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L'intolleranza al lattosio non è solo un problema di salute, può diventarlo anche per la linea. Quando il nostro organis...
26/02/2020

L'intolleranza al lattosio non è solo un problema di salute, può diventarlo anche per la linea. Quando il nostro organismo non riesce a metabolizzare un alimento, si crea uno stato infiammatorio che fa accumulare chili. In primo luogo assistiamo a un rallentamento metabolico che impedisce di bruciare calorie con la velocità corretta, poi a un aumento dei processi fermentativi che frenano la digestione, e infine a una “resistenza” dell’organismo a smaltire le proprie riserve, il che si traduce in una maggior difficoltà a intaccare gli accumuli di massa grassa. Inoltre, come ogni forma d'infiammazione, anche quella scatenata dall’intolleranza al lattosio porta a un maggior ristagno di liquidi. Ecco allora comparire pancia gonfia, meteorismo, crampi, dolori addominali e dissenteria, i sintomi tipici dell'intolleranza al lattosio. La prima mossa: qualche giorno senza latte e derivati
L’intolleranza al lattosio è un fenomeno assai diffuso. Rara in età infantile, cresce con il passare degli anni, fino ad interessare oltre il 40% della popolazione adulta, e negli anziani è ancora più frequente. A generare l'intolleranza al lattosio è la carenza, totale o parziale della lattasi, l’enzima che serve per scindere il lattosio, lo zucchero del latte, e riuscire così a digerirlo. Se ne siamo colpiti, cosa occorre fare? Non è necessario eliminare del tutto latte e derivati: se l’intolleranza è lieve basta imparare a “dosarli” per non accumulare gonfiore e peso. Spesso si tratta di una reazione nei confronti di un eccessivo consumo, che richiede solo alcuni giorni di tregua: in questo caso a generare disturbi intestinali è la caseina, la proteina del latte, che può determinare un lieve stato infiammatorio che nel tempo porta ad un’alterazione della flora batterica. Praticare, ogni tanto, un periodo di “depurazione” da formaggi e latticini è consigliabile a chiunque voglia perdere peso e sgonfiarsi in fretta.

Prova queste alternative al latte vaccino
Un'altra strategia vincente è introdurre fra le nostre abitudini alimentari, i latti vegetali. Questi alimenti sono ottenuti da cereali, da legumi come la soia, da frutti (cocco) e semi oleosi (mandorla, anacardi, nocciola ecc.). Il latte vegetale più simile, dal punto di vista nutrizionale, a quello vaccino, è quello di soia, che apporta la più elevata quantità di proteine. È l’ideale per la colazione o per essere bevuto da solo. Altra buona scelta è il latte ottenuto dai semi oleosi: queste bevande, sebbene abbiano un apporto calorico maggiore, forniscono grassi buoni che consumati con moderazione favoriscono la perdita di peso. Attenzione invece ai latti vegetali ottenuti dai cereali (riso, avena, quinoa, miglio o farro) che apportano soprattutto carboidrati: è bene utilizzarli insieme ad alimenti proteici o ricchi di fibre che ne bilancino il contenuto nutrizionale.

LEGGI ANCHELatte, non ne esiste un solo tipo

Ti aiuta anche un integratore di lattasi
Se sei intollerante al lattosio, oggi hai la possibilità di ricorrere ad un integratore che ti fornisce l’enzima mancante, la lattasi. Questi prodotti agiscono nello stomaco e fanno arrivare l’alimento già digerito nell’intestino crasso, evitando che si producano fermentazioni e gonfiori. È un aiuto in più soprattutto quando non hai la possibilità di controllare gli ingredienti del pranzo, ad esempio quando esci a cena. La posologia può variare, in base ai prodotti, ma di solito il consiglio è di assumere una capsula prima dei pasti.

Anche se non a tutti piacciono broccoli, cavolfiori e cavoletti di Bruxelles non dovrebbero mai mancare nella dieta, per...
12/02/2020

Anche se non a tutti piacciono broccoli, cavolfiori e cavoletti di Bruxelles non dovrebbero mai mancare nella dieta, perché promuovono la salute intestinale. E’ quanto emerge da uno studio della Pennsylvania State University, pubblicato su Journal of Functional Foods.

