha 16 anni.
Gioca in un settore giovanile.
Quando mi parla non dice:
“Mi sento sotto pressione.”
Dice:
“Se sbaglio, il mister mi guarda… e mi sento una nullità.”
Per lui non è solo calcio.
È identità.
È valore.
È “valgo se gioco bene”.
Il problema?
Ha legato tutto a una cosa che non controlla davvero:
il giudizio dell’allenatore.
E così, prima della partita:
gambe dure
testa piena
zero lucidità
In campo non gioca per esprimersi.
Gioca per non sbagliare.
E quando giochi per non sbagliare…
di solito sbagli di più.
Dopo una partita mi dice:
“Appena sbaglio un passaggio, mi spengo.”
Ed è lì che abbiamo fatto il cambio.
Non lavorare sulla prestazione.
Ma su cosa è sotto il suo controllo.
Gli ho dato una routine pre-gara semplice.
Zero teoria. Solo pratica.
Routine pre-gara:
1️ Due cose che controlli
come entri in campo (energia, atteggiamento)
la prima giocata semplice (non la più bella, la più pulita)
2️ Una cosa che NON controlli
il giudizio del mister
3 Reset mentale (quando sbagli)
parola chiave + gesto breve (es. “next” + battito mani)
respiri, resetti e torni sulla prossima azione

Questo è il pezzo che cambia tutto:
non evitare l’errore… ma non restarci dentro.
Così la routine è completa:
• entro bene
• accetto cosa non controllo
• mi riprendo subito quando sbaglio
E lì inizi davvero a giocare.
“Se metti il tuo valore in qualcosa che non controlli, sei sempre in balia.”
Dopo qualche settimana mi scrive:
“Il mister è sempre lui…
ma io in campo ci sto meglio.”
E questa è la svolta.
Non giochi meglio quando smetti di avere pressione.
Giochi meglio quando smetti di far dipendere il tuo valore da quella pressione.

Dopo qualche mese finalmente Davide mi dice: quando entro in campo, gioco e MI DIVERTO !”

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Andrea ha 34 anni.Convive con il suo compagno.Quando mi scrive non dice:“Ho problemi di gelosia.”Dice:“Mi dà fastidio qu...
18/04/2026

Andrea ha 34 anni.
Convive con il suo compagno.
Quando mi scrive non dice:
“Ho problemi di gelosia.”
Dice:
“Mi dà fastidio quando nasconde il telefono.”
E lì già capisci una cosa:
non è il telefono.
È quello che rappresenta.
Andrea confronta. Sempre.
Ex.
Storie Instagram.
Like.
Chi guarda cosa.
Chi risponde a chi.
All’inizio sembra attenzione.
Poi diventa controllo.
👉 Scrolla.
👉 Controlla orari.
👉 Nota dettagli.
👉 Fa domande “innocenti”.
“Chi è questo?”
“Perché ti ha scritto?”
“Perché non mi hai detto che…?”
Non è curiosità.
È paura.
Paura di non essere abbastanza.
Paura di essere sostituito.
Paura di perdere.
E quindi prova a fare una cosa che sembra logica:
controllare per sentirsi più sicuro.
Il problema?
Più controlli… più perdi sicurezza.
Perché trovi sempre qualcosa che ti attiva.
E anche quando non trovi niente…
la testa inventa.
E dall’altra parte succede l’altra metà del disastro:
il partner si sente controllato.
Non visto.
Non scelto.
Ma monitorato.
E la relazione si sposta piano piano:
da fiducia → a verifica.
Andrea a un certo punto mi dice:
“Io voglio stare tranquillo… non fare il detective.”
Ed è lì che abbiamo fatto il passaggio.
👉 Trasparenza ≠ sorveglianza.
Perché una relazione sana
non è accesso totale.
È scelta reciproca.
Gli ho fatto lavorare su due punti.
1️ Distinguere bisogno reale vs paura
Prima di chiedere qualcosa:
“Sto cercando chiarezza…
o sto cercando di calmare la mia ansia?”
Se è ansia →
non si risolve con il telefono.
2️ Spostare dal controllo alla comunicazione
Invece di:
“Fammi vedere.”
Passare a:
“Mi sono attivato. Ho bisogno di rassicurazione.”
Sembra più vulnerabile.
Lo è.
Ma è lì che cambia tutto.
All’inizio Andrea fa fatica.
Perché il controllo dà l’illusione di potere.
La vulnerabilità no.
Poi però succede una cosa interessante.
Meno controlli.
Più parli.
Più l’altro si apre spontaneamente.
Non perché obbligato.
Ma perché si sente al sicuro.
Dopo qualche mese mi dice:
“Non è che non provo più gelosia…
ma non mi guida più.”
E questa è la svolta.
La fiducia non nasce
quando hai accesso a tutto.
Nasce quando smetti di voler controllare tutto.
Perché l’amore non è sapere ogni cosa.
È sentirsi scelti anche senza controllare.

