08/02/2026
PIÙ IL TERAPEUTA È POTENTE E MENO CURA.
“Siamo attratti da quella particolare professione perché abbiamo dei problemi: studiamo psicologia per curarci… (poi arriva la paziente che si fa) sirena muta, mio caro, e ci richiama verso gli scogli, dove la nostra ambizione terapeutica si infrange” (Alex Michaelides “La paziente silenziosa”)
Direi che questa frase non rivela molto a chi legge queste Confessioni da qualche tempo.
Prima di disambiguarla, però, oggi, ve lo confesso, sono fragile e con un senso di impotenza depressiva... "Ma come?" direbbe qualcuno... "proprio tu che sei psicologo!"
Si. Sono un cardiologo che ha un infarto, per questo oggi mi metto a riposo e rinizierei da questo vecchio post che parla di impotenza, così accolgo la mia di impotenza e, al tempo stesso, mi riposo dallo scrivere. Seguitemi, sempre se vi va…
Il fatto che noi terapeuti siamo tossici di terapia, che studiamo psicologia per curarci, che, come il protagonista del libro, abbiamo esperienze psicotiche, su***de, depressive, sessuomaniche e compagnia cantando, il fatto che le abbiamo primariamente su di noi, insomma tutto questo è ormai noto, almeno qui.
Invece io voglio parlarvi, ancora una volta, di un altro aspetto, anche perché non se ne parla mai abbastanza. Mi riferisco al narcisismo dei e delle terapeute…
Ma non facciamo l’errore banale di pensare che il narcisismo coincida con il piacersi, non facciamo l’errore di pensare che Lui, Narciso, quando si specchia nello stagno, sappia che quello riflesso sia lui. No.
Direi piuttosto di ricordarsi che il narcisista ha innanzitutto una ferita narcisistica, ha il timore di non essere abbastanza bello, vive la perenne ricerca di conferme della sua bellezza che, noi qui, potremmo ribattezzare come “adeguatezza”.
Ve lo confesso, sono sempre timoroso per il fatto di non essere abbastanza adeguato, capace, gradevole per i pazienti. Sono narcisista nella misura in cui ho timore di non piacere e di non piacermi.
Potremmo concederci una parentesi accademica, potremmo dire che questo narcisismo atavico dei terapeuti sia la diretta conseguenza di una carenza di “esperienze gemellari”, ossia di quei momenti in cui chi ti sta intorno ti vede, ti apprezza, ti elogia… qualcosa del tipo… “ma che bel disegno!” Oppure… “Ma che bella caccona che hai fatto!”
Ma dire questo non ci aiuta troppo, quindi arriviamo al punto, torniamo alla solita storia di Buddha, quella che se lo incontri devi ucciderlo.
Si perché ormai lo sappiamo tutti, anche chi non legge questo blog, sappiamo che ognuno di noi va in giro e proietta le parti di sé sugli altri. Sappiamo che quando un tizio ci sta sulle b***e, allora significa che non abbiamo un buon rapporto con quella parte di noi. Sappiamo che dire che una persona è bella, br**ta, irritante, arrogante, saccente, timida, paurosa, ansiosa, rigida, di destra o di sinistra, è il modo che abbiamo per parlare con il nostro modo di essere arroganti, fascisti, saccenti ecc. ecc.
Allora uccidere buddha (la minuscola è mia) significa ritirare le proiezioni e riaccogliere il “bene” e il “male” del mondo come aspetti psichici che risiedono in noi. Questa è la sintesi della terapia.
Lo so, lo so che lo avevo già detto!
Quello che non ho detto altrettanto spesso è che quando proiettiamo è una cosa, quando ci proiettano è un’altra.
Quindi quando mi sento dire che sono arrogante o, che so, ansioso, allora per me è semplice tenermi quel giudizio e, al tempo stesso ricordarmi che si tratta solo di una proiezione di chi mi parla. Invece la cosa diventa faticosa quando quel giudizio contiene dei complimenti.
“Sei bello”; “Sei una bella persona”; “Che bel caccone che hai fatto!”. Ecco, a quel punto mi accorgo che la storia della proiezione tendo a scordarla, mi accorgo che il vecchio adagio che sentivo nel cortile della scuola, quello del “Chi lo dice sa di esserlo!” lo facciamo valere solo con gli insulti, mentre coi complimenti diventiamo dei rapinatori e neghiamo la proiezione.
