Studio Olistico Pia Tubertini

Studio Olistico Pia Tubertini Operatrice olistica professional ad indirizzo bioenergetico, Master Reiki, Theta Healer, Animal Heale Motto: Parla come mangi e vivi come parli.

Mi occupo di riequilibrio, aiuto le persone a ritrovare il benessere attraverso trattamenti e percorsi evolutivi con l'aiuto della floriterapia, cristalloterapia, tecniche di bioenergetica, Reiki, costellazioni famigliari e Theta healing, meditazione e riascolto di se stessi e della natura. Mi occupo anche del benessere degli animali che vivono con noi. Ho creato il Green Swap Camp, un campo estiv

o per bambini immerso nella natura a pochi km da Bologna , dove i bambini sono liberi di essere bambini.

25/04/2026

📍In Giappone c'è un ristorante di sushi dove per cuocere il primo uovo devi aver lavorato dieci anni. Tre stelle Michelin.

Si chiama Sukiyabashi Jiro. È a Tokyo, nel seminterrato di un palazzo a Ginza. Dieci posti al banco. Tre stelle Michelin dal 2008, ed è stato il primo ristorante di soli sushi, nella storia, a riceverle tutte e tre.

Il proprietario si chiama Jiro Ono. A ottobre del 2025 ha compiuto cento anni. Va ancora a lavorare. Quando il governatore di Tokyo gli ha chiesto il segreto della sua longevità, ha risposto, più o meno, così: "lavorare. La medicina migliore è lavorare."

Quando un ragazzo entra in apprendistato da Jiro, il primo gesto che gli insegnano non è tagliare il pesce. Non è preparare il riso.

È strizzare un asciugamano caldo per consegnarlo al cliente.

L'asciugamano è bollente. Le mani dell'apprendista bruciano. Deve imparare a strizzarlo senza farsi male, e senza che l'asciugamano perda calore prima di arrivare in mano al cliente. Questo gesto apparentemente banale è l'ingresso a tutto il resto. Finché non lo fa in modo impeccabile, non gli viene permesso di avvicinarsi ad altro.

Quando finalmente lo imparano, passano al pesce. Tagliarlo. Pulirlo. Preparare. Poi viene il polpo, che va massaggiato a mano per cinquanta minuti di fila, prima di essere servito. Cinquanta. Non cinque. Non quindici. Jiro ha raccontato di essere passato dai venti minuti originari agli attuali cinquanta nel corso dei decenni, perché aveva capito che il sapore migliorava.

Passano i mesi. Passano gli anni. L'apprendista osserva Jiro che, ormai novantenne, si piega sul banco e modella ogni pezzo di sushi come se fosse il primo della sua vita.

Dopo circa dieci anni, gli viene finalmente concesso di provare a cucinare il tamagoyaki, l'omelette di uovo che chiude il pasto.

Nel documentario "Jiro Dreams of Sushi" del 2011, un apprendista racconta di aver fatto più di duecento tentativi, nell'arco di quattro mesi, prima che Jiro gli dicesse, finalmente, "adesso va bene".

Quando gliel'ha detto, l'apprendista è scoppiato a piangere.

Jiro Ono è nato nel 1925. Suo padre lo ha abbandonato quando era un bambino. A sette anni ha cominciato a lavorare in un ristorante, perché non aveva altra scelta. A venticinque anni era sushi chef. A quaranta, nel 1965, ha aperto Sukiyabashi Jiro.

Fanno sessant'anni che ogni giorno, nello stesso ristorante, fa la stessa cosa: prepara sushi.

In tutte le interviste in cui gli hanno chiesto cosa gli manca per essere soddisfatto, la risposta è stata sempre la stessa: "non ho ancora raggiunto la perfezione. Continuo a salire, cercando la cima, ma non so dove sia la cima."

A cento anni.

Dopo settantacinque anni di carriera al banco.

Dopo aver servito, nello stesso ristorante e con le stesse mani, Barack Obama e Shinzō Abe, un pomeriggio di aprile del 2014.

"Non ho ancora raggiunto la perfezione."

