23/07/2025
“Questo passaggio è un pugno nello stomaco per chi lavora con adolescenti e preadolescenti. Non si tratta solo di tecnologia o innovazione, ma di solitudine, di bisogno di essere visti, ascoltati davvero. I ragazzi non chiedono risposte perfette: chiedono ascolto autentico, presenza emotiva, adulti che non minimizzino il loro mondo interiore. Se si rivolgono a un’IA è perché spesso noi adulti – genitori, educatori, terapeuti – siamo troppo presi dal voler spiegare, correggere o ‘aggiustare’, e troppo poco disposti ad accogliere senza giudizio. È un campanello d’allarme, ma anche un invito a ricostruire spazi relazionali sicuri, dove i ragazzi possano tornare a sentirsi degni di parola.”
"No, non lo usano solo per copiare i compiti, ma anche per raccontare cose che non direbbero a nessuno. Gli scrivono delle loro ansie, dei loro amori, dei loro dubbi. Chiedono consigli su come dichiararsi, su cosa fare quando si sentono soli, su come smettere di sentire quella voce che dice “Non sei abbastanza”. Ma c’è un altro aspetto inquietante in tutto questo. Non è solo che i ragazzi parlano con un’intelligenza artificiale. È che spesso non hanno nessun altro con cui parlare. Non perché non ci siano amici, ma perché gli adulti sono diventati sordi. Non hanno smesso di sentire, certo. Ma hanno smesso di ascoltare".
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