07/02/2026
Principi Fondamentali dell'Evocazione Magica
Si terranno dunque ben presenti i tre principi seguenti.
1- Un essere può manifestarsi solo in un’atmosfera vibratoria che riproduca quella della sua stessa sfera d’origine. Il mago se ne accorgerà nel momento in cui vorrà evocare un essere, sia per mezzo del triangolo, dello specchio o di un condensatore fluidico; dovrà creare artificialmente questo ambiente accumulando della luce, che è la sostanza della sfera, sia nel triangolo o, meglio ancora, in tutto l’ambiente. Se lavora con uno specchio, questo dovrà essere impregnato o condensato attenendosi alla luce della sfera in questione. Quando opera all’aria aperta, farà quest’accumulo in modo che l’essere evocato abbia spazio sufficiente. La luce così concentrata avrà allora il colore del pianeta specifico. Ho già dato al lettore e allo studente sufficienti informazioni sull’accumulo della luce nella mia precedente opera. Pertanto, se si dovrà evocare un essere della sfera della Luna, la luce, o sostanza da concentrare, sarà di color bianco argenteo; se si tratta di un essere di Mercurio, sarà opalescente; di Venere, verde; del Sole, giallo-oro; di Marte, rosso; di Giove, blu; di Saturno, viola.
Se, ad esempio, il mago vorrà chiamare un elementale della Terra, dovrà concentrare l’elemento Terra nel suo triangolo o nello specchio mediante i suoi sensi psichici. Se vorrà evocare un essere della Luna, dovrà creare la vibrazione della sfera lunare. Nessun essere può vivere in un ambiente vibratorio inadatto. Se questo assunto non viene rispettato e a un essere viene ingiunto di manifestarsi, quest’ultimo lo farà, ma creerà egli stesso la vibrazione voluta. In un caso del genere, il mago perde ogni controllo sull’evocato e la sua autorità ne subisce le conseguenze, perché il secondo lo considererà di insufficiente evoluzione e non lo rispetterà né gli obbedirà. Per questo è necessario capire bene e mettere in pratica questo assunto, quando si tenta una evocazione. Un vero mago non deve mai scordarlo.
2- Il mago deve potersi proiettare in piena coscienza, al momento dell'evocazione, nella sfera d'origine dell'essere chiamato, affinché questo possa vederlo. Tale proiezione obbedisce alle leggi governatrici del principio akashico, è cioè il risultato di una trance akashica in cui l'operatore è libero dal tempo e dallo spazio ed è in questa condizione che evoca l'essere, in base a ciò che auspica e che concerne la sua autorità. Senza questa capacità, il praticante non è dunque in grado di far comparire un essere sottile.
3- Il mago deve indurre, grazie alla propria autorità magica, il timore e l'obbedienza negli esseri evocati, altrimenti nessuno di loro, positivo o negativo che sia, lo rispetterà. Questa specie di autorità agente sull'essere non deriva dalla personalità del mago ma dal fatto che questi ha influenzato e si è collegato a un'intelligenza superiore all'essere o è in grado di apparire a questo come una Deità di grado superiore. Non è dunque la persona del mago che agisce ma l'autorità dell'essere superiore o dell'altissima intelligenza; o dell'aver evocato Dio stesso. Ecco perché, quando farà delle evocazioni, il mago si collegherà prima con un'intelligenza superiore; non farà che assumere la forma di quest'ultima per affermare la sua autorità e la imporrà, se per caso l'essere non gli voglia obbedire. Se dunque l'operatore si limita a esercitare sull'essere il potere della sua sola personalità, questo potrebbe rifiutarsi di obbedirgli o, ancor peggio, ingannarlo nel peggiore dei modi. Quando gli ordini ricevuti vengono da un'intelligenza superiore o anche da Dio in uno dei suoi aspetti e non dalla persona del mago, allora l'essere deve obbedire, quali che siano le circostanze. L'identificazione con un'intelligenza o un aspetto divino è stata studiata nell'opera precedente dove ho descritto il contatto con il Dio interiore a ciascuno di noi.