C'è una parola giapponese che tiene insieme tutto questo. Si dice shokunin (職人). In italiano si traduce male, di solito con "artigiano" o "maestro". Ma il significato vero è un altro. Uno shokunin è una persona che ha deciso, nella vita, di dedicarsi a una cosa sola. Non per diventare ricco facendola. Non per diventare famoso facendola. Per farla un po' meglio di come la faceva prima. Giorno dopo giorno. Fino all'ultimo giorno.

E il punto più importante: uno shokunin non pensa mai di aver finito di imparare. Non esiste, nella sua testa, un momento in cui dirà "ora so fare sushi". Jiro, a cento anni, sta ancora cercando la cima.

Io, quando ho scoperto questa storia, mi sono chiesta quante volte nella mia vita ho abbandonato una cosa proprio nel momento in cui stavo cominciando a capirla davvero.

Perché noi veniamo da un'altra scuola. Da noi si dice: "prova di tutto, così scopri cosa ti piace". "Non fermarti su una cosa sola, sei giovane, hai tante vite da vivere". "Se non ti diverti più, cambia subito".

E non è una cattiva filosofia. Ma è una filosofia diversa. Quello che la filosofia giapponese dello shokunin ti offre, in cambio, è l'esperienza di scoprire cosa succede quando non cambi. Cosa succede quando prendi una cosa che, all'inizio, era solo una fra le tante che avresti potuto fare, e la fai per trenta, quaranta, cinquanta, settant'anni.

Succede che la cosa comincia a parlarti.

Succede che scopri strati dentro quella cosa che non avresti mai visto se ti fossi fermato dopo tre mesi. O dopo tre anni. O dopo dieci.

Succede che, a un certo punto, non fai più quella cosa. Sei quella cosa.

Ed è la sensazione che Jiro ha, ogni mattina, quando si avvicina al banco. Non sta facendo sushi. È sushi.

Per arrivare lì, devi accettare una cosa che in Occidente ci spaventa: che la vita non è abbastanza lunga per assaggiare tutto. Ma è più che abbastanza lunga per fare una cosa in modo irripetibile.

Ho scritto un libro di diciannove storie come quella di Jiro.

Storie di persone, italiane e giapponesi, che a un certo punto hanno smesso di cambiare direzione ogni tre anni, e hanno deciso di andare a fondo in una. Insegnanti che insegnano nello stesso paese da cinquant'anni. Ceramisti che fanno una sola forma di ciotola dal 1978. Vignaioli che coltivano la stessa vite del nonno e del bisnonno.

Persone che hanno capito la cosa che lo shokunin giapponese sa per cultura: che non è cambiando strada che trovi la tua strada. È rimanendo sulla strada abbastanza a lungo perché la strada, lentamente, cominci a mostrarti dove va.

Si chiama "LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO". Lo trovi SOLO su Amazon.

Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi si è sentito, a un certo punto, colpevole di non aver ancora trovato "la propria cosa". E che forse la sua cosa ce l'ha già fra le mani, da anni, e sta solo aspettando di essere coltivata un po' più a lungo.

Come fa Jiro.

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Condivido con piacere l’invito a questo laboratorio, partecipate e non ve ne pentirete 💙
24/04/2026

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22/04/2026

Ecco 5 buone ragioni per smettere di compiacere (sempre) gli altri:

1⃣ Solitudine
Se la tua tendenza è quella di compiacere gli altri, potresti perdere contatto con i tuoi desideri e con i tuoi valori, e sentire un profondo senso di alienazione e di solitudine.

2⃣ Risentimento
Se dai priorità ai bisogni e desideri altrui, potresti covare risentimento per le persone che ti circondano e che non soddisfano i TUOI bisogni e desideri (e che probabilmente manifesti molto, molto, molto raramente).

3⃣ Relazioni a senso unico
Potresti trovarti a vivere relazioni insoddisfacenti e con poca intimità. Nelle tue relazioni manca, infatti, uno dei protagonisti più importanti: TU.