Arrivando al dunque… in terapia c’è una delle sensazioni che costituisce il termometro più fedele della terapia e dell’anima dei pazienti. Mi riferisco al momento in cui loro, i pazienti, mi proiettano addosso la “Buddhità”, la potenza saggia di chi sa, vede e trova un equilibrio col cosmo che solo gli eletti hanno.
E ci sono alcuni strumenti della terapia che ci fanno sentire così potenti. Ci sono momenti in cui noi terapeuti ci dimentichiamo delle nostre manie e delle nostre penie, momenti in cui pensiamo di essere potenti, di aver fatto la scelta giusta, di saperne di più…
Sentirsi potenti, ad esempio, capita con tre tipi di strumenti:
-1- I test di personalità, quelli del tipo metti qualche crocetta e ti dirò chi sei
-2- Con la diagnosi, quella del tipo “tu sei un borderline”
😚 Gli elenchi del tipo “tre modi per gestire l’ansia” oppure “tre tipi di strumenti”.
E sia chiaro, ogni professionista fa i suoi test, le sue diagnosi o ha i suoi elenchi di strategie cognitivo-comportamentali. Ma non tutti i professionisti si accorgono che il senso di potenza derivante dall’impiego di questi strumenti, è inversamente proporzionale con il senso di potenza dei pazienti.
Ecco, alla fine ci siamo arrivati, e grazie per chi è giunto fin qui. Allora diciamolo, quella sensazione di potenza del terapeuta è spesso o, alle peggio, sempre connessa a doppio nodo con la sensazione di impotenza dei pazienti.
Lo direi, anzi, ve lo confesso, lo dico agli studenti in psicoterapia “Più vi sentite potenti e meno siete in terapia, e meno siete curiosi ossia curativi”.
In realtà, quando non sapete che pesci pigliare, quando le emozioni che invadono i pazienti vi invadono, quando vi sentite incommensurabilmente impotenti, allora lì sarete di cura per i pazienti.
Stagnare insieme in quell’impotenza, condividere uno spazio emotivamente dilaniante, trovare il modo per restituire questa esperienza ai pazienti e far fare loro l’esperienza di poter sopravvivere a quell’impotenza… questo li farà sentire potenti. Il teorema di base è quindi qualcosa del tipo: “La tua potenza è il veleno dei pazienti e la tua impotenza il loro balsamo”.
Insomma, chiudiamola qui, vi devo confessare che in molti sono preoccupati di ritrovare il loro metodo valido sui pazienti. Gli junghiani chiedono silenziosamente ai pazienti di funzionare in modo junghiano, o freudiano, o gestaltico, sistemico, rogersiano, cognitivo, comportamentale, transazionale, psicosintetico, bioenergetico…
Invece un giorno arriva un paziente, o una paziente, che mette in discussione quel nostro metodo, una paziente che funziona da transazionale o, peggio, da cognitivo comportamentale, mentre voi siete freudiani o, peggio, junghiani. Ecco il terreno franare sotto i vostri piedi, eccovi costretti a dire che avete buttato anni di studio e che i sistemici sono più in gamba di voi con tutta la vostra borsa piena di cultura esoterica.
Non è raro fare questa esperienza in terapia, non è raro incontrare pazienti che richiamano verso gli scogli, dove la nostra ambizione terapeutica si infrange. Ma sappiate che, e mi riferisco ai molti colleghi, come quelli con cui lavoro come supervisore, quegli scogli non sono solo la terra su cui si infrange la nostra potenza, ma anche quella su cui i nostri piedi possono poggiare saldi.
Allora se vi capita, stavolta mi rivolgo ai pazienti, di chiedervi quale sia l’orientamento più efficace, vi devo confessare che un bravo terapeuta, ed io lo sono, è quello che sa rinunciare al suo orientamento, è quello che tollera il disorientamento, è quello che ha come obiettivo che il paziente costruisca il suo metodo per stare al mondo.
E se questo significa demolire il mio, e allora così sia perché un bravo terapeuta, sa non essere bravo… ed io lo sono.
Buona terapia
Luca Urbano Blasetti