17/12/2025
Esiste un cavallo di nome Marco. È fatto di carta pesta e legno, è alto quattro metri e poggia su una base a cui sono attaccate delle ruote per poterlo trainare. È azzurro, longilineo, fiero, con lo sguardo che va al di là, che guarda lontano.
È nato a Trieste nel 1973 per mano degli operatori e degli ospiti dell’ospedale psichiatrico della medesima città, al tempo diretto da Franco Basaglia. Si, proprio lui che dà il nome ad una legge, la 180/1978, rendendola in questo modo ancora più umana di quello che già è. Si tratta di una legge che ha dato il via ad una rivoluzione che dall’Italia si è poi estesa nel mondo. Una rivoluzione che non si è limitata a cercare di abbattere i muri del pregiudizio sociale e dello stigma che ne segue nei confronti della malattia mentale ma che è andata oltre: ha cercato di fare questo restituendo dignità di persona ai malati che fino a quel momento venivano confinati ed emarginati in luoghi al limite dell’immaginazione: i manicomi.
Ma che c’entra l’azzurro cavallo?
Qualche anno prima della famosa legge, all’interno della struttura psichiatrica di Trieste, diretta da Basaglia citata in precedenza, era già in atto una rivoluzione: infatti, per esempio, si svolgevano diversi laboratori creativi che per i tempi di allora erano una novità, finalizzati alla libera e terapeutica espressione artistica e alla condivisione tra ospiti e operatori. Da un po’ di tempo durante questi incontri si discuteva di creare insieme qualcosa che fosse significativo del riconoscimento della dignità personale dei malati.
Fu così che tutti pensarono ad un cavallo che aveva vissuto realmente anni prima proprio in quell’ospedale e che fu salvato dal macello dagli ospiti dell’epoca. Il suo nome, dato dai pazienti stessi, era Marco. Il suo ruolo era quello di trainare il carretto della lavanderia del manicomio, fino a quando, nel 1959, Marco, divenuto ormai anziano, non riusciva più a reggere tale fatica.
Marco cavallo
Secondo molte persone doveva quindi essere abbattuto, perché non più utile. Ma i pazienti non lo accettarono e riuscirono a giungere a un compromesso con le autorità: l’ospedale, gli operatori e i pazienti si sarebbero presi cura di lui, versando una somma pari a quella corrispondente alla vendita del cavallo.
Fu una prima apertura verso il riconoscimento della loro dignità personale, perché vennero ascoltati nei desideri, bisogni e capacità. E così nacque la scultura di Marco cavallo, azzurra come la gioia di vivere e con la pancia piena di desideri e sogni dei pazienti.
Quando, nel 1978, la legge 180 venne approvata, si decise che questo cavallo dovesse diventarne il simbolo. Si organizzò una grande festa “fuori”, al di là dei muri dell’ospedale, per le vie della città, per far conoscere al mondo Marco cavallo e tutto ciò che rappresentava. Ma Marco era troppo grande e non riusciva a superare i cancelli; l’unica possibilità era quella di scardinarli. Questo gesto divenne una concreta rappresentazione di quanto contenuto nella Legge 180: la libertà e i diritti di tutte le persone con disagio mentale. Un importante punto di partenza, più che di arrivo.