Dott.ssa Guidi Jessica Psicologa

Dott.ssa Guidi Jessica Psicologa Il mio percorso di vita e di formazione professionale si può definire ecclettico. Tecniche di rilassamento e fino ai miei ultimi interessi per l'Arteterapia.

Il mio cammino è fatto di studi ed esperienze ognuna volto alla conoscenza Uomo nella sua complessità ed interezza. Ho fatto studi quadriennali in Naturopatia, Riflessologia Plantare; Iridologia olistica; Spagiria; test Kinesiologico rimedi Fitoterapici; Diete alimentari ed intolleranze alimentari; massaggio connettivale; Naturopatia Ippocratico-Galenica; Psicologia olistica;Ipnosi attiva: Destrutturazione attiva della mente e dell’emotivo. Laurea magistrale quinquennale e superamento del relativo Esame di Stato che mi ha portata all'Abilitazione ed iscrizione all'Ordine come Psicologa. Corso triennale di Counselor ad indirizzo Umanistico-esistenziale. Master in Neuropsicologia; un Master in Psicosomatica, e un corso come Tutor dell'apprendimento DSA e BES. Attualmente frequento il quarto anno della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ad indirizzo Psicoanalitico Interpersonale (IPA Sullivan). Ognuno di questi percorsi formativi mi ha permesso nel tempo di arricchirmi e di arricchire il mio modo di guardare alla Persona secondo un ventaglio di prospettive che mi permettono di avvicinarmi alla complessità della sofferenza a cui mi trovo a trattare.

04/02/2026

“Dottore, mi fa male il mondo.”

Non è un dolore preciso,
non so indicarlo col dito.
Non sanguina,
non si vede nelle lastre.

È più una stanchezza profonda
che prende al petto la mattina
e non se ne va nemmeno dormendo.

Mi fa male quando apro le notizie.
Mi fa male la fretta negli occhi della gente.
Mi fanno male le parole lanciate senza guardare
e quelle non dette,
che pesano molto di più.

Mi fanno male i giudizi immediati,
le storie ridotte a titoli,
le vite spiegate in tre righe
da chi non ne ha mai attraversata una fino in fondo.

Mi fa male dover funzionare sempre.
Essere lucido.
Essere forte.
Essere all’altezza,
anche nei giorni in cui vorrei solo appoggiarmi.

Mi fa male che “come stai”
sia diventato un saluto
e non più un luogo dove fermarsi.

Il dottore ascolta,
non scrive subito.
Mi guarda come si guarda
chi sta cercando casa;
poi sorride appena,
non per tranquillizzarmi,
ma per farmi respirare,
e dice:

“Non sei rotto,
sei stanco.
Non sei fragile,
sei pieno.
Non sei sbagliato:
sei umano.”

Fa una pausa,
quelle pause che non fanno paura,
quelle che curano già.

“Stai portando troppo
da troppo tempo,
e nessuno dovrebbe farlo da solo.”

Si alleni a non riempire ogni vuoto.
A non aggiustare il dolore degli altri
per paura del proprio.
Si alleni ad ascoltare,
finché chi ha davanti
non smette di difendersi.

Si alleni a non avere sempre una risposta.
A non vincere le discussioni.
A non trasformare ogni ferita
in qualcosa da sistemare.

Le prescrivo empatia,
da prendere prima di rispondere,
prima di giudicare,
prima di chiudersi.

Le prescrivo gentilezza,
da praticare ogni giorno
come una preghiera senza parole.
Perché non salva il mondo,
ma salva le persone.
Una alla volta.

La gentilezza quotidiana,
nei gesti piccoli,
nei toni bassi,
nelle mani che non stringono per vincere,
ma per non lasciare cadere.

Riduca il rumore:
le voci che urlano,
le opinioni che pesano,
le persone che chiedono forza
ma non offrono braccia.

Si avvicini a chi sa aspettare,
a chi non ha fretta di successi,
a chi resta anche quando cade il silenzio.

Correre stanca.
Ti fa credere che devi arrivare.
Camminare no.
Ti ricorda che sei già vivo.
Resti in cammino,
con quello che ha,
con quello che è,
senza chiedersi sempre
quanto manca.

E se un giorno
le sembrerà di non farcela,
non pensi di essere debole:
pensi di essere umano.