Lo studio è stato svolto sui topi e ha dimostrato che se seguivano una dieta che prevedeva regolarmente broccoli (15% complessivo di questo alimento), gli animali erano in grado di resistere meglio a problematiche come la colite o la sindrome della permeabilità intestinale, nella quale l’intestino, in sostanza, rischia di diventare ‘permeabile’ a tossine e altri microrganismi perché non si riesce a costruire una ‘barriera’ che è molto importante per la salute dell’organismo.

I ricercatori ritengono che le verdure crocifere, come broccoli, cavolfiori e cavoletti di Bruxelles, contengano un composto che si scinde in altre sostanze nello stomaco, che poi legano e attivano un recettore, noto come idrocarburo arilico. Nell’intestino questo aiuta a mantenere una flora bilanciata e a migliorare la funzione di ‘barriera’, che fa transitare il cibo correttamente ma non tossine e microrganismi. E’ dunque così che si previene la sindrome della permeabilità intestinale (detta anche sindrome dell’intestino colante) che può portare a infiammazione e conseguenze come artrite e malattie cardiache. Per l’uomo, la quantità utilizzata per l’esperimento sarebbe equivalente a tre coppette e mezzo di broccoli al giorno.

Doctor

Non siete intolleranti al glutine ma al glifosato: il legame tra l’erbicida e la celiachia spiegherebbe la recente epide...
31/01/2020

Non siete intolleranti al glutine ma al glifosato: il legame tra l’erbicida e la celiachia spiegherebbe la recente epidemia
I sintomi della cosiddetta intolleranza al glutine e della celiachia sono estremamente simili ai sintomi riportati da animali da laboratorio esposti al glifosato e il numero dei casi è aumentato di pari passo con l’aumento dell’uso del glifosato nell’agricoltura
A cura di Beatrice Raso 28 Novembre 2018 16:40
glifosato celiachia

“La celiachia e, più in generale, l’intolleranza al glutine, è un problema crescente in tutto il mondo, ma soprattutto in Europa e Nord America, dove si stima che ora ne soffra il 5% della popolazione. Qui proponiamo che il glifosato, l’ingrediente attivo nell’erbicida Roundup®, sia il fattore causale più importante in questa epidemia”, scrivevano i ricercatori in una meta-analisi di 300 studi. Lo studio, pubblicato sulla rivista Interdisciplinary Toxicology nel 2013, è stato completamente ignorato dai media, ad eccezione di Mother Earth News e The Healthy Home Economist.

Ora che il glifosato sta avendo l’attenzione che merita dopo essere stato considerato colpevole in una causa da 280 milioni di dollari per cancro e definito cancerogeno dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, sarebbe ora di analizzare il ruolo della sostanza nella celiachia.

I sintomi della cosiddetta intolleranza al glutine e della celiachia sono estremamente simili ai sintomi riportati da animali da laboratorio esposti al glifosato, sostengono gli autori dello studio Anthony Samsel, scienziato indipendente che è stato anche consulente dell’EPA sull’inquinamento da arsenico e della Guardia Costiera statunitense sulla reazione ai pericoli chimici, e Stephanie Seneff, ricercatrice del Massachusetts Institute of Technology (MIT). I due ricercatori segnalano uno studio recente, pubblicato su Journal of Crop and W**d, su come il glifosato influenzi il sistema digerente dei pesci. La sostanza diminuiva gli enzimi digestivi e i batteri, alterava le pieghe mucose e distruggeva la struttura dei microvilli nella parete intestinale. “Queste caratteristiche richiamano altamente la celiachia”, scrivono Samsel e Seneff.

Inoltre, il numero di persone a cui è stata diagnosticata la celiachia e l’intolleranza al glutine è aumentato di pari passo con l’aumento dell’uso del glifosato nell’agricoltura, iniziato negli anni ’80 e diventato routine negli anni ‘90, soprattutto con la recente pratica di bagnare i cereali con l’erbicida poco prima del raccolto. Anche se alcuni sostengono che l’aumento dei casi di celiachia intorno all’anno 2000 sia semplicemente dovuto ai migliori strumenti diagnostici, i ricercatori hanno elencato i seguenti punti a sostegno della loro tesi:

celiachiaLa celiachia è associata a squilibri dei batteri intestinali che possono essere pienamente spiegati dagli effetti del glifosato su di essi.
La celiachia è associata alla riduzione degli enzimi citocromo P450. Il glifosato è noto per inibire questi enzimi.
Le carenze di ferro, cobalto, molibdeno, rame e altri metalli rari associati alla celiachia possono essere attribuite alla forte abilità del glifosato di chelare questi elementi.
Le carenze di triptofano, tirosina, metionina e seleniometionina associate alla celiachia si abbinano alla riduzione di questi aminoacidi da parte del glifosato.
I pazienti celiaci hanno anche un maggior rischio di linfoma non-Hodgkin, implicato anche nell’esposizione al glifosato.
L’incidenza del linfoma non-Hodgkin è aumentata rapidamente nella maggior parte dei Paesi occidentali nel corso degli ultimi decenni. Le statistiche dell’American Cancer Society mostrano un aumento dell’80% dai primi anni ’70, quando il glifosato è stato introdotto sul mercato per la prima volta.
I problemi di salute riproduttiva associati alla celiachia, come infertilità, ab**to e malformazioni, possono essere spiegati dal glifosato.
I residui di glifosato nei cerali, nello zucchero e in altre colture stanno aumentando probabilmente a causa della crescente pratica della disidratazione delle colture poco prima del raccolto, sostengono i ricercatori. La pratica illegale, diventata routine tra gli agricoltori dagli anni ’90, aumenta la produttività uccidendo le colture. Poco prima che le piante muoiano, rilasciano i loro semi per moltiplicare la specie.

Morale della storia? Dobbiamo diventare “glifosato-free” e non glutine-free. E questo significa convertirsi al biologico, soprattutto quando si tratta di cereali e animali che si nutrono di essi.

24/01/2020
L’amaranto fa parte della categoria degli pseudocereali, cioè quegli alimenti che uniscono le caratteristiche dei legumi...
06/05/2019

L’amaranto fa parte della categoria degli pseudocereali, cioè quegli alimenti che uniscono le caratteristiche dei legumi a quelle dei cereali (come ad esempio il grano saraceno). L'amaranto ha moltissime proprietà, tra cui quella di ripulire il sangue e le arterie. Essendo privo di glutine, è un alimento adatto ai celiaci. L'amaranto, rispetto ad altri “cugini”, è ricchissimo di proteine di alta qualità (circa 16 grammi per 100 grammi di alimento) e contiene lisina e metionina, due aminoacidi essenziali di cui sono carenti quasi tutti i cereali (tranne la quinoa). Il suo livello di lisina - elemento essenziale della dieta - è addirittura superiore a quello dei cereali, dei fagioli e della soia, o ancora della carne, del latte e delle uova. L'amaranto contiene il 15% di fibre, il che lo rende utilissimo per chi soffre di gonfiori e stitichezza.

Se ne usano chicchi, foglie e farina
Oltre a consumarlo in chicchi, dell’amaranto si possono usare anche le foglie e la farina. Quest’ultima, priva di zuccheri semplici e ricca di amilopectina e zuccheri complessi, è adatta a essere usata nella dieta di obesi e diabetici. Le foglie invece, ricche di calcio, ferro e fosforo, si consumano come verdura cotta (simile agli spinaci). L’olio di amaranto contiene acidi grassi insaturi, vitamina E, squalene, un triterpene presente anche nell’olio di oliva, potente antiossidante capace di ridurre la sintesi di colesterolo nel fegato, secondo uno studio apparso sul Food and Public Health e sul Journal of Food Science.

L'amaranto abbassa il colesterolo cattivo
L'amaranto è ricco di antiossidanti naturali e di magnesio, che riduce il rischio di ipertensione e di malattie cardiache, aiuta il rilassamento dei vasi sanguigni e svolge un ruolo importante nella regolazione ormonale. L'amaranto abbassa anche i livelli di colesterolo “cattivo” nel sangue, grazie alla presenza dei tocotrienoli (vitamina E). Nel germe, la parte più interna del seme, sono presenti anche preziosi acidi grassi come il linoleico, che ha un effetto antinfiammatorio e regolatore della coagulazione sanguigna.

L’amaranto fa bene anche alle ossa
Ma non è solo il sangue a beneficiare dell'amaranto. Lo pseudocereale fa bene anche alle ossa, in quanto vanta un elevato contenuto di calcio che lo rende adatto soprattutto all’alimentazione delle donne per mantenere le ossa forti e protette, specie in menopausa, e dei bambini in fase di sviluppo. Cento grammi di amaranto contengono il 33 per cento del fabbisogno di calcio di una donna in menopausa.