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Chiara ha 27 anni.HR junior.Quando viene la prima volta non dice:“Ho la sindrome dell’impostore.”Dice:“Ho paura che prim...
15/04/2026

Chiara ha 27 anni.
HR junior.
Quando viene la prima volta non dice:
“Ho la sindrome dell’impostore.”
Dice:
“Ho paura che prima o poi se ne accorgano.”
“Accorgano” di cosa?
Che non è all’altezza.
Che è lì per caso.
Che prima o poi qualcuno dirà: “Ok, basta così.”
Chiara studia tanto.
Anche troppo.
Rilegge le mail tre volte.
Prepara ogni riunione come un esame.
Evita di esporsi se non è sicura al 100%.
Da fuori sembra precisa.
Responsabile. Preparata.
Dentro, invece, è tensione continua.
Perché più prova a dimostrare di essere all’altezza…
più si sente sotto esame.
E nelle riunioni succede sempre la stessa cosa:
ha idee → non le dice
ha dubbi → non li espone
ha intuizioni → le trattiene
Poi esce e pensa:
“Ecco. Non ho detto niente di utile.”
E il ciclo riparte:
paura → iper-studio → silenzio → senso di inadeguatezza
A un certo punto Chiara mi dice:
“Sento che devo dimostrare sempre qualcosa.”
E lì abbiamo fatto un cambio di direzione.
Non lavorare sulla sicurezza.
Ma sulle prove reali.
Perché la mente dell’impostore ha un problema preciso:
cancella le evidenze a favore… e amplifica quelle contro.
Le ho dato un esercizio semplice.
Ogni giorno, scrivere un
“Diario prove”
Non sensazioni.
Non giudizi.
Fatti.
10 evidenze concrete contro la voce dell’impostore:
• una mail gestita bene
• una risposta data in riunione
• un problema risolto
• un feedback ricevuto
• una decisione presa
All’inizio Chiara fatica.
Le sembrano “cose normali”.
Poi succede qualcosa.
Le prove si accumulano.
E la narrazione interna inizia a cambiare.
Dopo qualche mese mi dice:
“La paura c’è ancora…
ma ora non è più l’unica voce.”
E questa è la parte importante.
L’autostima non nasce quando smetti di avere dubbi.
Nasce quando inizi a vedere
le prove che quei dubbi non sono tutta la verità.

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Nico ha 24 anni.Non-binary.Relazione stabile con una partner cisgenderQuando mi scrive non dice:“Fuori mi misgenderano e...
11/04/2026

