Dott. Fabio Tartarini - Psicologo

Dott. Fabio Tartarini - Psicologo [ITA] Psicologo del Benessere Sostenibile. [ENG] Psychologist for your Sustained Well-being. Contattami:
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[ITA] Psicologo del Benessere Sostenibile. Mi occupo di supportare i miei clienti al raggiungimento del loro miglior sè con tecniche del Self-Empowerment e dello Human Flourishing. Fornisco un approccio a 360° che combina metodi di miglioramento accademico con strategie di miglioramento personale, oltre che di gestione ansia e stress.

[ENG] Chartered Psychologist, I am an academic researcher and trainer. I have been an ex-pat myself, so I have experienced the struggles and challenges of being in a new and unknown culture and country. My counselling and workshop sessions adopt a mixed approach derived from Self-Empowerment and Human Flourishing techniques. I have developed a model of Sustainable Well-Being and Human Flourishing that guides my practice. I do believe true happiness needs meaning and purpose in life.

San Valentino: per molti una giornata carica di aspettative, immagini, simboli. Scorrendo i social tra fiori, cioccolati...
14/02/2026

San Valentino: per molti una giornata carica di aspettative, immagini, simboli. Scorrendo i social tra fiori, cioccolatini e cene romantiche, è naturale sentire il desiderio di fare qualcosa di “speciale”, di allinearci a ciò che sembra condiviso e socialmente riconosciuto. Non c’è nulla di sbagliato in questo. Il bisogno di appartenenza e di conferma è umano. A volte, però, può accadere che iniziamo a misurare la qualità della nostra relazione attraverso parametri esterni, attribuendo a un singolo gesto o a una ricorrenza annuale il valore di “prova” dell’amore.

Dal punto di vista psicologico, il benessere relazionale sostenibile non si costruisce sull’adesione a modelli ideali, ma sulla coerenza con ciò che sentiamo autentico per noi. Ogni coppia sviluppa nel tempo un proprio linguaggio emotivo: fatto di abitudini, rituali personali, piccoli gesti spesso invisibili agli altri, ma profondamente significativi per chi li vive. L’amore maturo non è performance.
È la possibilità di mostrarsi anche nelle proprie fragilità, senza la pressione di incarnare un’immagine perfetta. È uno spazio in cui la crescita individuale e quella di coppia possono procedere insieme, nella realtà quotidiana, non nella rappresentazione.

Forse oggi può essere anche questo:
non solo celebrare l’idea dell’amore, ma riconoscere e dare valore al “noi” reale. Quello fatto di silenzi che accolgono, di imperfezioni abitate con rispetto, di scelte quotidiane che non sempre si vedono, ma che costruiscono sicurezza nel tempo. Ogni relazione sana ha una lingua unica. E non ha bisogno di conferme esterne per sentirsi valida.

Oggi è venerdì 13. Per molti di noi è una data da temere, per altri solo un giorno come un altro. Ma perché abbiamo spes...
13/02/2026

Oggi è venerdì 13. Per molti di noi è una data da temere, per altri solo un giorno come un altro. Ma perché abbiamo spesso la sensazione che, in giornate come questa, ci succedano più imprevisti del solito?

Una delle risposte sta in un gioco che facevamo spesso da bambini: quello della macchina gialla. Ve lo ricordate? Se decidiamo di contare tutte le macchine gialle che incontriamo per strada, improvvisamente inizieremo a vederne ovunque. Questo non significa che le macchine gialle siano aumentate magicamente; significa semplicemente che la nostra mente ha attivato un filtro. Ci stiamo focalizzando solo su una piccola parte della realtà, dimenticandoci che là fuori c’è una varietà infinita di altri colori e modelli che stiamo ignorando.