4⃣ Stanchezza psico-fisica
Cogliere (o anticipare) i desideri, sentimenti o insoddisfazioni altrui richiede un’attenzione e un lavoro costante che può creare una situazione di stress cronico.

5⃣ Poco tempo per te
Quando i desideri e i bisogni altrui sono sempre prioritari, il tempo che abbiamo per noi è quello che riserveremmo ad una persona che non conosciamo e a cui diamo poco valore.

Se compiaci costantemente gli altri, rischi di perdere il rapporto più importante della tua vita. Quello con te stessə
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COSA PUOI FARE?

Se la tua tendenza è quella di compiacere gli altri, allenati a non perdere il rapporto con i tuoi desideri e con i tuoi bisogni.
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Chiediti, allora, frequentemente: “Che cosa voglio?”, “Di cosa ho bisogno?”. Anche se ti sembra di non sapere la risposta, continua a farlo. Con pazienza, le risposte emergeranno.
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Essere consapevoli di cosa vuoi e di ciò che necessiti è il primo passo per smettere di compiacere gli altri e avere relazioni più appaganti.

20/04/2026

📍In Giappone, nel cuore di Kyoto, c'è un giardino composto di 15 pietre. È piccolo, quasi spoglio. Niente fiori. Niente alberi. Solo sabbia bianca rastrellata e pietre grigie disposte con una precisione millimetrica. Eppure è uno dei giardini più famosi del pianeta, e da seicento anni i visitatori ci vanno per lo stesso identico motivo. Per provare a vedere tutte e quindici le pietre. E nessuno, in seicento anni, ci è mai riuscito.

Tieni a mente questa immagine, perché è il cuore della cosa che ti voglio raccontare oggi. Una cosa che, quando la capisci, ti cambia il modo di stare nelle conversazioni, nelle relazioni, nel tuo tempo libero, perfino nel tuo silenzio.

Il giardino si chiama Ryoan-ji (龍安寺), il "Tempio del Drago Pacifico". È stato creato attorno al 1450-1500, durante il periodo Muromachi. Chi l'abbia progettato non lo sappiamo con certezza: c'è chi lo attribuisce a un pittore-monaco di nome Sōami, chi a un monaco zen di nome Tokuho Zenketsu, chi ammette che il nome del creatore è andato perso. Ma il giardino, lui, è rimasto. Un rettangolo di duecentocinquanta metri quadrati. Ghiaia bianca. Quindici pietre in cinque gruppi. Niente altro. L'Unesco lo ha dichiarato Patrimonio dell'Umanità. Nel 1975 la regina Elisabetta II è andata a visitarlo di persona e ha chiesto cinque minuti di silenzio per guardarlo in pace.

La cosa strana del giardino è la seguente. Sembra semplice. Quindici pietre su sabbia. Uno si aspetta di arrivare, sedersi sulla veranda di legno, e vederle tutte insieme in un colpo d'occhio.

Non succede.

Da qualunque posizione ti siedi, una delle quindici pietre resta nascosta. Sempre. Non importa se ti sposti a destra, se ti inginocchi, se ti sporgi. Ce ne è sempre una che sparisce dietro le altre. Quattordici visibili. Una invisibile.

Chi ha progettato il giardino l'ha fatto apposta. In Asia orientale, il numero quindici rappresenta la perfezione. Una luna piena è perfetta al quindicesimo giorno del mese lunare. Quindici stelle formano l'allineamento celeste completo. Quindici è il numero della completezza. E il giardino di Ryoan-ji ti mette davanti a quindici pietre, la perfezione, e poi te ne nasconde sempre una. Sempre. Come a dire: la perfezione non la vedrai mai. Né oggi, né domani, né mai. Accettalo.

E qui arriva la cosa.

Quella pietra invisibile, quella che non vedi mai, secondo la filosofia giapponese è la più importante di tutte. Perché è lei a dare valore alle quattordici visibili. Perché se tu potessi vedere tutte le quindici, il giardino sarebbe completo. E se fosse completo, sarebbe morto. Sarebbe un oggetto finito. Un monumento.