Nico ha 24 anni.
Non-binary.
Relazione stabile con una partner cisgender
Quando mi scrive non dice:
“Fuori mi misgenderano e sto male.”
Dice:
“Litighiamo per qualsiasi cosa.”
Tono.
Parole.
Tempi.
Risposte.
Piccole cose che diventano enormi.
Ma guardando meglio…
non stavano litigando per quello.
Nico passa molte ore fuori casa: lavoro, mezzi, negozi, contesti sociali.
E lì succede una cosa continua, sottile, logorante:
sguardi
pronomi sbagliati
commenti “non cattivi, ma…”
dover spiegare, correggere, giustificare
Ogni volta è piccolo.
Ma sommato… pesa.
E il corpo lo sa.
Si attiva.
Si tende.
Resta in allerta.
👉 Ipervigilanza.
Nico non può mai “abbassare la guardia” davvero.
E quando finalmente torna a casa…
dove dovrebbe essere spazio sicuro…
succede il corto circuito.
Lo stress non esce dove nasce.
Esce dove ti senti al sicuro.
Così la partner dice una cosa neutra:
“Ti va di uscire stasera?”
E Nico reagisce come se fosse attacco.
• “Sempre a chiedere!”
• “Non capisci che sono stanchə?”
• “Devo sempre spiegare tutto!”
E dopo… senso di colpa.
A un certo punto Nico mi dice:
“Io con lei sto bene.
Ma arrivo a casa già pienə.”
E lì abbiamo fatto il passaggio chiave.
👉 Non lavorare sulla comunicazione.
👉 Ma sullo scarico dello stress sociale.
Perché se non lo riconosci…
finisce dentro la relazione.
Gli ho dato due strumenti semplici.
1️ Dare un nome a quello che succede
Quando sente che sta per reagire:
“Non è lei. È la giornata.”
Sembra banale.
Ma separa il partner dal peso.
2️ Rituale di rientro (10 minuti)
Appena rientra:
niente problemi
niente organizzazione
niente decisioni
Solo:
• “Com’è andata fuori?”
• “Dove ti sei sentitə in tensione?”
• “Cosa ti serve adesso?”
Scarico. Non soluzione.
All’inizio è strano.
Poi succede qualcosa.
La tensione si abbassa.
Le reazioni si accorciano.
La partner smette di sentirsi “il problema”.
Dopo qualche mese Nico mi scrive:
“Non è che fuori va meglio…
ma a casa non scoppio più.”
“Ho imparato a dire quello che mi ha fatto male durante la giornata e quello di cui ho bisogno per stare meglio”
E questa è la svolta.
La coppia non è il posto dove sfogare tutto.
È il posto dove digerire insieme quello che arriva da fuori.
Perché lo stress sociale, se non lo riconosci,
diventa conflitto relazionale.

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Giacomo ha 45 anni.Manager. Team di 8 persone.Quando mi contatta non dice:“Il team è in difficoltà.”Dice:“Se non control...
08/04/2026

Giacomo ha 45 anni.
Manager. Team di 8 persone.
Quando mi contatta non dice:
“Il team è in difficoltà.”
Dice:
“Se non controllo io, qui non va avanti niente.”
E già da lì si capisce tutto.
Giacomo non è uno che non si fida.
È uno che si prende responsabilità.
Rivede ogni mail.
Corregge ogni documento.
Interviene su ogni decisione.
All’inizio sembra leadership.
Poi succede qualcosa di molto preciso.
Il team smette di esporsi.
Meno idee.
Meno iniziativa.
Meno responsabilità.
Non perché non siano capaci.
Perché capiscono che tanto… decide lui.
E quando le persone smettono di muoversi,
il manager interpreta così:
“Non sono sul pezzo.”
E allora aumenta il controllo.
E più controlla, più il team si spegne.
E più il team si spegne, più lui si arrabbia.
A un certo punto Giacomo mi dice:
“Mi sembra di lavorare da solo.”
E lì ho fatto quello che faccio sempre:
non abbiamo lavorato sul team.
Abbiamo lavorato su una singola azione di Giacomo.
Gli ho detto:
“Ogni volta che stai per correggere, intervenire o criticare… fermati.
E fai una domanda.”
Una sola.
“Tu cosa faresti al mio posto?”
Sembra banale. Non lo è.
Perché cambia tre cose in 10 secondi:
1. sposta la persona da difesa a pensiero
2. restituisce responsabilità
3. abbassa immediatamente il conflitto
All’inizio Giacomo fa fatica.
Gli viene da rispondere lui.
Da correggere.
Da chiudere.
Poi inizia a usarla davvero.
E succede qualcosa.
Le persone iniziano a parlare.
A proporre.
A prendersi spazio.
Dopo qualche settimana mi scrive:
“Non è che sono diventati perfetti…
ma ora non devo più fare tutto io.”
E questa è la parte importante.
Il controllo dà l’illusione di sicurezza.
Ma crea dipendenza.
La responsabilità, invece,
crea movimento.
E a volte basta una domanda giusta
per cambiare il clima di un’intera squadra.