Con la superstizione (e con i nostri pensieri negativi) ci succede esattamente lo stesso. Se ci svegliamo pensando che oggi sia un "giorno sfortunato", il nostro cervello attiverà un radar per ogni piccolo intoppo: un caffè che si rovescia, un semaforo rosso, un file che non si salva. Noteremo solo questi eventi, usandoli come "prove" della nostra sfortuna, mentre ignoreremo i momenti positivi o neutri che accadono contemporaneamente.

Il vero rimedio contro la sfortuna non è portarci dietro un quadrifoglio, ma sfidare i nostri pensieri e puntare a notare altro. Non contiamo le macchine gialle ma, piuttosto, contiamo i nostri "blessings" (colpi di fortuna) che ci circondano e già migliorano la nostra vita. Un sorriso inaspettato, un messaggio piacevole, un minuto di pace nel caos possono farci diventare (e sentire) molto più fortunati.

Oggi è il Darwin Day: il giorno giusto per ringraziare la nostra mente di averci reso ansiosi.Davvero!La nostra mente no...
12/02/2026

Oggi è il Darwin Day: il giorno giusto per ringraziare la nostra mente di averci reso ansiosi.Davvero!

La nostra mente non si è evoluta per renderci felici e realizzati nel 2026, ma per garantirci la sopravvivenza in un mondo selvaggio. Viviamo in un costante "mismatch" evolutivo. Abbiamo un hardware antico, incapace di distinguere tra una tigre e una scadenza di lavoro. Risultato? Si innesca la stessa reazione di "attacco-o-fuga" per entrambe. Tuttavia, mentre la tigre è un’entità fisica da cui possiamo scappare o che possiamo combattere, la scadenza è un prodotto della nostra percezione: resta con noi, nella nostra testa, finché non è completata.

Quelli che oggi vediamo come "disturbi", millenni fa erano superpoteri: l'ansia era l'ipervigilanza che ci impediva di avvicinarci a quel cespuglio in lontananza che sentivamo ruggire e muoversi in modo strano. Il ritiro depressivo era un meccanismo per risparmiare energie e sopravvivere in momenti di estrema difficoltà.

Da questa prospettiva, la nostra mente sta semplicemente cercando di tenerci in vita. Considerarci "difettosi" per queste reazioni non è solo ingiusto, è biologicamente sbagliato. Sarebbe come dire che il nostro gatto di casa è pigro perché dorme tutto il giorno. In natura, sappiamo che un felino dorme per risparmiare energie, pronto a scatti brevi e intensi per cacciare. Se giudicassimo il gatto per la sua capacità di fare un lavoro d'ufficio di 8 ore, sembrerebbe "inadatto". Ma non è rotto lui; è il contesto a non essere adatto al suo design biologico.

Non facciamo lo stesso errore con noi stessi. Smettiamo di vedere la salute mentale come l'evidenza di una mente guasta. Quando impariamo a leggere le nostre reazioni per quello che sono – tentativi arcaici di protezione – smettiamo di colpevolizzarci.

Solo allora saremo in grado di mettere a frutto millenni di evoluzione e iniziare a rendere la nostra natura una preziosa alleata.

C’è un’esperienza sottile e profonda che unisce chi ha scelto di costruire la propria vita lontano dal proprio paese: è ...
11/02/2026

C’è un’esperienza sottile e profonda che unisce chi ha scelto di costruire la propria vita lontano dal proprio paese: è quella sensazione di abitare un “non-luogo” emotivo, dove il concetto di casa smette di essere un punto fisso sulla mappa e diventa un mosaico di ricordi e nuove abitudini.
È quel paradosso per cui, nel Paese che ci ospita, siamo i custodi delle nostre radici ma che, quando torniamo, ci fa sentire di essere diventati, seppur in parte, degli ospiti.

Sentirsi turisti a casa propria ci fa male.
Ci sentiamo un po’ alieni tra le strade dove siamo cresciuti. I ritmi di vita, una volta normali, con ci appartengono più e ci sentiamo sempre più distanti dai modi di pensare di chi è rimasto. Fa male sentire il cuore diviso, sospeso tra due mondi.

