08/02/2026
Ogni volta che vedo la gioventù mi commuovo.
Non in modo romantico, non come fanno quelli che dicono “beati loro”. Mi commuovo davvero.
Mi commuove la bellezza sproporzionata che si portano addosso senza saperlo.
Il tempo infinito che credono di avere.
I bagni al mare vestiti, le risate troppo forti, le notti che non finiscono mai la notte.
Il sangue che pulsa, la passione che strappa i vestiti di dosso, l’amore che sembra definitivo, la rabbia che sembra giusta, le parole dette come se potessero cambiare il mondo.
Mi commuove perché è tutto vero.
E perché è tutto fragile.
È una bellezza che sbaglia, che esagera, che inciampa, che si rialza convinta di non essersi fatta niente anche quando si è fatta quasi tutto.
E poi ci sono io. Un uomo della mia età. Che guarda quella bellezza e sente salire le lacrime senza preavviso. Non per nostalgia o perché vorrebbe tornare indietro.
Ma perché sa quanto costa diventare adulti senza perdere del tutto quella luce.
Sa quante cose si lasciano per strada e quante volte, crescendo, impariamo a proteggerci
invece che a sentire.
Mi commuovo perché so che quella bellezza non durerà così com’è. Cambierà forma, si farà più discreta, più silenziosa, forse più vera, ma anche più ferita.
Ogni volta che vedo la gioventù mi commuovo
perché è viva in un modo che fa male e bene insieme. Perché brucia e perché non sa ancora cosa perderà.
E allora sì, piango un po’. Non per ciò che è stato in me ma per ciò che è in loro.
Per quella bellezza enorme, scomposta, imperfetta, che chiede solo una cosa agli adulti che la guardano: non spegnerla, non deriderla, non averne paura.
Limitarsi, se possibile,
ad amarla in silenzio.
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