Invece il giardino di Ryoan-ji è vivo. Ti tiene lì. Ti fa girare lo sguardo. Ti fa provare a scovarla, quella pietra. Ti fa accettare, dopo un po', di non poterla trovare. E allora smetti di cercarla, e ti accorgi per la prima volta che tra le pietre c'è qualcosa d'altro. C'è sabbia. C'è spazio. C'è aria. C'è silenzio. C'è, letteralmente, il vuoto.

Quel vuoto ha un nome, in giapponese. Si chiama ma (間).

E quando lo capisci, capisci tutto il Giappone. E forse, un pezzo di te stessa.

Ti spiego. Ma è uno di quei concetti giapponesi intraducibili in italiano. Non è "vuoto". Non è "silenzio". Non è "pausa". È tutto questo insieme, ma in senso attivo. È lo spazio che fa esistere le cose. È la distanza che rende possibile l'incontro. È il silenzio che fa esistere la musica. È il respiro che rende viva una frase.

Il carattere giapponese è bellissimo, se lo guardi. 間. In alto c'è il simbolo di una porta (門). E dentro la porta c'è il simbolo del sole (日). Letteralmente, "la luce che filtra attraverso una porta aperta". Quella luce non è la porta, e non è il sole. È lo spazio tra di loro. Lo spazio vivo.

E qui arriva la rivelazione. I giapponesi, da secoli, hanno costruito un'intera cultura intorno all'idea che gli spazi vuoti siano più importanti delle cose piene. Che il silenzio tra due note musicali sia più importante delle note. Che la pausa tra due parole di una conversazione sia più importante delle parole. Che il vuoto in una stanza sia più importante degli oggetti che ci stanno dentro.

Ti faccio qualche esempio concreto, perché l'astratto qui non basta.

1. Nel teatro Nō, il teatro classico giapponese, gli attori fanno pause lunghissime tra un gesto e l'altro. Lunghissime. Non in sceneggiatura. Decise da loro. Un attore bravo, in Giappone, non è quello che recita meglio. È quello che tiene meglio le pause. Esiste un proverbio che dice ma wa mamono (間は魔物), "ma è un mostro". Perché una pausa sbagliata distrugge tutto lo spettacolo. Ma una pausa giusta, al punto giusto, con la durata giusta, entra dentro il pubblico e ci resta per anni. Quando gli attori giapponesi si giudicano tra loro, non dicono "ha una bella voce". Dicono: "Il suo ma è forte." Oppure: "Il suo ma è debole." Il resto, per loro, è conseguenza.

2. Nella musica tradizionale giapponese, il silenzio tra due note è considerato musica. Quando suona uno strumento come lo shakuhachi (il flauto di bambù), il maestro ti insegna che devi sentire il silenzio prima della nota, il silenzio dentro la nota, il silenzio dopo la nota. La nota non è nulla senza il silenzio che la contiene. È come se in Occidente dicessimo "l'aria attorno al corpo è parte del corpo". Per loro è letteralmente così.

3. Nell'architettura giapponese tradizionale, ogni stanza ha uno spazio chiamato tokonoma (床の間), un'alcova vuota. Non è una mensola. Non è una vetrinetta. È uno spazio apposta vuoto. Una finestra sul nulla. Al centro, al massimo, ci metti un fiore e un rotolo di calligrafia. Ma il senso della stanza è quello spazio vuoto che non viene riempito. È come se dicessero: non si abita una casa piena. Si abita una casa che respira.

4. Nella cerimonia del tè, tra un gesto e l'altro del maestro, c'è sempre una pausa. Il maestro non si muove. Non parla. Sembra che non stia facendo niente. In realtà, in quel momento, sta facendo la cosa più importante. Sta tenendo ma. Sta creando lo spazio in cui il gesto successivo potrà esistere davvero.

E poi c'è il quinto esempio, quello che mi ha fatto letteralmente piangere la prima volta che me l'hanno spiegato.