Eppure, in questa frammentazione, c’è una bellezza profonda.
Questa nuova identità, apparentemente indefinita, non è una perdita: è un’espansione. Non siamo divisi a metà: siamo persone che hanno avuto il coraggio di lasciarsi trasformare dall'incontro con il nuovo, adattarsi, aggiungendo nuove sfaccettature alla propria “casa” interiore.

Per stare bene non dobbiamo scegliere una parte a tutti i costi. Dobbiamo imparare ad abitare questo “spazio di mezzo” con gentilezza, accettando che la nostra identità sia diventata più grande, complessa e ricca.

Chi oggi si sente un po’ alieno, ovunque si trovi, deve riuscire a guardarsi dentro e riconoscere di custodire una ricchezza: un’identità che ha costruito cesellando pazientemente una versione di sè più autentica e, sicuramente, più resiliente.

Ci sono storie che smettono di essere semplice cronaca per diventare specchi delle nostre paure collettive. Il caso di J...
10/02/2026

Ci sono storie che smettono di essere semplice cronaca per diventare specchi delle nostre paure collettive. Il caso di Jeffrey Epstein è forse l’esempio più potente dei nostri tempi: una vicenda oscura, fatta di crimini e impunità, che la nostra mente fatica profondamente a processare.

Proprio per questo, dall'ormai virale "Epstein didn’t kill himself" fino alle speculazioni più recenti, abbiamo visto proliferare teorie che cercano di collegare ogni punto d'ombra e ogni "omissis" dei file ufficiali in una narrazione che abbia senso. Ma perché questo accade con tanta forza?

🟡🟠 Il rifiuto del vuoto informativo La verità è che la nostra mente detesta l'incertezza. L’idea che eventi così complessi e disturbanti possano essere frutto della casualità o di banali errori umani ci fa sentire vulnerabili. Abbiamo bisogno di quella che in psicologia chiamiamo chiusura cognitiva: la necessità di trovare una spiegazione che metta ordine nel caos, anche se quella spiegazione è inquietante.

🟡🟠 Il Bias di Proporzionalità Quando ci troviamo di fronte a una notizia eclatante, tendiamo a rifiutare spiegazioni ordinarie. Se l'evento è enorme, la causa deve essere altrettanto enorme. È lo stesso meccanismo che ha alimentato i dubbi storici su JFK o sull'allunaggio. Se a questo aggiungiamo la convinzione che "nulla accada per caso", il terreno per la teoria cospirazionista è pronto.

🟡🟠 Le radici della diffidenza Tuttavia, è importante riconoscere che questa diffidenza non nasce dal nulla. Eventi storici documentati — come lo scandalo Watergate, i programmi di sorveglianza di massa o lo studio di Tuskegee (in cui venne negata la cura a cittadini afroamericani malati di sifilide per osservarne gli effetti) — hanno insegnato a molti a non abbassare mai del tutto la guardia di fronte all'opacità del potere.

👉 Cosa impariamo da tutto questo? Il caso Epstein ci insegna a coltivare un equilibrio difficile ma necessario: mantenere un approccio critico verso la realtà. La sfida è restare aperti al dubbio senza scivolare nella paranoia, bilanciando la sana ricerca della verità con la consapevolezza che la complessità umana raramente si risolve in risposte semplici o lineari.

Quando si parla di tradimento, il giudizio arriva spesso prima dell’ascolto. È umano: abbiamo bisogno di categorie chiar...
08/02/2026

Quando si parla di tradimento, il giudizio arriva spesso prima dell’ascolto. È umano: abbiamo bisogno di categorie chiare per orientarci nel dolore. Eppure, questa lettura netta rischia di non lasciare spazio alla complessità emotiva delle persone e delle relazioni.