E quando sentirà che il mondo stringe
e lei con lui,
non si convinca di dover resistere da solo.

Nessuno guarisce isolandosi.

La cura non è diventare invincibili.
È non diventare cattivi.

Grazie dottore, allora arrivederci.
Arrivederci e buona fortuna,
perché mi creda:
ne avrà bisogno.

04/02/2026

“Baby gang, maranza e coltelli”

Alfio Maggiolini

22 Gennaio 2026

I comportamenti violenti degli adolescenti – risse, lesioni, rapine, accoltellamenti, violenze sessuali – stanno suscitando un grande allarme sociale. Termini come baby gang e maranza sono sempre più usati per etichettare i ragazzi devianti e i gruppi violenti. Questi adolescenti, soprattutto quando sono in gruppo, fanno paura e c’è la diffusa convinzione che stia crescendo una generazione sempre più violenta, con l’aggravante che alla base di questa predatorietà sembra non esserci altro che un grande vuoto di valori, con futili motivi all’origine dei comportamenti violenti. Un ulteriore allarme è dato dalla facilità con la quale sempre più i ragazzi fanno ricorso ai coltelli per rapinare o per regolare i conti tra loro.

È vero che gli adolescenti delle nuove generazioni sono sempre più violenti? Che cosa sono le baby gang? Perché questo uso così diffuso dei coltelli?

Per provare a rispondere a queste domande iniziamo con un riferimento ai dati sulla tendenza dei reati minorili: sono davvero in aumento? La risposta, in realtà, dipende dal periodo che si prende in considerazione. Se si esaminano i dati degli ultimi decenni, dagli anni Novanta ad oggi, la tendenza generale nei paesi occidentali indica una progressiva diminuzione, con un calo particolarmente rilevante dal 2010-2015 e un crollo negli anni della pandemia, a causa del lockdown. È vero, invece, che dopo il Covid c’è stato un rapidissimo rimbalzo, per cui i reati hanno raggiunto i numeri del decennio precedente, contribuendo a creare un diffuso allarme sociale.

Da che cosa dipende questo aumento? Il dato, almeno in parte, va inquadrato all’interno delle diverse manifestazioni di disagio degli adolescenti dopo la pandemia. Dopo il Covid, in effetti, tutti gli indicatori di disagio degli adolescenti hanno avuto un’impennata, dai disturbi alimentari, al ritiro sociale, ai comportamenti autolesivi. I due anni di reclusione, di cui tutti abbiamo sofferto, hanno colpito soprattutto i giovani, privandoli della possibilità di fare esperienze significative per la loro crescita, un blocco che ha prodotto un aumento del disagio evolutivo e dei relativi sintomi, di cui anche la violenza può essere un’espressione.

Se diamo uno sguardo più ravvicinato ai reati minorili degli ultimi anni, tuttavia, si vede che all’incremento hanno contribuito soprattutto i reati di strada, come risse, rapine e lesioni, che sono normalmente reati di gruppo (in realtà la maggior parte dei reati minorili è commessa da più di un ragazzo, in coppia o in piccolo gruppo), mentre altri reati, come per esempio lo spaccio non sono aumentati.

Questo dato in parte giustifica l’allarme per le baby gang, anche se il termine rischia di essere fuorviante. Questi gruppi, infatti, hanno poco della gang, perché sono spesso fluidi, informali, improvvisati, senza gerarchie e senza quel controllo del territorio che siamo abituati ad associare a una vera e propria banda. Le baby gang (un termine inglese che usiamo però solo noi) sono la versione attuale dei gruppi giovanili violenti: nell’Ottocento a Milano c’era la compagnia della teppa e nel dopoguerra c’era la “ligèra”, gruppi di ragazzi che agivano armati di armi “leggere”, cioè di coltelli.

Chi sono i ragazzi di questi gruppi giovanili violenti? L’appellativo di baby gang tende ad appiattire le differenze, perché finisce per includere gruppi e comportamenti con profili disomogenei e diversi livelli di violenza, dalla spedizione punitiva di un ragazzo che si è sentito preso in giro da un compagno e ha chiesto aiuto agli amici, a rapine violente messe in atto sotto l’effetto di sostanze contro sconosciuti con la sola colpa di apparire come benestanti figli di papà.