5. Nella conversazione tra giapponesi, il silenzio è una parte fondamentale del dialogo. Quando qualcuno ti dice qualcosa di importante, tu, se sei educata, non rispondi subito. Ti fermi. Lasci passare qualche secondo. A volte molti secondi. Quel silenzio non è imbarazzo. Non è non avere niente da dire. È rispetto. Stai mostrando all'altra persona che quello che ti ha detto merita di essere accolto, non subito restituito. Stai creando ma tra le sue parole e la tua risposta.

Adesso pensa alla tua vita.

Pensa alle tue conversazioni. Pensa a quanto velocemente rispondi. Pensa a quanto ti dà fastidio il silenzio. Pensa a come riempi ogni pausa con un suono, una parola, una battuta, una domanda.

Pensa alla tua casa. Pensa a quanti oggetti hai. A come ogni parete è coperta da qualcosa. A come il vuoto in casa ti fa sentire "ancora da arredare".

Pensa alla tua agenda. Pensa a come la riempi. A come una giornata libera la vedi come "una giornata sprecata". A come se uscisse un buco di un'ora ti viene quasi l'ansia.

Pensa a te stessa. A come quando qualcuno ti chiede "come stai?" tu rispondi subito. Senza una pausa. Senza pensarci. Senza lasciare un secondo di ma tra la domanda e la risposta.

Noi in Occidente abbiamo costruito una cultura che ha paura del vuoto. Un silenzio in una conversazione è "imbarazzante". Un pomeriggio senza impegni è "noioso". Una parete senza quadri è "spoglia". Una giornata senza obiettivi è "persa". Abbiamo riempito, riempito, riempito. Abbiamo messo oggetti nelle case, parole nei dialoghi, obiettivi nelle settimane, notifiche nei telefoni. Fino a quando non c'è più spazio per niente.

E il paradosso, quello che i giapponesi sanno da seicento anni, è questo. Quando non c'è più spazio, non c'è più nemmeno quello che hai cercato di mettere dentro. Le parole non arrivano più. Gli oggetti non si vedono più. Gli obiettivi non si realizzano più. Gli incontri non si sentono più. Tutto diventa rumore, confusione, ingombro. Perché senza ma, niente di quello che è pieno può essere davvero percepito.

Tu non senti più quello che ti dice tuo marito, perché parlate l'uno sopra l'altro senza lasciare spazio a ma.

Tu non capisci più tua figlia, perché tra la sua domanda e la tua risposta hai messo troppe parole tue.

Tu non ti riposi più nel weekend, perché hai riempito anche quelle ore di cose da fare.

Tu non ti ascolti più nemmeno, perché ogni volta che sta per affiorare un pensiero vero, tu lo copri con un'attività, un telefono, una playlist, una distrazione.

Il tuo ma è debole. E quindi niente di quello che fai riesce a toccarti davvero.

Io, quando ho capito questa cosa, ho provato un esperimento. Per una settimana intera, ho deciso di non riempire le pause. Nella conversazione con mio marito, quando mi diceva qualcosa, contavo fino a tre prima di rispondere. Nel caffè del mattino, non mi portavo il telefono. Quando mi sedevo sul divano la sera, non accendevo subito la TV. Quando camminavo per strada, non mettevo le cuffie.

Niente più. Solo questo. Lasciare lo spazio.

Dopo tre giorni, è cambiato qualcosa. Non avrei saputo dire cosa, all'inizio. Mi sentivo più presente. Più calma. Più "dentro" alle cose. Ascoltavo meglio. Dormivo meglio. Avevo idee che non avevo da anni. E soprattutto, cominciavo a sentire cose che stavano succedendo dentro di me e che avevo coperto con il rumore per troppo tempo. Alcune belle. Altre scomode. Tutte vere.

Quel vuoto che tanto temevo era dove abitavo io. Solo che non l'avevo mai visitata.

La quindicesima pietra di Ryoan-ji, quella che non si vede mai, è il ma. È quella che dà senso alle altre quattordici. È quella che ti costringe a smettere di guardare con la testa e cominciare a guardare con il respiro.

Nella tua vita, dov'è la tua quindicesima pietra? Dov'è lo spazio che non stai lasciando? Il silenzio che non stai tollerando? La pausa che non stai facendo? Il nulla che non stai sopportando?