Il dolore di chi subisce una ferita nella fiducia è reale, profondo, e merita rispetto. Allo stesso tempo, però, può essere utile provare a guardare oltre l’atto in sé e chiederci cosa stava accadendo prima, nel tempo silenzioso in cui una relazione può iniziare a perdere la sua funzione di luogo sicuro. Il benessere psicologico nasce dall’incontro tra i nostri bisogni più autentici e le relazioni in cui viviamo. Quando non ci sentiamo più visti, ascoltati o riconosciuti, qualcosa dentro di noi può lentamente affievolirsi. In questo senso, il tradimento può diventare — senza giustificarlo — un tentativo doloroso e disordinato di ritrovare parti di sé che si sono sentite trascurate. Può essere il bisogno di sentirsi importanti per qualcuno, di ricevere gentilezza, di tornare a sentire vivo il proprio desiderio o la propria identità. L’essere umano ha un bisogno profondo di riconoscimento, e le relazioni intime hanno un impatto enorme su come ci percepiamo e ci raccontiamo. Quando nella coppia viene meno lo spazio per esprimersi senza paura e rendersi vulnerabili, può nascere un senso di solitudine anche restando insieme. In questi momenti, il tradimento non è solo una fuga dall’altro, ma una ricerca — spesso confusa — di aria, di senso, di contatto con sé.

Forse, prima di fermarci alla condanna, possiamo chiederci quanto spazio diamo ogni giorno all’ascolto reciproco e alla cura del legame. Prendersi cura di una relazione significa anche accorgersi delle distanze quando sono ancora colmabili, offrendo all’altro e a noi stessi la possibilità di sentirsi ancora, davvero, visti.

Oggi si celebra la Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo. Spesso affrontiamo questi temi quando il da...
07/02/2026

Oggi si celebra la Giornata nazionale contro il bullismo e il cyberbullismo. Spesso affrontiamo questi temi quando il danno è già avvenuto, concentrandoci sulla correzione o sulla punizione. Ma se l’obiettivo è un cambiamento reale e duraturo, è necessario spostare l’attenzione prima: sulla prevenzione primaria.

Prevenire non significa solo fermare un comportamento abusante, ma educare alla relazione, alla socialità e al riconoscimento delle proprie fragilità, prima che l’abuso diventi un modo per gestire il vuoto o il dolore interno.
Il bullismo si fonda su una logica “win–lose”: io valgo se tu perdi, io sono forte se tu sei debole. È un’illusione psicologica che non cura la sofferenza, ma la anestetizza temporaneamente, alimentando spesso cicli di abuso che possono attraversare le generazioni.
La vera trasformazione passa da un modello “win–win”, in cui il benessere individuale e collettivo nasce dalla capacità di riconoscere l’altro, costruire relazioni cooperative e scegliere l’incontro anziché il dominio. Sono competenze più complesse, che richiedono allenamento e consapevolezza, ma sono le uniche che rendono una comunità davvero sicura.

Nutrire le potenzialità di chi ci sta accanto, invece di aumentarne lo stress, è un atto che può salvare vite. È così che smettiamo di essere semplicemente “non vittime” e iniziamo a diventare persone che possono crescere insieme.

Questa sera, con l’apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina, i riflettori si accendono su chi insegue la perfezione: a...
06/02/2026

Questa sera, con l’apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina, i riflettori si accendono su chi insegue la perfezione: atleti che per anni hanno lavorato con dedizione verso un obiettivo preciso. Ma quella pressione, quell’ansia da “medaglia d’oro”, non appartiene solo allo sport. È una sensazione che molte persone conoscono bene anche nella vita quotidiana: nel lavoro, nelle relazioni, nel tentativo costante di apparire all’altezza, efficienti, impeccabili.

Tuttavia, quando l’attenzione è tutta concentrata sul risultato finale, il rischio è quello di bloccarsi più che di trovare motivazione. Nel modello dell’Human Flourishing, il benessere non nasce dal confronto o dal superare gli altri, ma dalla capacità di restare in contatto con il proprio impegno, con il processo, con ciò che stiamo facendo mentre lo facciamo.

