17/12/2025
Oggi il mio bisogno è questo, ribadire quanto sta dietro al nostro lavoro, al nostro giocare. Cosa lo sostanzia e lo rende importante.
In un periodo storico in cui l'importante è apparire perfetti ho scelto un'immagine imperfetta al 100%. Ma sono profondamente io, una psicomotricista spettinata dal vento curioso del lavoro con i bambini.
A volte sento che non è perfettamente compreso cosa chieda davvero questo lavoro.
La psicomotricità non è “fare attività”. È stare dentro una relazione viva, dove arrivano bambini con corpi che parlano, emozioni che esplodono o si chiudono, storie che non sempre hanno parole. E arrivano anche le famiglie: piene di speranze, paure, sensi di colpa, stanchezze, domande urgenti. A volte arrivano con fiducia, a volte con diffidenza. Spesso arrivano semplicemente… esauste.
La fatica non è solo fisica. È emotiva.
È la fatica di accogliere senza assorbire, di reggere il pianto senza “aggiustarlo” subito, di restare presenti quando un bambino ti provoca, ti idealizza o ti rifiuta. È la fatica di essere confine e casa insieme: contenere, dare senso, proteggere. È la fatica di vedere certe dinamiche e scegliere comunque una via professionale: non reagire, ma trasformare.
Perché la professionalità, in questo lavoro, è anche questo: prendere ciò che arriva (agitazione, rabbia, vergogna, chiusura, iper-controllo) e farlo diventare esperienza integrabile. Tenere il “troppo” e restituire un “posso farlo così".
Offrire strumenti al bambino e alla famiglia senza colpevolizzare nessuno
costruire ponti con scuola, servizi, équipe, anche quando la comunicazione è faticosa.
E poi c’è un altro livello di fatica, spesso invisibile: quello di chi lavora bene e continua a farlo nonostante tutto.
In un contesto dove la professione è ancora poco riconosciuta, dove c’è chi la sminuisce o la imita senza qualifiche, e dove chi è formato davvero sostiene costi enormi: formazione continua, supervisione, assicurazioni, materiali, affitto degli spazi, aggiornamenti… un mantenimento professionale che a volte sembra assurdo rispetto al riconoscimento sociale ed economico.
Questo post non vuole “incensare” la mia persona come professionista.
Vuole dire grazie — e dare voce — a tutti i veri psicomotricisti in giro per l’Italia che ogni giorno fanno questo lavoro con coscienza: con studio, presenza, etica, e quella passione che non è romanticismo… è responsabilità verso l’infanzia e, quindi, verso l’intera società.
Perché quando un bambino trova un modo più sicuro di stare nel proprio corpo, nelle emozioni e nelle relazioni, non cambia solo lui.
Cambia il mondo intorno.