La motivazione generale che è alla base di queste azioni è soprattutto un vissuto di esclusione sociale, la mancanza di speranza di una realizzazione personale nel futuro. Questi vissuti possono limitarsi a ispirare il testo di una canzone trap, ma in combinazione con altri fattori, famigliari e personali, si possono tradurre in comportamenti violenti. La devianza minorile, infatti, è un fenomeno complesso, frutto della combinazione dell’impulsività adolescenziale, di problemi famigliari e di svantaggio socioeconomico, aggravati in alcuni casi da una vera e propria psicopatologia.

Quando un adolescente sente di non avere futuro, a causa di difficoltà personali, di mancanza di supporto genitoriale e di esclusione sociale, è tentato di percorrere una via deviante, come scorciatoia per la crescita, facendosi forza del supporto al gruppo e prendendo di mira soprattutto altri coetanei, visti come più fortunati. Per questo spesso alla base dei reati non ci sono bisogni economici, ma un desiderio di rivalsa unito alla mancanza di speranza nella possibilità di percorrere altre vie, non devianti, per la realizzazione personale.

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I minori di origine straniera più di altri vivono questa condizione e in effetti nei gruppi violenti la loro presenza è significativa. Già alla scuola media un preadolescente di seconda generazione inizia a percepire non solo la diseguaglianza, ma soprattutto la mancanza di opportunità per colmarla: è questo vissuto a essere alla base del risentimento, che nel contesto delle nostre città finora almeno non si è tradotto, se non sporadicamente, in protesta sociale.

Nelle grandi città è anche rilevante la presenza di minori stranieri non accompagnati, ragazzi senza famiglia, con una storia infantile spesso traumatica e che hanno alle spalle un percorso migratorio drammatico. Sono adolescenti disperati, senza prospettive, senza domicilio e senza adulti di riferimento, che spesso fanno uso di sostanze e che non hanno nulla da perdere, condizioni che inevitabilmente favoriscono la messa in atto di comportamenti violenti.

In questo quadro, perché i coltelli? Se si interroga un ragazzo che entra nel circuito penale sulle ragioni che lo hanno spinto a girare con un coltello in tasca la tipica risposta è “per difesa”. Questa risposta può certamente essere una giustificazione opportunistica di fronte al procedimento penale, un modo per evitare di assumere la responsabilità del proprio comportamento, ma esprime anche una verità: in molti casi è la paura più della rabbia che porta ad armarsi. È vero che ci sono ragazzi, spesso di origine straniera, che hanno una maggiore familiarità con le armi da taglio, ma il rischio è che si instauri un circolo vizioso che dalla paura porti a identificarsi con l’aggressore, in una sorta di contagio collettivo, su base imitativa.

Il contagio è un meccanismo psicologico particolarmente efficace in adolescenza. Oggi questo effetto è straordinariamente moltiplicato dall’uso dei social e vale soprattutto per i comportamenti violenti, che per definizione sono gruppali.

La spirale tra paura e risposta violenta, tuttavia, al di là del contagio fra pari, può essere alimentata anche dal modo in cui gli adulti descrivono gli adolescenti. I ragazzi della generazione internet, come dimostrano autorevoli ricerche internazionali, sono sicuramente più ansiosi che violenti. Eppure, l’ansia degli adulti porta ad avere paura degli adolescenti, considerando comportamenti eccezionali come se fossero l’emblema di una generazione, una generalizzazione che scatta più facilmente per gli adolescenti che per gli adulti. È il paradosso dell’allarme sociale: in una società in cui la percentuale di anziani aumenta progressivamente, mentre quella dei giovani si riduce, le nuove generazioni sono più facilmente viste come un pericolo, portatori di instabilità, invece che di nuove energie e possibilità. Società più stabili producono più ansia e preoccupazioni per il futuro, mentre contesti di vita più duri paradossalmente alimentano la tendenza a correre rischi e a pensare al presente invece che al futuro.

Baby gang o maranza sono termini mediaticamente efficaci, ma attenti alle conseguenze nell’uso delle parole. Maranza è diventata l’etichetta per un’intera generazione di minori stranieri e di seconda generazione, un milione di ragazzi. L’uso del termine maranza inevitabilmente oscura la storia di molti di loro che studiano, lavorano e cercano di costruirsi una vita. Un altro aspetto paradossale è il riflesso che queste narrazioni hanno sui giovani italiani, che non solo ascoltano le musiche cantate da famosi rapper di origine straniera, ma li imitano nel taglio di capelli e nello stile d’abbigliamento.