Quante volte ci sentiamo “insufficienti” solo perché ci misuriamo con standard irrealistici o poco umani?

In una giornata in cui si celebra l’eccellenza, forse può essere utile fermarsi a celebrare anche la normalità. La capacità di affrontare una giornata così com’è, con energie altalenanti, limiti e imperfezioni, ha un valore profondo. Non tutto deve essere una gara, non tutto richiede un podio. La serenità non dipende da un punteggio finale, ma dal riconoscere che il nostro valore non è in discussione.

«Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danni che ci furono inflitti nell’infanzi...
05/02/2026

«Non possiamo cambiare neppure una virgola del nostro passato, né cancellare i danni che ci furono inflitti nell’infanzia. Possiamo però cambiare noi stessi, “riparare i guasti”, riacquisire la nostra integrità perduta. Possiamo far questo nel momento in cui decidiamo di osservare più da vicino le conoscenze che riguardano gli eventi passati e che sono memorizzate nel nostro corpo, per accostarle alla nostra coscienza. Si tratta indubbiamente di una strada impervia, ma in molti casi ci offre la possibilità di abbandonare infine la prigione invisibile – e tuttavia così crudele – dell’infanzia e di trasformarci, da vittime inconsapevoli del passato, in individui responsabili che conoscono la propria storia e hanno imparato a convivere con essa.
La maggior parte delle persone, invece, fanno esattamente il contrario. Non vogliono sapere nulla della propria storia e perciò non sanno neppure di esserne in fondo continuamente influenzati, poiché vivono nella propria situazione infantile, irrisolta e rimossa».

(Alice Miller)

Il tuo problema non è che sei fragile.È che il tuo sistema nervoso è sempre in allarme. Molte persone arrivano a descriv...
03/02/2026

Il tuo problema non è che sei fragile.
È che il tuo sistema nervoso è sempre in allarme.

Molte persone arrivano a descriversi come “deboli”, “ipersensibili”, “instabili”. Ma dal punto di vista psicologico e neurofisiologico, molto spesso non c’entra nulla la fragilità.
Un sistema nervoso che ha vissuto stress prolungato, conflitti, pressione emotiva, iper-responsabilità o periodi di allerta continua impara una cosa sola: anticipare il pericolo.
Il risultato? Iper-reattività emotiva. Stanchezza cronica. Difficoltà a rilassarsi. Pensieri che corrono. Irritabilità improvvisa. Sensazione di essere “troppo”.
Non è un difetto di carattere. È un organismo che non ha mai davvero ricevuto il segnale: “ora puoi abbassare la guardia”.
Quando il sistema nervoso rimane bloccato in modalità allarme, interpreta anche eventi neutri come potenzialmente minacciosi.
E così reagisci prima ancora di scegliere. Non perché vuoi. Ma perché il tuo corpo decide al posto tuo.
Una metafora utile è questa: Non sei un’auto difettosa. Sei un’auto che viaggia da troppo tempo con il motore su di giri. Anche da fermo.
La buona notizia è che ciò che è stato appreso può essere ricalibrato.
Ma non partendo dal “devi calmarti”. Bensì dal ridare sicurezza al corpo, prima ancora che alla mente. Per comunicare al sistema nervoso che non c'è emergenza.

Non sei fragile. Sei stato forte troppo a lungo senza recuperare. E ciò che è in allarme non va giudicato. Va regolato.

