19/01/2026
Il movimento non vive nell’abitudine,
ma nella presenza che lo accende.
Gli automatismi possono sorreggere il corpo,
ma non conoscono l’ascolto.
È nell’istante che il gesto diventa vero,
quando attenzione e intenzione respirano insieme.
Praticare è restare svegli,
dimorare nel corpo come in una casa sacra,
dove ogni minimo movimento
è una forma di preghiera.
PERCEPIRSI… ISTANTE PER ISTANTE
Nella pratica di ogni arte marziale, la correttezza di ogni movimento, la precisione del più piccolo gesto, l'accuratezza di ogni postura sono estremamente importanti. D'altra parte, si parla di "arte" anche per questo.
Anche nel Taiji la ricerca della indissolubile connessione fra corpo, mente ed energia è incessante, in modo da rendere il movimento costantemente proteso verso la perfezione.
Ogni gesto deve essere preciso, morbido e, al contempo, pieno di vigore e, pur apparendo lento e fluido, deve essere potenzialmente rapido come un lampo.
La qualità del movimento non dipende dagli automatismi che, per quanto siano importanti, non possono e non devono mai sostituire la profonda consapevolezza del corpo... "istante per istante": l'attenzione e l'intenzione vanno ininterrottamente esercitate; è un grave errore fidarsi della sola "memoria muscolare", pensando magari... a tutt'altro, come se venisse inserito una sorta di "pilota automatico" (quando il corpo "sa"... spesso la mente "va")
Più che sul “fare”, potremmo dire che quest’arte marziale si basa sul “sentire”, sul percepir-si in maniera sempre più profonda. Questa sensibilità è di primaria importanza per affinare, giorno dopo giorno, la percezione delle tensioni interne, l’allineamento strutturale, l’apertura delle articolazioni, la distensione dei muscoli e dei tessuti connettivi (tendini, legamenti, fascia). Questa profonda percezione condurrà quindi il praticante a percepire con chiarezza il fluire dell’energia e della forza interna.
Praticando con questa prospettiva, privilegiando cioè l'ascolto, il “continuo sentire”, impegnandosi a governare il movimento come se nascesse da un flusso ininterrotto di stati di immobilità, allora sarà possibile comprendere il senso di quell’enigmatico principio del Taiji che prescrive di coltivare lo “stare fermi e stabili pur nella dinamicità del continuo movimento”.