Sappiamo oramai con certezza che i batteri dell’intestino agiscono come guardiani nei confronti della nostra salute. Par...
24/04/2019

Sappiamo oramai con certezza che i batteri dell’intestino agiscono come guardiani nei confronti della nostra salute. Parliamo di un ecosistema particolarmente sofisticato in cui, grazie all’azione di miliardi di questi operosi batteri che lavorano per noi, vengono prodotti micronutrienti, vitamine e molte sostanze necessarie per il buon funzionamento dell’organismo.
Essi ci aiutano a digerire i cibi, a ricavarne energia, a tenere allenato il nostro sistema immunitario e, occupando la superficie della mucosa intestinale in modo che non vi attecchiscano microbi nocivi, ci difendono anche dalle malattie.
Sappiamo inoltre, a seguito delle più recenti ricerche cliniche, che il microbiota (cioè l’insieme dei batteri che vive nel nostro intestino) può influenzare il nostro umore, il nostro peso, i nostri gusti alimentari e addirittura influenzare la nostra predisposizione a contrarre certe malattie rispetto ad altre
I probiotici
Sono particolarmente utili quando nel nostro organismo si verifica una condizione di disbiosi, ovvero si sono creati degli squilibri nelle varie specie della popolazione batterica (che normalmente convivono tra di loro in maniera sana ed equilibrata e la loro azione complessiva si ripercuote positivamente sulla nostra salute, in una condizione che viene detta di eubiosi: i nutrienti sono ben assimilati, le tossine espulse, il livello infiammatorio è basso e il sistema immunitario blocca tutti i potenziali pericoli, il metabolismo è efficiente).

I prebiotici sono invece le sostanze di origine vegetale che servono a nutrire e sostenere i batteri buoni e a favorirne l’insediamento nell’intestino; queste sostanze non vengono digerite dal nostro organismo e portano grandi benefici alla flora batterica, grazie alla loro capacità di promuovere la crescita di una o più specie di batteri presenti nel tratto intestinale. Se assunti assieme ai probiotici ne migliorano la capacità di insediamento a livello intestinale. Ci sono molti tipi di vegetali che sono veri e propri prebiotici naturali, grazie al loro ottimale contenuto di fibre sia dal punto di vista qualitativo che quantitativo.

Sintomi della disbiosi intestinale

I sintomi più comuni ed eclatanti normalmente sono riferiti al sistema digestivo, quindi è quasi certa una situazione di disbiosi quando si hanno intestino irritabile, dolori addominali, gastrite, meteorismo, digestione difficile, irregolarità dell’alvo (stipsi o diarrea o anche entrambe le problematiche alternate). Un altro sintomo che è rivelatore di disbiosi è la stanchezza post-prandiale, cioè un’eccessiva sonnolenza dopo i pasti principali.

Ma anche altri sintomi e disagi fuori da questi ambiti possono essere correlati ad una disbiosi in atto: intolleranze alimentari (specie ai latticini, spesso concausa di disbiosi), mal di testa, cistiti e candida, infezioni genitali ricorrenti, depressione, ansia e attacchi di panico, spossatezza o stanchezza croniche, cellulite e ritenzione, gonfiore alle gambe, brufoli e disturbi cutanei.
A volte anche una difficoltà a perdere peso, un blocco nel metabolismo possono essere originati da disbiosi; altre volte ci possono essere carenze di alcuni nutrienti sintetizzati a livello intestinale, ad esempio biotina o altre vitamine. Una disbiosi può causare anche infezioni ricorrenti, poiché il sistema immunitario può risultare indebolito.

Da studi effettuati per analizzare gli effetti dell’alimentazione sul microbiota sono stati rilevati interessanti risultati. Ad esempio si sa che il passaggio da un’alimentazione basata prevalentemente su proteine animali ad un’alimentazione vegetariana aumenta già nel giro di pochi giorni le specie di batteri produttrici di acido butirrico, dotato di capacità anti-infiammatorie e protettive.

Al contrario alimentarsi prevalentemente di carboidrati raffinati, pane bianco, pasta di semola, farine 00 e dolci fa diminuire la varietà di specie batteriche e una dieta ricca di grassi animali favorisce una flora batterica che stimola le infiammazioni. Invece una dieta ricca di vegetali, che apporti grandi quantità di fibre, aiuta la crescita dei batteri che abbassano l’acidità intestinale, combattendo i microorganismi patogeni.

Quindi, in caso di disbiosi intestinale, si consiglia il consumo di verdure in generale, di legumi in particolare, cereali integrali scegliendo prevalentemente quelli a basso indice glicemico, semi oleosi e pesce azzurro (ricco di Omega 3).