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BUONA PASQUA
05/04/2026

BUONA PASQUA

Sara ha 29 anni, lesbica, relazione stabile.Quando mi scrive non dice “la mia famiglia non accetta”.Dice: “Litighiamo pe...
04/04/2026

Sara ha 29 anni, lesbica, relazione stabile.
Quando mi scrive non dice “la mia famiglia non accetta”.
Dice: “Litighiamo per cose stupide. Sempre.”
E infatti: piatti, spesa, tono di voce, chi ha risposto “male”, chi non ha risposto.
Ma guardando bene non era “casa disordinata”. Era casa sotto pressione.
Sara ha una famiglia d’origine che non ha mai fatto pace con la sua relazione.
Non necessariamente urla o insulti. A volte è peggio: silenzi, battutine, mezze frasi, inviti “separati”, domande che pungono.
Sara regge. Stringe i denti. Fa la forte.
Poi torna a casa… e il corpo presenta il conto.
E succede la cosa più comune e più ingiusta: lo stress non esce dove nasce: esce dove ti senti al sicuro.
Così la discussione parte “per il piatto”:
• “Possibile che lo lasci sempre lì?”
• “E tu possibile che me lo devi far notare?”
• “Sei sempre tesa”
• “E tu non capisci!”
E nel frattempo sotto, in silenzio, c’è altro:
dolore, vergogna, rabbia, senso di esclusione, paura di non essere scelta.
A un certo punto Sara mi dice una frase che sposta tutto:
“Io non ce l’ho con lei. Ce l’ho con il fatto che devo sempre difendere la mia vita.”
E lì ho fatto quello che faccio sempre: ho tolto il piatto dal tavolo.
Non letteralmente (anche se tentazione forte 😅).
L’ho tolto dal centro della discussione.
Le ho detto:
“Se litigate sul piatto, state usando il piatto come valvola di sfogo.
Il vero tema è: come entra la famiglia dentro casa vostra.”
L’intervento: dare un nome al “sotto”
Ho dato a Sara un passaggio semplice da usare quando sente che sta per partire:
“Sto reagendo. Non è il piatto. È la pressione di oggi.”
E alla partner ho dato una chiave altrettanto semplice:
“Ok. Non mi difendo dal tono. Ti aiuto con il peso.”
Poi abbiamo messo 2 confini pratici (perché senza confini, la teoria serve a poco):
1. Confine con la famiglia (chiaro e condiviso)
“Niente battute sulla relazione.”
“Niente inviti separati.”
“Se succede, chiudiamo la conversazione / ce ne andiamo.”
2. Rituale di rientro (10 minuti)
Quando Sara torna da un contatto “pesante” con la famiglia:
niente logistica, niente problemi. Solo scarico:
“Cosa ti ha fatto male?”
“Cosa ti serve da me adesso?”
Dopo un mese Sara mi manda un messaggio:
“Litighiamo meno. Non perché siamo diventate zen… ma perché abbiamo capito di cosa stavamo litigando.”
Lieto fine realistico: la famiglia non cambia in un giorno.
Ma cambia una cosa enorme: la casa smette di essere il campo di battaglia della ferita.
Diventa il posto dove la ferita si cura.

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Sara ha 42 anni.Freelance.Quando ci incontriamo non dice:“Ho difficoltà a mettere confini.”Dice una cosa molto più concr...
01/04/2026