Si constaterà, grazie a ciò che segue, che questi tre assunti non sono mai stati menzionati nelle indicazioni fornite nelle opere di magia, poiché nessuno degli autori ha fatto un'esperienza personale di magia evocatoria. Questi scrittori si sono ispirati, per redigere i loro propri metodi, ad altri libri precedenti che erano, non a caso, incompleti. Pertanto, senza l'applicazione di questi tre principi fondamentali nessuna evocazione può riuscire!
(Tratto da La Pratica dell'evocazione magica, di Franz Bardon)
Il primo principio concerne la necessità di predisporre un ambiente vibratorio omologo alla sfera d’origine dell’entità. La “luce” menzionata da Bardon va intesa quale sostanza primaria della sfera, cioè come condensazione qualificata dell’Akasha differenziato nei sette ambiti planetari o nei quattro elementi. Il triangolo, lo specchio o il condensatore fluidico fungono da fuochi di condensazione, ma l’operatore esperto estende tale saturazione all’intero spazio rituale, creando una camera vibratoria coerente.
Questo concetto trova paralleli nella magia cerimoniale occidentale. Nella Golden Dawn, ad esempio, la consacrazione del Tempio, l’uso dei colori enochiani, delle luci planetarie e dei profumi specifici assolve proprio alla funzione di rendere lo spazio “abitabile” per l’intelligenza evocata. Regardie sottolinea come il Tempio debba divenire una replica in miniatura del piano invocato, non una semplice scenografia simbolica. In Bardon tale principio viene interiorizzato e fluidificato: l’operatore genera la sostanza stessa della sfera mediante accumulo di luce.
Il secondo principio introduce la questione della proiezione cosciente nella sfera d’origine, che Bardon connette esplicitamente al principio akashico. L’evocazione non è un atto unilaterale compiuto dal piano fisico, bensì un incontro bilaterale. L’entità deve percepire l’operatore sul proprio piano, e ciò avviene attraverso la trance akashica.
Questa condizione estatica non è assimilabile né alla medianità né alla dissociazione passiva. Essa presuppone il dominio già acquisito, nei gradi avanzati dell’addestramento ermetico, della separazione dei corpi sottili e della coscienza extra-spaziale. Nei livelli quinto e sesto dell’addestramento bardoniano (Introduzione alle dottrine ermetiche), il praticante impara infatti a operare coscientemente nell’Akasha, sperimentando stati di sospensione rispetto a tempo e spazio. L’estasi akashica evocatoria è un’applicazione operativa di tale facoltà: l’Io magico si situa nel principio causale e, da lì, chiama.
Senza questa simultaneità di presenza — fisica nel Tempio e akashica nella sfera — l’evocazione resta monca. L’entità, non percependo l’autorità dell’operatore sul proprio piano, non ha motivo di rispondere o di manifestarsi stabilmente.
Il terzo principio, quello dell’autorità, conduce direttamente al tema dell’assunzione della forma divina.
Bardon afferma che l’obbedienza dell’essere non deriva dalla personalità del mago, ma dal suo collegamento a un’Intelligenza superiore. Qui si innesta una dottrina perfettamente parallela a quella sviluppata nella tradizione ermetico-cerimoniale occidentale.
Nella Golden Dawn, l'assunzione della forma divina costituisce una fase imprescindibile di ogni operazione maggiore. L’operatore non agisce come individuo profano, bensì come veicolo di una Forza divina specifica. Regardie descrive questa assunzione come un processo di identificazione totale: postura, vibrazione dei nomi, visualizzazione della forma e soprattutto assimilazione delle qualità coscienziali della Deità.
Ricollegandosi al primo principio, si può osservare come l’operazione evocatoria richieda una triplice omologia:
• Omologia ambientale: lo spazio rituale riproduce la sfera.
• Omologia coscienziale: il mago si proietta akashicamente nella sfera.
• Omologia gerarchica: il mago assume la forma divina superiore all’entità.
Solo quando queste tre condizioni convergono si produce una evocazione di successo.
Il luogo evocatorio diviene allora una zona di intersezione fra piani, si tratta della creazione di un “utero” vibratorio in cui l’entità può rivestirsi di sostanza percepibile.
Se tale luogo non viene creato, l’essere deve generarlo autonomamente per manifestarsi — e proprio in questo scarto Bardon individua la perdita di autorità del mago. Chi crea il campo, governa il fenomeno; chi lo subisce, ne diviene spettatore esposto.