Alcuni cibi preziosi per la salute del nostro intestino

Cicoria
Questa erba poco pregiata ha in realtà un elevato quantitativo di inulina (fibra vegetale ottima per il ripristino della flora batterica e per ridurre i disturbi collegati al colon irritabile) contenuta nella radice, mentre le sue foglie hanno anche proprietà depurative ed protettrici per il fegato. L’inulina è contenuta anche nelle radici di altre piante quali tarassaco, bardana e topinambour.

Carote
Fonti di fibre e di betacarotene (precursore di vitamina A), aiutano in maniera dolce l’attività intestinale e sostengono la flora batterica ‘buona’; andrebbero consumate prima dei pasti crude, magari tagliate a julienne con olio extravergine di oliva e succo di limone.

Carciofi
Ricchi di inulina, hanno un grande effetto disintossicante per il fegato e depurativo per il sangue, stimolano la funzionalità di fegato, stomaco e pancreas, favorendo la produzione di bile. Ideali anche dopo un periodo di alimentazione disordinata in quanto alleggeriscono il lavoro degli organi emuntori.

Finocchi
Oltre a buone quantità di fibra hanno la capacità di agevolare le funzioni digestive, riducendo i gonfiori addominali e riducendo i disturbi spastici. Se ne consumano sia le foglie che il fusto (meglio crudo, in pinzimonio o in insalata) e anche i semi che possono essere usati come spezia per insaporire diversi piatti.

Lenticchie
Ricche di fibre riequilibranti per il microbiota e che agevolano il transito intestinale. Forniscono proteine e minerali importanti come il ferro, potassio e fosforo e sono una valida alternativa alle proteine animali (ma possono essere ben combinate con cereali integrali per un piatto unico). Se si soffre di gonfiori è consigliato iniziare gradualmente il consumo, meglio passando le lenticchie con un passaverdure.

Mirtilli
Ottimi per aumentare le difese immunitarie e ridurre il livello infiammatorio del tratto intestinale. Ricercatori della Lund University in Svezia hanno accertato l’eccellente effetto antinfiammatorio delle bucce di questi frutti, che li rende efficaci contro colite ulcerosa e altri disturbi intestinali, con effetto preventivo nei confronti di alcuni tumori. L’ideale sarebbe consumarli interi abbinati a yogurt potenziati con probiotici.

Semi di lino
Oltre ad essere ricchi di omega 3 sono ricchissimi di fibre idrosolubili e da soli possono risolvere problemi di stipsi. Si possono consumare macinati e aggiunti a muesli o yogurt oppure metterne un cucchiaio in un bicchiere di acqua alla sera e consumare il liquido che si è formato la mattina successiva.

Riso integrale
Si tratta di un alimento di per sé molto equilibrante, molto più nutriente del riso bianco in quanto ricco di vitamine e minerali (tra cui magnesio e ferro) e naturalmente di fibre benefiche.

OMEGA 3: cosa sono?Gli acidi grassi omega 3 sono grassi essenziali che dobbiamo assumere con l’alimentazione: essi sono ...
28/09/2018

OMEGA 3: cosa sono?

Gli acidi grassi omega 3 sono grassi essenziali che dobbiamo assumere con l’alimentazione: essi sono importanti per il nostro corpo e per il cervello.
Purtroppo la maggio parte delle persone, mangiando una dieta tipica occidentale, non assume abbastanza omega 3.


Cosa sono gli omega 3?
Gli omega 3 sono acidi grassi polinsaturi essenziali che dobbiamo assumere con la dieta. Sono polinsaturi perché hanno svariati doppi legami nella loro configurazione chimica. Questi acidi grassi polinsaturi si chiamano omega 3 (o omega 6, per descrivere un altro tipo di acido grasso essenziale), intendendo la posizione del primo doppio legame partendo dalla posizione finale omega.


Conosciamo 3 tipi di omega 3
Gli omega 3 di maggiore importanza per la nostra salute sono:



EPA (acido eicosapentaenoico)

EPA è un acido grasso omega 3 formato da 20 atomi di carbonio. Lo si trova proncipalmete nel pesce grasso, nel pesce di mare e nell’olio di pesce.
L’EPA viene trasformato in eicosanoidi, importanti molecole deputate alla riduzione dei processi infiammatori.
Studi scientifici hanno dimostrato come l’EPA sia efficace contro la depressione.



