07/12/2025
CONDIVIDO APPIENO! ...lettura e niente immagini! 😉🙏
Sarò duro.
E senza una foto.
Solo parole.
Parole che non puoi scorrere via, non puoi addolcire, non puoi mettere in muto.
Perché oggi serve la frustata, non la carezza.
Viviamo nell’epoca in cui la gente ti manda un WhatsApp per lavarsi la coscienza.
Un “ci sono” che non significa niente.
Una reaction al posto del coraggio.
Una faccina gialla al posto della presenza reale.
È l’illusione perfetta: fare finta di esserci senza esserci mai.
Siamo diventati una generazione emotivamente disidratata.
Abbiamo fatto outsourcing dell’anima.
Abbiamo ridotto le relazioni a pacchetti dati, gli abbracci a ipotesi, la profondità a messaggistica istantanea.
Ti scrivono mentre ti stanno cancellando dal cuore.
Ti mandano buongiorno mentre non saprebbero sostenere il tuo sguardo per dieci secondi.
È crudele.
E comodo.
Una combinazione letale.
Psicologicamente viviamo di microdosi di affetto.
Screenshot di presenza.
Piccole anestesie digitali per non sentire il vuoto dentro.
La chat è diventata il posto dove si evitano le conversazioni importanti, dove si censura il dolore, dove si intrappolano emozioni che avrebbero bisogno di voce, fiato e carne.
E poi c’è la parte sciamanica, quella che non ha pietà:
le parole senza corpo non hanno spirito.
Sono reliquie fredde.
Sono riti morti.
Gli antenati non rispondono ai vocali.
Rispondono alla presenza.
Al tuo campo energetico che incontra quello dell’altro.
A una verità detta a voce nuda, non digitata di fretta.
Quando non ti presenti col corpo, gli spiriti non ti riconoscono.
E se non ti riconoscono non ti guidano, non ti proteggono, non ti aprono porte.
Ti guardano da lontano e passano oltre.
Questo è il vero marcio del mondo: non la cattiveria.
La vigliaccheria emotiva.
Il continuo evitare.
Il continuo nascondersi dietro uno schermo.
Il non avere più il coraggio del contatto, della presenza, del tremore.
E come se non bastasse, viviamo dentro una classe medica che troppo spesso confonde la deontologia con il distacco.
Ti parlano come se fossi un numero.
Una cartella clinica.
Una scadenza.
Un codice.
Ti chiudono in protocolli perfetti e inumanamente freddi.
Ti dicono “è la prassi” quando vogliono solo evitare di sentirti.
Di accoglierti.
Di vedere la tua paura per quella che è.
Io non mi schiero con questa medicina senz’anima.
Non appartengo a chi cura il corpo e ignora la persona.
Io non accetto una professione che ti misura la pressione e ti ignora la vita.
Preferisco sporcare le mani di umanità piuttosto che tenerle pulite di indifferenza.
Perché la cura senza empatia è solo ingegneria.
E l’ingegneria non salva l’anima di nessuno.
Questo è il punto.
Il mondo marcisce perché abbiamo ceduto alla comodità.
Perché ci accontentiamo di connessioni finte, di relazioni usa e getta, di guaritori che non ascoltano, di messaggi che non toccano, di vite che non incontrano altre vite davvero.
La cura vera inizia quando uno rompe tutto questo.
Quando uno sceglie di esserci col corpo, con la voce, con lo spirito.
Quando uno dice:
Io non scappo.
Io non delego al telefono ciò che il cuore deve fare.
Io non mi arrendo alla freddezza istituzionale.
Io sono qui.
Intero.
O torniamo presenti o smettiamo di lamentarci del mondo.
Perché il mondo siamo noi.
E se noi diventiamo vuoti, il mondo puzza.
Se noi diventiamo presenti, il mondo respira.
Questa non è una foto.
È un atto.
È una sveglia.
È una dichiarazione.
Io scelgo la presenza.
Il resto è rumore.
( G.Totaro)