Sara ha 42 anni.
Freelance.
Quando ci incontriamo non dice:
“Ho difficoltà a mettere confini.”
Dice una cosa molto più concreta:
“I miei clienti mi prosciugano.”
Sara è brava nel suo lavoro.
Molto brava.
Il problema non è la competenza.
È la disponibilità.
Risponde ai messaggi la sera.
Sistema “una cosa veloce” nel weekend.
Accetta modifiche extra.
Fa una call in più “per non creare problemi”.
All’inizio sembra professionalità.
Poi succede una cosa molto comune tra i freelance:
la disponibilità diventa aspettativa.
Il cliente scrive la domenica.
E se non rispondi subito…
sembra quasi che tu stia sbagliando.
Sara mi dice:
“Se dico di no ho paura di perdere il cliente.”
E così continua a dire sì.
Il problema è che ogni sì detto per paura
prima o poi diventa rancore.
Rancore verso il cliente.
Verso il lavoro.
Verso sé stessa.
A un certo punto Sara mi dice una frase che sposta tutto:
“Io volevo essere libera… e invece mi sento sempre disponibile.”
E lì abbiamo lavorato su una cosa semplice ma potente:
i confini.
Non come muro.
Come chiarezza.
Perché un confine detto bene
non rompe la relazione.
La rende più sana.
Le ho dato tre frasi da usare con i clienti.
Tre frasi semplici.
Ma molto diverse da “vediamo cosa riesco a fare”.
1️ Confine di tempo
“Questo posso consegnarlo entro domani,
non oggi.”
2️ Confine di lavoro
“Questa richiesta è fuori dal lavoro concordato,
possiamo aggiungerla con un extra.”
3️ Confine di disponibilità
“Rispondo ai messaggi negli orari di lavoro,
così posso seguire bene tutti i progetti.”
La cosa interessante è che quasi nessun cliente
ha reagito male.
Anzi.
Molti hanno iniziato a rispettarla di più.
Dopo qualche mese Sara mi dice:
“Sto lavorando meno ore…
ma con meno tensione.”
E questa è la parte importante.
La libertà nel lavoro
non arriva quando dici sempre sì.
Arriva quando impari a dire sì senza tradire te stessə.

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Luca ha 41 anni, manager, due figli.Quando mi contatta non dice “ho problemi di coppia”. Dice:“Non litighiamo per cose g...
28/03/2026

Luca ha 41 anni, manager, due figli.
Quando mi contatta non dice “ho problemi di coppia”. Dice:
“Non litighiamo per cose grandi… litighiamo per stupidaggini.”
E infatti, guardando bene, non erano stupidaggini. Era stanchezza + distanza.
Luca lavora tanto. Tanto davvero.
E quando il lavoro assorbe, succede una cosa subdola: la coppia non finisce… diventa logistica.
Chi prende i bimbi?
Chi fa la spesa?
Chi paga cosa?
Che si mangia?
Domani scuola? Visita? Lavatrice?
La comunicazione resta, ma è tutta “operativa”.
E quando una coppia vive solo di operatività, l’intimità non muore in un colpo: si spegne lentamente.
Poi arriva l’irritabilità:
• lei fa una domanda e Luca risponde secco
• Luca chiede una cosa e lei sbotta
• ognuno sente di fare troppo e di non essere vistə
E la frase che mi ha fatto capire tutto è stata questa:
“Mi sembra di vivere con un collega, non con la mia partner.”
Gli ho detto chiaro:
“Non ti serve più amore. Ti serve spazio protetto per farlo respirare.”
E la soluzione, qui, non è “un weekend romantico” (che non arriva mai).
È una cosa più piccola e più potente: un date fisso da 30 minuti.
Il “Date fisso” (1 ora a settimana)
Sembra poco. In realtà è un confine.
Regola 1 — calendario, non ispirazione
Stesso giorno, stessa fascia oraria. Punto.
Se salta, si recupera entro 72 ore.
Regola 2 — niente logistica
Vietati: figli, bollette, spesa, lavori, suoceri.
Se ti viene, lo scrivi in nota e lo fai dopo.
Regola 3 — niente problemi da risolvere
Non è la riunione settimanale.
È connessione.
Regola 4 — 3 domande fisse
1. “Com’è andata davvero?”
2. “Di cosa hai bisogno da me questa settimana?”
3. “Una cosa che hai apprezzato di me?”
Regola 5 — chiusura con micro-accordo
Una cosa piccola per domani (non un piano di vita).
Dopo due settimane Luca mi scrive:
“Non abbiamo risolto tutto. Però ci stiamo riavvicinando.”
Dopo un mese:
“Litighiamo meno. Non perché abbiamo più tempo… ma perché ci vediamo di più.”
il lavoro non sparisce. I figli nemmeno.
Ma la coppia smette di essere solo una squadra di sopravvivenza
e torna a essere un luogo.

