06/02/2026
Va bene la Giornata dei calzini spaiati: un simbolo semplice, immediato, capace di ricordarci che ognuno è unico nella sua diversità.
È un messaggio bello, necessario, e in teoria condiviso da tutti.
Ma poi, finita la foto di gruppo e spenti i riflettori, cosa succede gli altri giorni dell’anno?
Qui si sente tutta la distanza tra la narrazione simbolica e la realtà quotidiana.
Perché la realtà — quella vera, che non entra nei post celebrativi — è molto diversa. la
Raccolgo in studio le storie di queste famiglie che hanno tutte un filo comune: la sensazione di essere soli dentro un sistema che, a parole, parla di inclusione, ma nei fatti chiede alle famiglie di diventare esperte di tutto.
Esperte di burocrazia, di scuola, di terapie, di diritti, di percorsi, di carte, di scadenze. E soprattutto esperte di resistenza, perché quando l’integrazione non funziona davvero, il carico si sposta tutto sulle spalle di chi già è più fragile.
L’inclusione, però, non è un evento.
Non è una giornata tematica.
Non è un gesto simbolico che ci fa sentire dalla parte giusta.
L’inclusione è un lavoro quotidiano, concreto, misurabile: servizi accessibili, continuità assistenziale, presa in carico integrata, comunicazione chiara, personale formato, tempi compatibili con la vita reale, supporto psicologico quando serve, scuola che non “accoglie” soltanto, ma che si organizza per includere davvero.
Un bambino “speciale, prezioso e fragile” non ha bisogno di slogan: ha bisogno di diritti che funzionino.
E i suoi genitori non hanno bisogno di essere celebrati per un giorno: hanno bisogno di essere sostenuti ogni giorno, senza dover lottare per ottenere ciò che dovrebbe essere garantito.
Allora sì, viva i calzini spaiati. Ma non accontentiamoci del simbolo.
Usiamo quel simbolo come promemoria scomodo: se l’inclusione esiste davvero, si vede il lunedì mattina, nella normalità, nelle piccole cose che fanno la differenza.
Si vede quando una famiglia non deve “arrangiarsi”.
Si vede quando il sistema non chiede eroismo, ma offre presenza.
E finché questa distanza resterà così grande, continueremo a raccontarci una storia che fa bene all’immagine, ma non cambia la vita di chi, ogni giorno, quella distanza la vive sulla propria pelle.
In foto i calzini spaiati di mia figlia.