25/04/2026
📍In Giappone c'è un ristorante di sushi dove per cuocere il primo uovo devi aver lavorato dieci anni. Tre stelle Michelin.
Si chiama Sukiyabashi Jiro. È a Tokyo, nel seminterrato di un palazzo a Ginza. Dieci posti al banco. Tre stelle Michelin dal 2008, ed è stato il primo ristorante di soli sushi, nella storia, a riceverle tutte e tre.
Il proprietario si chiama Jiro Ono. A ottobre del 2025 ha compiuto cento anni. Va ancora a lavorare. Quando il governatore di Tokyo gli ha chiesto il segreto della sua longevità, ha risposto, più o meno, così: "lavorare. La medicina migliore è lavorare."
Quando un ragazzo entra in apprendistato da Jiro, il primo gesto che gli insegnano non è tagliare il pesce. Non è preparare il riso.
È strizzare un asciugamano caldo per consegnarlo al cliente.
L'asciugamano è bollente. Le mani dell'apprendista bruciano. Deve imparare a strizzarlo senza farsi male, e senza che l'asciugamano perda calore prima di arrivare in mano al cliente. Questo gesto apparentemente banale è l'ingresso a tutto il resto. Finché non lo fa in modo impeccabile, non gli viene permesso di avvicinarsi ad altro.
Quando finalmente lo imparano, passano al pesce. Tagliarlo. Pulirlo. Preparare. Poi viene il polpo, che va massaggiato a mano per cinquanta minuti di fila, prima di essere servito. Cinquanta. Non cinque. Non quindici. Jiro ha raccontato di essere passato dai venti minuti originari agli attuali cinquanta nel corso dei decenni, perché aveva capito che il sapore migliorava.
Passano i mesi. Passano gli anni. L'apprendista osserva Jiro che, ormai novantenne, si piega sul banco e modella ogni pezzo di sushi come se fosse il primo della sua vita.
Dopo circa dieci anni, gli viene finalmente concesso di provare a cucinare il tamagoyaki, l'omelette di uovo che chiude il pasto.
Nel documentario "Jiro Dreams of Sushi" del 2011, un apprendista racconta di aver fatto più di duecento tentativi, nell'arco di quattro mesi, prima che Jiro gli dicesse, finalmente, "adesso va bene".
Quando gliel'ha detto, l'apprendista è scoppiato a piangere.
Jiro Ono è nato nel 1925. Suo padre lo ha abbandonato quando era un bambino. A sette anni ha cominciato a lavorare in un ristorante, perché non aveva altra scelta. A venticinque anni era sushi chef. A quaranta, nel 1965, ha aperto Sukiyabashi Jiro.
Fanno sessant'anni che ogni giorno, nello stesso ristorante, fa la stessa cosa: prepara sushi.
In tutte le interviste in cui gli hanno chiesto cosa gli manca per essere soddisfatto, la risposta è stata sempre la stessa: "non ho ancora raggiunto la perfezione. Continuo a salire, cercando la cima, ma non so dove sia la cima."
A cento anni.
Dopo settantacinque anni di carriera al banco.
Dopo aver servito, nello stesso ristorante e con le stesse mani, Barack Obama e Shinzō Abe, un pomeriggio di aprile del 2014.
"Non ho ancora raggiunto la perfezione."
C'è una parola giapponese che tiene insieme tutto questo. Si dice shokunin (職人). In italiano si traduce male, di solito con "artigiano" o "maestro". Ma il significato vero è un altro. Uno shokunin è una persona che ha deciso, nella vita, di dedicarsi a una cosa sola. Non per diventare ricco facendola. Non per diventare famoso facendola. Per farla un po' meglio di come la faceva prima. Giorno dopo giorno. Fino all'ultimo giorno.
E il punto più importante: uno shokunin non pensa mai di aver finito di imparare. Non esiste, nella sua testa, un momento in cui dirà "ora so fare sushi". Jiro, a cento anni, sta ancora cercando la cima.
Io, quando ho scoperto questa storia, mi sono chiesta quante volte nella mia vita ho abbandonato una cosa proprio nel momento in cui stavo cominciando a capirla davvero.
Perché noi veniamo da un'altra scuola. Da noi si dice: "prova di tutto, così scopri cosa ti piace". "Non fermarti su una cosa sola, sei giovane, hai tante vite da vivere". "Se non ti diverti più, cambia subito".
E non è una cattiva filosofia. Ma è una filosofia diversa. Quello che la filosofia giapponese dello shokunin ti offre, in cambio, è l'esperienza di scoprire cosa succede quando non cambi. Cosa succede quando prendi una cosa che, all'inizio, era solo una fra le tante che avresti potuto fare, e la fai per trenta, quaranta, cinquanta, settant'anni.
Succede che la cosa comincia a parlarti.
Succede che scopri strati dentro quella cosa che non avresti mai visto se ti fossi fermato dopo tre mesi. O dopo tre anni. O dopo dieci.
Succede che, a un certo punto, non fai più quella cosa. Sei quella cosa.
Ed è la sensazione che Jiro ha, ogni mattina, quando si avvicina al banco. Non sta facendo sushi. È sushi.
Per arrivare lì, devi accettare una cosa che in Occidente ci spaventa: che la vita non è abbastanza lunga per assaggiare tutto. Ma è più che abbastanza lunga per fare una cosa in modo irripetibile.
Ho scritto un libro di diciannove storie come quella di Jiro.
Storie di persone, italiane e giapponesi, che a un certo punto hanno smesso di cambiare direzione ogni tre anni, e hanno deciso di andare a fondo in una. Insegnanti che insegnano nello stesso paese da cinquant'anni. Ceramisti che fanno una sola forma di ciotola dal 1978. Vignaioli che coltivano la stessa vite del nonno e del bisnonno.
Persone che hanno capito la cosa che lo shokunin giapponese sa per cultura: che non è cambiando strada che trovi la tua strada. È rimanendo sulla strada abbastanza a lungo perché la strada, lentamente, cominci a mostrarti dove va.
Si chiama "LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO". Lo trovi SOLO su Amazon.
Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi si è sentito, a un certo punto, colpevole di non aver ancora trovato "la propria cosa". E che forse la sua cosa ce l'ha già fra le mani, da anni, e sta solo aspettando di essere coltivata un po' più a lungo.
Come fa Jiro.
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