02/02/2026
🌻Leon Eisenberg, considerato uno dei padri della psichiatria infantile moderna ed una figura centrale nello sviluppo del concetto di ADHD, negli ultimi anni della sua vita rilasciò alcune interviste in cui espresse una posizione molto critica su come questa diagnosi venisse utilizzata.
Non diceva che le difficoltà dell'attenzione non esistono.
Al contrario: metteva in guardia dal rischio di prendere problemi complessi, che hanno cause diverse e spesso legate al contesto educativo, familiare e sociale, e trasformarli in etichette rigide, da trattare quasi in modo automatico come questioni mediche.
La sua critica - spesso riassunta in modo semplicistico con l’espressione - era rivolta soprattutto all’abuso della diagnosi, alla sua banalizzazione ed alla tendenza a trascurare fattori ambientali, relazionali e pedagogici, preferendo spiegazioni esclusivamente biologiche e soluzioni farmacologiche rapide.
Riprendere oggi il pensiero di Eisenberg non significa andare contro la scienza, ma ricordare che la scienza vera prevede il dubbio, il confronto e l’autocritica.
Soprattutto quando una diagnosi smette di essere solo uno strumento clinico e diventa linguaggio comune, un racconto mediatico ed un prodotto culturale.
Chi lo dirà, allora, a quella parte di creator e influencer che ha trasformato l’ADHD - proprio o raccontato - in una narrazione seriale, spesso semplificata, ripetitiva e facilmente riconoscibile, fino a farlo coincidere con abitudini quotidiane, difficoltà comuni o stili di vita?
Chi lo dirà a genitori, parenti ed adulti in generale che, senza voler nuocere, finiscono per proporre contenuti interpretativi sull’ADHD, pur non avendo strumenti clinici, contribuendo così ad una confusione tra esperienza personale, divulgazione e competenza professionale?
Occorre fare doverosa e rispettosa attenzione.
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