(Riccardo Pianiri - da "Non sei fragile, sei in allarme")

Spesso crediamo che aiutare gli altri a realizzare i propri bisogni sia un atto d'amore: pensiamo che aiutare l’altro, n...
02/02/2026

Spesso crediamo che aiutare gli altri a realizzare i propri bisogni sia un atto d'amore: pensiamo che aiutare l’altro, non disturbare, dire sempre sì ed evitare il conflitto sia la strada per una relazione serena e duratura. Ma questo atteggiamento può portarci a un paradosso doloroso: più cerchiamo la pace a ogni costo, più rischiamo di perderci e di trasformare la relazione in una gabbia silenziosa.
Anche quando siamo convinti di agire nel modo “giusto”, questa disponibilità può affondare le radici in esperienze passate, ferite o in veri e propri contratti non scritti. La cultura relazionale spesso ci trasmette l’idea che una buona relazione debba scorrere senza attriti, senza discussioni, come se il conflitto fosse un segnale di fallimento. Così impariamo che essere accoglienti significa essere sempre accomodanti e che questo ci renda persone migliori, più amabili, più degne di amore.
Ma dietro questa illusione si nasconde spesso un’aspettativa tacita: se rinuncio a me stesso, allora sarò visto, ricambiato, amato.
Quando assecondiamo costantemente l’altro, però, smettiamo di tracciare confini chiari. I nostri “no” diventano incerti, dipendenti dall’umore o dai bisogni altrui, e finiscono per perdere valore. In questo modo, i nostri desideri rischiano di diventare un rumore di fondo, mentre noi restiamo spettatori della nostra stessa vita. Stabilire dei confini non significa indurirsi o diventare egoisti, ma smettere di mettere l’approvazione dell’altro al di sopra della nostra integrità.
Le relazioni autentiche non si fondano su maschere o sacrifici estremi, ma sulla coerenza tra ciò che sentiamo giusto dentro di noi e ciò che permettiamo agli altri di vedere. Non può esistere un “noi” se l’“io” viene continuamente sacrificato. Il rispetto non dovrebbe essere una ricompensa per l’obbedienza, ma la conseguenza naturale della lealtà verso se stessi.
Smettere di vivere al servizio dei bisogni altrui è spesso il primo passo verso relazioni più mature, in cui poter essere davvero presenti e, finalmente, più liberi.

🧠 Cos'è la Dissonanza Cognitiva? 🤯La dissonanza cognitiva è quel senso di disagio che può emergere quando ciò che pensia...
01/02/2026

🧠 Cos'è la Dissonanza Cognitiva? 🤯

La dissonanza cognitiva è quel senso di disagio che può emergere quando ciò che pensiamo, sentiamo o crediamo entra in conflitto con ciò che facciamo. Succede, ad esempio, quando i nostri valori non coincidono pienamente con i nostri comportamenti quotidiani oppure quando due convinzioni importanti per noi sembrano andare in direzioni opposte.

Frasi come “Mangio carne solo una volta a settimana” oppure “Una sola persona non può fare la differenza” – in risposta ad alcune scelte alimentari (come ad esempio quella vegetariana e/o vegana) oppure all'attivismo o alla voglia di cambiamento dei singoli, sono molto comuni. Spesso non sono dette con superficialità, ma rappresentano un tentativo (più o meno consapevole) di ridurre una tensione interna. Una sorta di auto-giustificazione per ridurre il disagio che si prova di fronte a una scelta – alimentare, etica o sociale – che mette in discussione il proprio modo abituale di agire.
Questa dissonanza però è una delle cause che ci spinge a cambiare quando la discrepanza tra ciò che pensiamo e ciò che facciamo diventa insostenibile.

👉 Ad esempio, perché la dissonanza cognitiva è così rilevante nel contesto vegano? A causa di quello che è definito come il “Paradosso della Carne” (o "Meat Paradox"): cioè quello in cui la convinzione (Etica) “Amo gli animali e credo che sia sbagliato infliggere loro sofferenza” si è trovata in contraddizione con l’azione “Continuo a consumare prodotti animali, che derivano dalla loro sofferenza e morte”.

In qualche modo, per chi ha fatto la scelta vegan, questa dissonanza è diventata talmente forte da determinare un cambiamento.

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Lecce
73100

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Lunedì 10:30 - 21:00
Martedì 10:30 - 21:00
Mercoledì 10:30 - 21:00
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