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Marco ha 28 anni.Sportivo amatoriale. Allenamento quasi ogni giorno.Quando lo incontro non dice:“Ho perso autostima.”Dic...
24/03/2026

Marco ha 28 anni.
Sportivo amatoriale. Allenamento quasi ogni giorno.
Quando lo incontro non dice:
“Ho perso autostima.”
Dice una cosa molto più diretta:
“Da quando mi sono infortunato… mi sento inutile.”
Marco non viveva lo sport come un hobby.
Lo viveva come identità.
Allenarsi significava:
disciplina, controllo, progresso.
Quando correva, si sentiva centrato.
Quando migliorava, si sentiva valido.
Il problema è che il corpo, ogni tanto, decide di fermarsi.
Un infortunio.
Stop allenamenti.
Stop gare.
E lì succede qualcosa che capita a moltissimɜ sportivɜ:
se la tua identità coincide con la prestazione,
quando la prestazione sparisce…
ti sembra di sparire anche tu.
Marco mi dice:
“Prima ero quello che si allenava sempre.
Ora sono quello che guarda gli altri allenarsi.”
Il corpo fermo non era il problema vero.
Il problema era la domanda sotto:
“Se non posso performare… chi sono?”
Ed è qui che abbiamo fatto il passaggio più importante.
Non tornare subito alla prestazione.
Ma allargare l’identità.
Gli ho detto una cosa semplice:
“Se tutta la tua identità sta in uno spazio solo, basta poco per farla crollare.”
Per questo abbiamo costruito una cosa che chiamo:
Obiettivo identità.
Non un tempo sul chilometro.
Non un peso da sollevare.
Tre ruoli oltre lo sport.
Marco ha scelto questi:
1️Mentore
Aiuta due amici che hanno iniziato ad allenarsi da poco.
Condivide quello che ha imparato.
2️Esploratore
Ha iniziato a studiare mobilità, recupero, prevenzione infortuni.
Cose che prima ignorava perché “tanto correva”.
3️Persona presente
Più tempo con gli amici, con la compagna, con la vita fuori dalla palestra.
Dopo qualche mese mi scrive:
“Mi manca allenarmi forte…
ma non mi sento più vuoto.”
E questa è la parte importante.
Lo sport può essere una parte enorme di chi sei.
Ma non può essere l’unica.
Perché il valore di una persona
non è la sua prestazione.
È la sua presenza sé stesso.

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Martina ha 25 anni, freelance, bisessuale.Sta con un partner etero e la cosa più “difficile” non è stata dirglielo.La co...
21/03/2026

Martina ha 25 anni, freelance, bisessuale.
Sta con un partner etero e la cosa più “difficile” non è stata dirglielo.
La cosa difficile è stata quello che è successo dopo.
Non una lite. Non un tradimento.
Una frase buttata lì, quasi per alleggerire:
“Vabbè… è una fase.”
Martina non gli risponde male. Sorride. Cambia discorso.
Ma dentro succede una cosa precisa: si sente messa tra parentesi.
E quando ti senti tra parentesi, inizi a fare calcoli:
“Devo dimostrare che sono seria?”
“Devo essere ‘più’ qualcosa per essere credibile?”
“Se mi vede a metà, mi sceglie a metà?”
E la gelosia, in quel contesto, non nasce dalla possessività.
Nasce dal bisogno di una cosa semplice: essere riconosciutə.
Io gliel’ho detto chiaro a entrambi: non serve convincersi, serve rispettarsi
“La bisessualità non è un contratto di tradimento.
È un orientamento. Punto.”
E soprattutto:
la relazione non si regge su ‘che cosa potresti desiderare’,
si regge su che cosa scegli ogni giorno.
Perché l’amore adulto non è: “non sarai mai attrattə da nessunə”.
È: “anche se potresti, io scelgo te”.
Questa è la parte che cambia la vita:
il rispetto al di là delle inclinazioni sessuali.
Bisessualità e fiducia: cosa NON dire (se vuoi che resti)
Ecco la verità nuda: alcune frasi non “scherzano”. Tagliano.
❌ “È una fase.”
✅ “Ti credo. E grazie per fidarti di me.”
❌ “Quindi ti piacciono tutti/e?”
✅ “Dimmi come vivi tu la tua bisessualità.”
❌ “Se stai con me allora sei etero.”
✅ “Stare con me non cancella chi sei.”
❌ “Non dirlo in giro.” (imposto)
✅ “Come vuoi gestire privacy e confini? Ti seguo.”
❌ “Mi mette a disagio.” (fine frase)
✅ “Mi mette a disagio perché non capisco. Mi aiuti a capirti?”
La parte più importante: la scelta di stare insieme
Il partner di Martina ha fatto una cosa semplice ma rara:
ha smesso di ragionare per categorie (“etero, gay, bi”) e ha guardato la persona.
Le ha detto più o meno così:
“Io non devo ‘capire tutto’ per rispettarti.
Mi basta sapere che sei tu. E io ti scelgo.”
E Martina, per la prima volta dopo settimane, ha respirato.
Perché non stava cercando permessi.
Stava cercando dignità.
Da lì hanno fatto un patto concreto:
• niente test, niente controlli
• quando sale l’insicurezza, la si chiama per nome
• una frase di sicurezza, sempre uguale, sempre disponibile:
“Ti vedo. Ti rispetto. Ti scelgo.”
Sembra banale. Ma funziona.
Perché la fiducia è ripetizione di sicurezza, non interrogatorio.