DHA (acido docosaesaenoico)

DHA è un acido grasso omega 3 di 22 atomi di carbonio. Lo troviamo nel pesce grasso, nel pesce di mare, nell’olio di pesce e nelle alghe.
La funzione principale del DHA è di essere una componente strutturale delle membrane cellulari, in particolare delle cellule nervose del cervello e dell’occhio. Costituisce oltre il 40% dei grassi polinsaturi nel cervello.
Il DHA è di vitale importanza durante la gravidanza e l’allattamento, è cruciale per il sistema nervoso durante l’età dello sviluppo: il latte materno ne contiene infatti una notevole quantità.



ALA (Acido Alpha-Linolenico)

ALA è un acido grasso omega 3 di 18 atomo di carbonio. Lo troviamo in vegetali grassi, specie nei semi di lino, semi di chia e nelle noci.
L’ALA è l’omega 3 più comune nell’alimentazione, ma non è molto attivo nel corpo, perché deve essere convertito in EPA e DHA per essere attivo. Purtroppo negli umani questo è un processo inefficiente: solo il 5% di ALA viene convertito in EPA, e lo 0,5% in DHA. Perciò non dovremmo mai considerare l’ALA come l’unica fonte di omega 3. La maggior parte di ALA che ingeriamo viene usata come fonte di energia.

Sempre più celiaci La regione che ne conta di più è la Lombardia. Sono colpite molto di più le donne, rispetto agli uomi...
27/02/2018

Sempre più celiaci
La regione che ne conta di più è la Lombardia. Sono colpite molto di più le donne, rispetto agli uomini

Cresce il numero dei celiaci in Italia. Nel 2014 risultano essere 172.197, in aumento del 15% rispetto al 2012. Quasi la metà di loro (il 48%) vive al Nord, il 22% al Centro, il 19% al Sud, mentre l’11% nelle Isole. La regione dove risiedono più celiaci è la Lombardia, con 30.541 persone, seguita dal Lazio con 17.355. Al terzo posto la Campania con 15.509 individui.

Sono molte di più le donne (121.964), rispetto agli uomini (50.233). Questi i numeri contenuti nella Relazione annuale al Parlamento sulla celiachia redatta dal Ministero della Salute.

La celiachia è una malattia autoimmune che si sviluppa in soggetti geneticamente predisposti in seguito all’assunzione del glutine. Dopo la diagnosi, saper gestire la propria condizione è il punto di partenza per poter organizzare la propria giornata e la propria vita sociale in modo consapevole e sereno.

Si inizia ovviamente da una buona educazione alimentare, evitando di preoccuparsi troppo e senza medicalizzare la dieta. Sono questi i primi consigli degli esperti, che ricordano che ormai sulle etichette dei prodotti sono riportati ingredienti, allergeni e profilo nutrizionale: quindi oggi è possibile acquistare in modo autonomo e corretto qualsiasi alimento.

La garanzia di poter disporre di alimenti sicuri per i celiaci è estesa anche alla ristorazione scolastica, ospedaliera e pubblica dove oggi è possibile usufruire di una lista degli ingredienti per ciascun piatto ed identificare quelli senza glutine.

A contribuire a tale servizio nella ristorazione ci sono gli operatori del settore alimentare, che ogni anno vengono formati e aggiornati per lavorare al meglio il “senza glutine”. Con l’aumento della diffusione delle informazioni, della consapevolezza della collettività, della sensibilità delle aziende e degli operatori e avendo una normativa sempre più attenta al consumatore oggi finalmente è meno gravoso il peso della celiachia per i celiaci e per le loro famiglie.

Sebbene solo l’1% della popolazione sia affetta da celiachia, le diete senza glutine sono diventate una delle tendenze p...
31/01/2018

Sebbene solo l’1% della popolazione sia affetta da celiachia, le diete senza glutine sono diventate una delle tendenze principali negli ultimi anni. La sensibilità al glutine dei non-celiaci è un argomento controverso tra molti ricercatori considerando che il 13% della popolazione asserisce di soffrire di questo disturbo.

Secondo quanto pubblicato sulla rivista Gastroenterology (nov. 2017) da un gruppo di ricercatori norvegesi e australiani, i familiari gonfiori di cui molte persone soffrono dopo aver ingerito alimenti contenenti grano potrebbero essere causati dalla sensibilità al fruttano e non al glutine come comunemente ritenuto.

