01/08/2021
La salute mentale degli atleti: ancora tabù o bisogno di una competenza psicologica? L’associazione PdS psicologi dello sport risponde.
A poco più di una settimana dall'apertura dei Giochi Olimpici che ci tengono incollati ogni giorno alla tv con entusiasmo per seguire e fare il tifo ai nostri atleti in gara, non sono mancati episodi che ci hanno colpito, come il ritiro dell'americana Simone Biles a causa di un'eccessiva pressione psicologica o della tennista Naomi Osaka, eliminata al terzo turno e che, ha dichiarato di non essere stata capace di reggere questa pressione.
Per noi psicologi esperti nella preparazione mentale alla gara è proprio l'aspetto psicologico che ci ha interessato in queste e altre storie e, in particolare, di come questo aspetto è stato messo in primo piano.
Ciò che colpisce, purtroppo in maniera sconcertante, ascoltando e leggendo la stampa, sono alcuni aspetti :
− il fatto che la salute psicologica continui ad essere un tema di cui o non se ne parla o quando lo si fa, la si etichetta subito come debolezza e fragilità;
− il fatto che con estrema celerità vengano elaborate interpretazioni di quel disagio senza conoscere direttamente la storia e i vissuti della persona in questione e siano confezionate analisi selvagge senza avere una competenza specifica;
− il fatto che si tenda a generalizzare senza contestualizzare l'aspetto psicologico nell'ambito sportivo specifico;
− che basti dare un nome, “pressione psicologica”, per liquidare e risolvere la questione e non ci si chieda che cosa si poteva fare per prevenire o intervenire per tempo prima che un'atleta come Simone si ritrovasse a dover lottare con i suoi démoni invece che con la pedana della gara.
Il mondo dello sport e gli atleti che lo rappresentano, meritano un'attenzione e un rispetto diversi. E lo merita il lato psicologico in senso lato e quello mentale in particolare quando, nello specifico, parliamo di sport.
Il ritiro di Simone Biles è stato un fatto importante prima di tutto proprio per questo, perché ha permesso di parlarne, di parlare di ciò che un'atleta vive dentro di sé, e di quanto questo vissuto può arrivare a diventare pesante e insostenibile, perché la vita di un'atleta di alto livello è complessa e delicata, fatta di diverse ore di allenamento al giorno, ogni giorno, per tutto l'anno, è fatta di gestione degli infortuni, di alti e bassi, di vittorie e sconfitte, di competizioni per vincere o dove l'atleta si adopera per fornire la miglior prestazione di cui è capace. E nella ricerca della propria eccellenza, giorno dopo giorno, dal punto vista psicologico, ci si può perdere..... Diventa allora necessario poter avere al proprio fianco dei professionisti psicologi che ci aiutino in questo percorso.
La nostra preoccupazione è che non si vada oltre queste constatazioni. Occorre invece cambiare prospettiva e andare oltre l'idea che nello sport sia coinvolto solo il nostro corpo dimenticando che c'è una centralina che lo guida a livello muscolare, attentivo, emotivo, .... Non è più evidentemente sufficiente parlare di aspetto mentale e chiamare in causa “la questione di testa” o di “pressione e impatto psicologico”, bisogna fare il passo successivo e allenarla, questa testa!
L'esperienza di Simone come quella di Osaka non sono solo mere notizie, sono delle grida di aiuto e dei campanelli d'allarme importanti che devono farci riflettere. E come loro, anche tanti altri atleti ci hanno fatto capire e mostrato in questi giorni di gare quanto la componente mentale sia stata decisiva.
Occorre allora cominciare a guardare a questa componente non come ad un accessorio ma come un ingranaggio fondamentale che insieme a quelli della preparazione fisica, tecnica e tattica, di concerto permettono di far “girare” la prestazione dell'atleta e di farlo nel pieno rispetto del proprio benessere.
E occorre affidare tale compito ad un professionista che è specializzato proprio in quel settore e conosce bene quell'ingranaggio. Lo psicologo dello sport è quel professionista che ha quella competenza specifica per dare supporto psicologico all'atleta e a tutto il suo contorno.
Concludiamo con le parole di Mauro Berruto, ex CT della Nazionale di pallavolo maschile, che in virtù non solo della sua esperienza e dei suoi successi ad alto livello ma anche del ruolo rivestito, quello di allenatore, sottolinea lo stesso punto di vista finora descritto:
“Ci sono momenti - e i giochi sono tra questi - dove l’aspetto mentale conta il 50% o 70%. Non dobbiamo dimenticare che chi è lì a giocare ha superato un livello di competizione eccezionale. L’aspetto tecnico e tattico sono già fuori dai parametri della normalità. La differenza la fa l’aspetto mentale, che purtroppo, soprattutto in Italia, non si allena sempre in maniera adeguata. Molti considerano che sia un aspetto collaterale. Un allenatore di buonsenso dovrebbe sapere che ha bisogno di affiancarsi ad uno specialista che si occupi di questo lato, che è lo psicologo dello sport. Gli atleti ora urlano con una forza mai sentita prima che la componente mentale è una componente decisiva come le altre. Ed è ora di affidarsi a professionisti. Non voglio generalizzare, ma è un fatto culturale. È una responsabilità di noi allenatori. Ci sono ancora troppi di noi che ritengono che un atleta debba andare dallo psicologo solo se sta male. Invece è necessario prevenire, con un membro dello staff che si occupi di questo. Io ho allenato anche in altri Paesi e posso dire che l’Italia non è messa benissimo per quanto riguarda l’attenzione a questa tematica. “ (Huffpost, 27/07/2021)