20/11/2023
𝗢𝗴𝗻𝘂𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗻𝗼𝗶, con modalità ed intensità differenti, 𝗰𝗲𝗿𝗰𝗮 𝗮𝗰𝗰𝗲𝘁𝘁𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 e 𝗮𝗽𝗽𝗿𝗲𝘇𝘇𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 per non essere rifiutato, allontanato.
𝗡𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗺𝗽𝗿𝗲𝘀𝗶, 𝗿𝗶𝗳𝗶𝘂𝘁𝗮𝘁𝗶, 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝗯𝗯𝗮𝘀𝘁𝗮𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗲𝗴𝗻𝗶i: è così che ci sentiamo ogni volta che una parola (quella parola), ma anche solo uno sguardo (quello sguardo), ci colpiscono.
E il 𝗿𝗶𝗳𝗶𝘂𝘁𝗼 fa paura, ferisce, 𝗽𝗿𝗼𝘃𝗼𝗰𝗮 𝗱𝗼𝗹𝗼𝗿𝗲.
Ci allontana dagli altri, ma anche da noi stessi.
Sin dalla nascita, ognuno di noi costruisce un'immagine di sé e ciò avviene, in origine, all'interno delle relazioni con gli altri significativi. Tale immagine, poi, evolve anche sulla base di tutte le altre relazioni che via via instauriamo durante tutto l'arco della nostra vita.
Dato che impariamo a valutarci per come ci siamo sentiti valutati dagli altri significativi, questa valutazione (che facciamo nostra) influirà sulle nostre scelte relazionali.
Qualora il giudizio che abbiamo sentito di ricevere dovesse avere una valenza prevalentemente negativa, avremo una maggiore probabilità di sviluppare un’𝗶𝗺𝗺𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲 𝗻𝗲𝗴𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮 𝗱𝗶 𝗻𝗼𝗶 𝘀𝘁𝗲𝘀𝘀𝗶, correndo il rischio di avvicinarci a persone che potrebbero essere più 𝗶𝗻𝗰𝗹𝗶𝗻𝗶 𝗮 𝗰𝗼𝗻𝗳𝗲𝗿𝗺𝗮𝗿𝗲 questa immagine negativa.
Quanti di questi giudizi ci rappresentano?
Il giudizio dell’altro è una 𝘀𝘂𝗮 valutazione, per questo esprime il modo in cui ci vede chi, in quel momento, ci sta giudicando.
Bisogna prenderli/non prenderli in considerazione?
Dipende.
Dobbiamo tenere in considerazione che il giudizio può avere un’𝗮𝗰𝗰𝗲𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗽𝗼𝘀𝗶𝘁𝗶𝘃𝗮, nella misura in cui, 𝘀𝗲 𝗲𝘀𝗽𝗿𝗲𝘀𝘀𝗼 𝗮𝗱𝗲𝗴𝘂𝗮𝘁𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗻𝗲𝗶 𝗺𝗼𝗱𝗶 𝗲 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝗻𝘂𝘁𝗶, rappresenta un feedback su come l’altro ci vede e, qualora lo ritenessimo opportuno, potrebbe rappresentare una ragione per interrogarci su alcuni nostri comportamenti.
Non mettendoci in discussione come persone.
E questo vale anche per chi un giudizio lo esprime: è possibile esprimere giudizi sui comportamenti, gli atteggiamenti, 𝗺𝗮𝗶 sulla persona.
D’altronde, 𝗼𝗴𝗻𝘂𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗻𝗼𝗶 è “𝗹’𝗔𝗹𝘁𝗿𝗼” 𝗱𝗶 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝘂𝗻𝗼.
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