La sensibilità al glutine delle persone non celiache è caratterizzata da un miglioramento dei sintomi dopo l’eliminazione del glutine stesso dalla dieta, ma i meccanismi di questa sensibilità non sono chiari non essendoci bio-marker per questo disturbo. Gli alimenti con glutine spesso contengono fruttani, una tipologia di oligo-, di-, monosaccaridi e polioli fermentescibili. Lo studio ha esaminato l’effetto del glutine e dei fruttani separatamente sugli individui con presunta sensibilità al glutine.

59 persone, sicuramente non celiache, che avevano deciso di seguire una dieta senza glutine, sono state coinvolte in uno studio a doppio cieco incrociato presso l’ospedale universitario di Oslo dall’ottobre 2014 al maggio 2016. I partecipanti sono stati assegnati in modo randomizzato a tre gruppi con una dieta contenente glutine (5,7g), fruttani (2,1g) o placebo nascosti in barrette a base muesli per 7 giorni seguiti da almeno 7 giorni di sospensione (finché fossero risolti i sintomi della settimana precedente) al termine dei quali i partecipanti sono stati riassegnati a un altro gruppo fino ad avere completato il ciclo dei tre gruppi. I sintomi sono stati valutati con la scala utilizzata per la sindrome del colon irritabile (GSRS-IBS) ed è stato utilizzato un modello lineare misto.

I punteggi medi GSRS-IBS differiscono in modo significativo durante la fase glutine, fruttani o placebo. I punteggi medi dei partecipanti che hanno consumato fruttani sono significativamente maggiori rispetto a quelli che hanno assunto glutine. 13 partecipanti hanno fatto registrare i punteggi più alti dopo il consumo di glutine, 24 dopo il fruttano e 22 dopo il placebo, ma soprattutto non sono state registrate differenze tra i punteggi dei gruppi glutine e placebo.

Pertanto, questo studio randomizzato a doppio cieco con placebo ha messo in evidenza che i fruttani sono in grado di indurre i sintomi che sono spesso imputati al glutine.

Prima di mangiare, per non andare incontro a spiacevoli effetti collaterali, come il meteorismo, si possono mettere in a...
26/01/2018

Prima di mangiare, per non andare incontro a spiacevoli effetti collaterali, come il meteorismo, si possono mettere in atto dei semplici gesti. Consumare i pasti in maniera serena, da seduti e masticando con calma migliora la digestione ed evita di inghiottire troppa aria, responsabile del fastidioso senso di gonfiore.
Se si desidera evitare di arrivare ai pasti con troppo appetito bisogna fare un piccolo spuntino a metà mattina, dopo la colazione, ed una merenda a metà pomeriggio. Per favorire il senso di sazietà è molto importante mantenersi idratati, bevendo dell’acqua naturale proprio a ridosso dei pasti.
Ecco 3 cose da fare prima di mangiare per digerire bene, non gonfiarsi e saziarsi.


1 Masticare. Le prime fasi digestive si svolgono in bocca, grazie all’azione della saliva. Masticare con calma ogni boccone, oltre ad evitare di mangiare più del dovuto, fa assaporare al meglio i sapori ed aiuta la digestione. Quando i pasti vengono consumati con fretta si va incontro a svariati disturbi come il gonfiore addominale, la pesantezza ed il mal di stomaco. E’ fondamentale che si mangi stando seduti e senza fretta, in modo da poter percepire subito il momento in cui si è sazi, evitando di introdurre più calorie di quelle 3 cose da fare prima di Mangiare per Digerire bene, non Gonfiarti e Saziarti necessarie.
2 Acqua. Bere dell’acqua naturale prima dei pasti è un ottimo metodo naturale per mangiare di meno. L’acqua riempie senza però apportare calorie; inoltre, idrata, favorisce le funzioni digestive ed interviene sulla velocità di svuotamento intestinale. L’acqua naturale è una grande alleata per chi desidera dimagrire o mantenere il peso forma perchè disintossica ed accellera il metabolismo.
3 Distrazioni. I pasti devono essere consumati concentrandosi sull’attività svolta. Bisogna quindi spegnere il computer ed il televisore, in modo da poter assaporare pienamente le pietanze senza distrazioni. Mangiare quando si sfoglia un giornale o si naviga in rete non permette di tener conto delle porzioni consumate, inducendo a fare il bis con notevoli conseguenze per il giro vita.

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