L’allarme su violenza giovanile, baby gang, maranza e coltelli, suscita una domanda di sicurezza, che porta a invocare più controlli e che si traduce nella proposta di nuove fattispecie di reato e di un aumento delle pene. Il “panpenalismo”, la tendenza ad affrontare i problemi con l’aumento delle pene, purtroppo non è la soluzione: è una risposta ideologica, perché propone una ricetta apparentemente semplice per affrontare un fenomeno complesso.

I reati dei minorenni, soprattutto quelli gruppali, sono per loro natura impulsivi e un ragazzo non regola il suo comportamento violento in funzione della deterrenza della pena. L’aumento del ricorso al carcere, inoltre, a causa del sovraffollamento ostacola l’uso della pena come riabilitazione. La permanenza in carcere di un minorenne diventa così facilmente un fattore di rischio per la costruzione di un’identità antisociale, una vera scuola di devianza. Più della durata della pena conta la certezza della risposta penale, la percezione della presenza di adulti nel territorio e non solo con funzioni di deterrenza, ma anche di protezione e garanzia di sicurezza.

Che fare? Dieci cose possibili:

1. Alcuni adolescenti antisociali sono stati bambini con problemi di comportamento, fin dall’infanzia. Le ricerche mostrano che sono efficaci interventi di prevenzione in famiglie a rischio nel primo anno di vita, con visite domiciliari frequenti con obiettivi di supporto alle madri.

2. Altri adolescenti manifestano problemi di comportamento nell’età della scuola media. Sarebbe utile che gli insegnanti fossero affiancati da équipe multidisciplinari, per interventi individuali o nelle classi, per consulenza ai docenti e supporto ai genitori.

3. I reati di gruppo portano a demonizzare i gruppi di adolescenti e a contrastare le aggregazioni giovanili. All’opposto serve una politica che favorisca la possibilità e la capacità dei ragazzi di fare esperienze in gruppo, luoghi di aggregazione gratuiti per evitare di accentuare il senso di esclusione sociale.

4. La scuola superiore dovrebbe ridurre la frammentazione degli indirizzi, fonte di dispersione, e nello stesso tempo dovrebbe includere tra i propri obiettivi l’attenzione al futuro, tenendo conto che per molti adolescenti è fondamentale il supporto in un percorso qualificato di formazione professionale.

5. Il sistema penale rischia di essere l’ultima spiaggia per trattare casi in cui sono centrali i problemi famigliari, sociali e sanitari (come la dipendenza da sostanze). che dovrebbero essere intercettati precocemente invece da servizi psicosociosanitari con adeguate risorse.

6. Molti ragazzi che entrano nel circuito penale erano stati segnalati ai servizi di neuropsichiatria, ma una risposta che si traduca solo in un progetto di diagnosi e cura (psicoterapeutica o farmacologica) rischia di essere inefficace: servono interventi che siano rivolti anche al contesto famigliare.

7. Una particolare forma di violenza è quella dei figli contro i genitori. È un fenomeno complesso, con specifici fattori di rischio diversi da quelli che sono alla base dell’antisocialità. In questo caso servono interventi su tutto il nucleo famigliare, mentre un trattamento indirizzato solo a colpevolizzare il minore rischia di essere iatrogeno.

8. Da quasi quarant’anni il sistema penale minorile prende in carico i minori autori di reato con interventi particolarmente efficaci. Occorre rafforzare questo modello, non smantellarlo.

9. Abbassare l’età imputabile a 12 anni, con la possibilità di punire e di incarcerare un preadolescente, non è la soluzione. Per gli infraquattordicenni servono interventi psicosociali sul nucleo famigliare, le scuole e il territorio.

10. È necessario un sistema di accoglienza e controllo efficace per i minori stranieri non accompagnati. I comuni delle grandi città in cui il fenomeno è più evidente devono ricevere adeguati finanziamenti dallo Stato.

