23/12/2025
In questo periodo mi capita spesso di incontrare persone molto stanche.
Non una stanchezza legata solo al sonno o ai ritmi quotidiani, ma una fatica più profonda, che nasce dal restare troppo a lungo in uno stato di allerta continua.
Il corpo, quando non trova più un vero punto di riposo, inizia a parlare a modo suo: tensioni che non mollano, respiri che restano corti, una sensazione di affaticamento costante che non sempre ha un motivo immediatamente riconoscibile.
Viviamo immersi in stimoli continui, richieste silenziose, aspettative che si accumulano anche quando tutto, all’esterno, sembra rallentare.
Per questo non leggo questa stanchezza come una fragilità individuale o come un limite personale.
La sento piuttosto come un segnale molto chiaro del tempo che stiamo attraversando: il sistema è saturo e il corpo sta chiedendo un altro passo, un ritmo diverso, meno difensivo e più abitabile.
Per me, oggi, il punto non è fare di più, né capire tutto. È creare spazi in cui non sia necessario trattenersi, spiegarsi o dimostrare qualcosa.
Spazi in cui il corpo possa abbassare la guardia e tornare a sentire senza essere corretto, senza essere spinto, senza dover funzionare a ogni costo. Un ascolto che non accelera e non forza, ma accompagna e lascia respiro.
💫 Questo è il senso dello spazio che ho scelto di creare e di abitare nel mio lavoro.
Un luogo in cui il corpo non viene letto come un problema da risolvere, ma come una voce affidabile, da cui partire. È una scelta precisa, che porto avanti ogni giorno con responsabilità e rispetto.
Oggi più che mai sento che questo tipo di presenza non è un lusso, ma una necessità reale.
È una scelta di campo, un modo di stare, un ritmo che va controcorrente.
Ed è da qui che continuo a lavorare, ogni giorno.
Con amore e presenza 🌬❤️🔥🪽
Roberta