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Elena ha 33 anni, infermiera turnista.Quando mi ha scritto non mi ha detto “ho l’ansia”.Mi ha detto una cosa molto più c...
18/03/2026

Elena ha 33 anni, infermiera turnista.
Quando mi ha scritto non mi ha detto “ho l’ansia”.
Mi ha detto una cosa molto più concreta:
“Al lavoro controllo tutto. A casa non ho energia. E mi sembra che manchi sempre qualcosa.”
E infatti era così.
In reparto Elena è una macchina: attenzione ai dettagli, iper-controllo, mente sempre un passo avanti. Non perché sia rigida. Perché lì si regge la responsabilità.
Il problema è che quella modalità non si spegne quando timbra.
Torna a casa svuotata. La casa è un po’ in disordine (come è normale quando vivi e lavori a turni).
E nella sua testa parte il film:
• “Dovrei sistemare…”
• “Non ho fatto…”
• “Manca qualcosa…”
• “Sto restando indietro…”
E più pensa di dover recuperare, meno energie ha.
Più rimanda, più il disordine pesa.
Più pesa, più scatta l’ansia.
E basta una domanda del partner (“che si mangia?”, “mi dai una mano?”) per far saltare il nervo.
Lei si sente in colpa e attacca.
Litigano su piatti, vestiti, cose piccole… ma sotto c’è altro: saturazione + senso di mancanza.
Quando gliel’ho fatto notare, Elena mi ha detto:
“Io non voglio litigare. Ma appena entro a casa mi sento già in difetto.”
E lì le ho dato una soluzione che non è “organizzati meglio”.
metti un interruttore tra lavoro e casa.

Il rituale di “stacco” in 90 secondi (che le ha cambiato le serate)
Le ho detto: “Non devi sistemare tutto. Devi prima rientrare nel corpo.”
1 | Scarico
Piedi a terra. Spalle giù.
2 espiri lunghi (come sgonfiare un palloncino).
2 sec | Etichetta
A bassa voce:
“Sono in modalità lavoro.”
Poi: “Ora rientro.”
3 | Stop alla colpa
Una frase fissa:
“La casa non misura il mio valore.”
4 | Recupero
prima di iniziare qualsiasi cosa:
“Mi servono 10 minuti e poi ci sono.”
con lei abbiamo deciso di sedersi davanti la finestra a guardare il parco.

Dopo una settimana mi scrive:
“Non è che ora sono rilassata… però non esplodo più appena entro.”
Dopo un paio di mesi:
“Quando faccio il rituale, mi sento meno ‘mancante’. E litighiamo molto meno.”
Elena non è diventata perfetta.
Ha smesso di trattare il rientro come un esame da superare.
Ha creato un passaggio: dal controllo alla presenza.

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Indirizzo

Via F. Lavanga, 130
Formia
04023

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