02/02/2026

Il mondo della psicoanalisi è in lutto per la scomparsa di René Kaës, eminente psicoanalista francese e teorico fondamentale dell'approccio gruppale. Con profondo cordoglio, la comunità scientifica internazionale ricorda il suo immenso contributo alla comprensione dell'inconscio, dei legami intersoggettivi e della sofferenza istituzionale, lasciando un'eredità intellettuale preziosa.

Punti chiave sul contributo di René Kaës:

Teoria dei legami:
Kaës è noto per aver sviluppato concetti cruciali relativi alla psicoanalisi di gruppo e ai "legami intersoggettivi", esplorando come l'inconscio funzioni non solo a livello individuale ma anche nel contesto relazionale.

Psicologia delle istituzioni:
Ha approfondito le dinamiche inconsce all'interno delle istituzioni, analizzando concetti come il "patto narcisistico" e la "sofferenza istituzionale".

Opere fondamentali:
I suoi scritti hanno influenzato profondamente la formazione di generazioni di psicoanalisti e psicoterapeuti, fornendo strumenti per comprendere la violenza, le difese e le alleanze inconsce.

La scomparsa di René Kaës rappresenta una grave perdita per il panorama psicoanalitico, che lo ricorderà per la sua originalità teorica e il suo rigore clinico.

«Pensa al mondo che porti dentro di te e trova il nome che preferisci per questo tipodi pensiero. Che si tratti di ricor...
30/01/2026

«Pensa al mondo che porti dentro di te e trova il nome che preferisci per questo tipo
di pensiero. Che si tratti di ricordi dell’infanzia o di nostalgia per il tuo futuro. Presta
attenzione solo a ciò che nasce dentro di te. Ponilo al di sopra di tutto ciò che noti
intorno a te. Ciò che accade nel tuo intimo più profondo è degno di tutto il tuo amore.
Devi lavorarci…»
Rainer Maria Rilke (2011: 57)

Questo è uno sguardo laterale, mai quello del paziente.Perché ogni oggetto, ogni luce, ogni silenzioè già abitato dalla ...
30/01/2026

Questo è uno sguardo laterale, mai quello del paziente.
Perché ogni oggetto, ogni luce, ogni silenzio
è già abitato dalla fiducia di chi entra.
La terapia, qui, è una relazione che trasforma lo spazio
in rifugio, e il tempo in possibilità.

È un luogo dove le parole imparano a rallentare,
e dove ciò che è stato a lungo taciuto
trova finalmente una luce che non ferisce.

Uno spazio condiviso:
una stanza che, nella relazione, diventa mondo interiore.
Qui non si osserva da lontano,
si abita insieme,
Mentre la relazione prende forma e cura.

20/01/2026
I nuovi inizi hanno sempre qualcosa di magico, ma non perché siano leggeri o semplici. La loro magia sta proprio nell’in...
11/01/2026

I nuovi inizi hanno sempre qualcosa di magico, ma non perché siano leggeri o semplici. La loro magia sta proprio nell’intensità che portano con sé: nella trasformazione che richiedono, nel movimento interno che attivano, nelle paure che inevitabilmente risvegliano. Ogni ripartenza implica un lasciare, un separarsi da ciò che è stato familiare, anche quando non era più nutriente. E in questo distacco c’è spesso ambivalenza: dolore e sollievo, nostalgia e desiderio, chiusura e apertura.
Dal punto di vista interpersonale, i nuovi inizi non sono mai soltanto individuali. Accadono sempre nello spazio della relazione. Ogni volta che una persona ricomincia, porta con sé le tracce delle esperienze passate, ma anche una speranza silenziosa: quella di poter essere incontrata in modo nuovo. La ciclicità della vita – finire, trasformare, riprendere – non è una ripetizione sterile, ma un movimento evolutivo, che contiene qualcosa di profondamente umano e, in un certo senso, archetipicamente magico.
Nel lavoro terapeutico, ogni ripartenza è anche una riapertura. Riavviare il proprio cammino professionale, incontrare nuove pazienti, rimettere in circolo energie emotive e mentali significa tornare a offrirsi come strumento: non perfetto, non onnipotente, ma vivo, presente, disponibile all’ascolto. Essere terapeuti richiede continuamente questo gesto: lasciar andare ciò che si era per fare spazio a ciò che si può diventare nella relazione con l’altro.
C’è bellezza nei nuovi inizi proprio perché non cancellano l’esperienza, ma la includono. Ogni inizio autentico è abitato dalla memoria e dalla speranza insieme. È uno spazio liminale, dove il passato non è più vincolo e il futuro non è ancora definito. In questo spazio, fatto di vulnerabilità e possibilità, nasce la relazione terapeutica: come un incontro sempre nuovo, sempre irripetibile, fondato sulla presenza sincera e sulla disponibilità a lasciarsi toccare.
Ripartire, allora, non è dimenticare. È scegliere di restare aperti. E forse è proprio questa la magia più profonda: continuare a esserci, ogni volta, con mente e cuore sufficientemente liberi per accogliere ciò che arriva.

