14/02/2026
Tratto dal post della Dott. Bruzzone, che condivido con ammirazione per la sua oggettività.
Ci sono soggetti che non vivono, monitorano.
Non costruiscono,spiano.
Non crescono, rosicano. Marciscono.
Ogni giorno dedicano ore – e quando dico ore, intendo ore – a controllare il bersaglio di turno.
Ogni parola, ogni foto, ogni intervista, ogni spostamento, ogni trasmissione tv. Non per interesse. Non per confronto.
Ma per un bisogno patologico di aggancio.
Da psicologa che si occupa di atti persecutori da anni, vi dico una cosa molto chiara: l’ossessione quotidiana non è dissenso.
È dipendenza relazionale mascherata da indignazione morale.
Il persecutore ossessivo non sopporta l’autonomia dell’altro. Non tollera il successo, la visibilità, la credibilità.
Perché ogni risultato del bersaglio gli ricorda, come uno specchio impietoso, ciò che lui/lei non è riuscito/a a diventare.
Qui entra in gioco la dimensione dell’invidia narcisistica.
Non parliamo dell’invidia sana, quella che ti stimola a migliorarti.
Parliamo di quella tossica, corrosiva, distruttiva. Quella che non vuole crescere: vuole demolire.
Il meccanismo è sempre lo stesso:
• idealizzazione iniziale o fascinazione silenziosa
• percezione di distanza incolmabile
• ferita narcisistica
• trasformazione dell’ammirazione in rancore
• costruzione di una narrativa persecutoria per “riequilibrare” il senso di inferiorità
Il bersaglio diventa così il contenitore di tutte le frustrazioni.
Ogni suo traguardo è un insulto.
Ogni suo errore – reale o inventato – diventa un’occasione di vendetta.
Il punto è che questi soggetti non cercano giustizia.
Cercano regolazione emotiva.
Usano i social come ansiolitico gratuito.
Il post denigratorio come micro-scarica dopaminica.
Il gruppo di sostegno come branco riparatorio.
Ma più alimentano l’ossessione, più si svuotano.
Perché l’identità costruita “contro qualcuno” non regge nel tempo.
Chi dedica la propria esistenza a demolire un altro non sta vivendo. Sta dichiarando pubblicamente di non avere nulla di proprio da costruire.
È fragilità narcisistica travestita da crociata.
E prima o poi, quando l’oggetto dell’ossessione smette di reagire o semplicemente continua a prosperare, la frustrazione implode.
Perché l’invidia narcisistica non vuole giustizia, vuole annientamento simbolico.
Solo che chi tenta di annientare l’altro, molto spesso, finisce per rivelare – senza rendersene conto – la propria inconsistenza strutturale. Il proprio irrimediabile fallimento.
E questo, credetemi, è sempre il passaggio più rumoroso di tutti. Ma anche quello più documentato in sede giudiziaria.
Queste sono le parole della Dott. Bruzzone, che rappresentano perfettamente il mio pensiero.