24/12/2025

Pensate all’adozione? Non siete soli 💛
Al Centro per le Famiglie, con Associazione ECCOMI, trovate:
• Sportello orientamento • Spazio adolescenti • Gruppo dell’attesa • Gruppo post-adozione.
Incontri e strumenti concreti per camminare insieme, passo dopo passo.

📍 Via Consani (ang. Via della Formica)
📩 eccomi.associazione@gmail.com | centroperlefamiglie@comune.lucca.it

📞 334 1155517 • 353 4709744

l’iniziativa “Nati per Leggere”Un progetto che porto nel cuore, perché promuove qualcosa di semplice ma rivoluzionario: ...
19/11/2025

l’iniziativa “Nati per Leggere”
Un progetto che porto nel cuore, perché promuove qualcosa di semplice ma rivoluzionario: leggere ai bambini fin da piccolissimi.
La lettura è un ponte.
Un luogo di incontro, di relazione, di immaginazione condivisa.
È un modo per nutrire la mente, ma anche per nutrire i legami.
E, come ricordava Einstein:
✨ “Se volete che i vostri bambini siano intelligenti, leggete loro delle fiabe.
Se volete che siano più intelligenti, leggete loro più fiabe.” ✨
Leggere non è solo un’attività:
è un dono, un tempo dedicato, un seme che cresce dentro di loro e dentro di noi.
Oggi più che mai ricordiamoci che un bambino che ascolta storie è un bambino che sogna, che pensa, che si apre al mondo.

Si chiude per me un capitolo durato dieci anni nell’educativa professionale. Un percorso fatto di comunità, educativa do...
18/11/2025

Si chiude per me un capitolo durato dieci anni nell’educativa professionale. Un percorso fatto di comunità, educativa domiciliare, incontri intensi, momenti belli, difficili, divertenti e profondi. Ho imparato tantissimo da ogni persona incontrata e da ogni relazione co-costruita.
Tanta la gratitudine per il sostegno, la fiducia, la collaborazione, la presenza donatomi.
Grazie per avermi accolta.
Questo cammino condiviso mi ha arricchita professionalmente e personalmente, e vi porto con me come parte importante della mia storia.
Chiude un grande capitolo ma se ne apre un altro come psicologa psicoterapeuta territoriale nei servizi sociali, oltre alla libera professione; psicologa psicoterapeuta territoriale nei servizi sociali, oltre alla libera professione; un passaggio che sento come una trasformazione naturale, un modo per crescere ancora,
un’evoluzione del mio essere professionista ma anche persona.
Ogni nuovo abito porta con sé fili, trame, stoffe vissute… e allo stesso tempo lascia spazio a nuovi colori.
E io non vedo l’ora di scoprire quali arriveranno.

Grazie di cuore per tutto. 💚

Incontro con Maurizio Balsamo e Irene Ruggiero, protagonisti di un dialogo intenso e appassionato sulla psicoanalisi con...
08/11/2025

Incontro con Maurizio Balsamo e Irene Ruggiero, protagonisti di un dialogo intenso e appassionato sulla psicoanalisi contemporanea.
Un’occasione preziosa per riflettere, ascoltare e lasciarsi toccare da pensieri vivi e profondi.

Trovati!! Che bello leggerti cara Alida, e’ sentirti ancora qua….Una psicoanalista ed una persona rara e preziosa.
30/10/2025

Trovati!! Che bello leggerti cara Alida, e’ sentirti ancora qua….
Una psicoanalista ed una persona rara e preziosa.

Indirizzo

Via Regina Margherita 147, Lucca Via Leonardo Da Vinci 11, Cascine Di Buti (Pisa)
Lucca
55100

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