Forse è lì che abita la parte di te che cerchi da anni. Non nelle cose che stai accumulando. Non nelle parole che stai dicendo. Non negli impegni che stai aggiungendo. Ma nel piccolo vuoto tra una cosa e l'altra, dove finalmente potresti sentirti.

In Giappone, quando in una cerimonia del tè il maestro ti serve il tè, c'è un momento di silenzio assoluto prima che tu lo prenda in mano. Non è un caso. Non è un difetto. Non è un "non sa cosa dire". È il momento più importante della cerimonia. È il ma. E tu, se sei stata educata bene, non lo riempi. Lo ricevi come si riceve un regalo.

Prova a ricevere, oggi, almeno un ma. Uno solo. Un silenzio, una pausa, un minuto senza telefono, un respiro tra una parola e l'altra. E sentine la forma. La qualità. Il peso.

Non è niente. È tutto.

Ho scritto un libro che parla anche di questo. Di concetti come ma, che ci costringono a rivedere il nostro rapporto con il rumore, il pieno, la fretta, l'accumulo. Sono 19 storie di persone, italiane come me, che a un certo punto si sono accorte che la loro vita era piena fino a scoppiare e vuota dove contava davvero. E che hanno imparato, piano piano, a togliere invece di aggiungere.

"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO"

Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi si è accorta che non le manca più niente, e ha capito che è proprio questo il problema.

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16/04/2026

🧘‍♂️ Resta in privato.
Lavora duro.
Vestiti bene. Mangia sano.
Parla meno. Fai di più.
Vivi la vita. Sii gentile.
Rimani umile. Evita i drammi.
Insegui i tuoi obiettivi.
In un mondo che grida, la vera potenza sta nel silenzio e nella disciplina quotidiana.
Non serve annunciare ciò che stai costruendo.
Basta farlo, con costanza, rispetto e pace interiore.
Che questa sia la tua regola di vita.
IL TUO ZEN ✨

15/04/2026

📍In Giappone i medici prescrivono una cosa che da noi, se provi a chiederla, ti ridono in faccia. Camminare nel bosco. Senza fare niente. Senza obiettivi. Senza contare i passi. E non è una moda new age. È medicina, con studi scientifici seri a sostenerla.

Si chiama shinrin-yoku (森林浴). Letteralmente significa "bagno di foresta". Il termine è stato coniato nel 1982 dal Ministero dell'Agricoltura, delle Foreste e della Pesca giapponese. Non da una guru dello yoga. Non da un monaco. Da un ministero. Perché negli anni Ottanta il Giappone aveva capito una cosa che noi ancora oggi facciamo fatica ad accettare: il loro popolo stava impazzendo di stress.

Le statistiche giapponesi di quegli anni erano spaventose. Operai che lavoravano fino al collasso. Karoshi, la morte per troppo lavoro, che era già un termine esistente nella lingua. Suicidi in aumento. Insonnia di massa. E il governo, invece di dire "prendete un farmaco", ha fatto una cosa che sembra assurda. Ha investito soldi pubblici per studiare se camminare nei boschi, letteralmente, facesse bene.

La risposta, dopo quarant'anni di ricerche, è sì. E in un modo che nessuno si aspettava.

Il principale ricercatore mondiale di shinrin-yoku si chiama Qing Li. Lavora alla Nippon Medical School di Tokyo. Ha passato gli ultimi vent'anni a misurare cosa succede al corpo umano quando entra in un bosco. Non cosa succede alla mente, all'umore, ai pensieri. Cosa succede al corpo. A livello biochimico. Al sangue. Alle cellule.

Ecco alcune delle cose che ha trovato.

1. Camminare in un bosco per qualche ore aumenta le cellule NK del sistema immunitario, le "natural killer", quelle che attaccano le cellule tumorali. L'effetto non è piccolo. È enorme. E dura giorni dopo che sei uscita dal bosco.

2. Abbassa il cortisolo, l'ormone dello stress, in modo misurabile. Le persone che escono dal bosco hanno livelli di cortisolo significativamente più bassi di quelle che hanno camminato per lo stesso tempo in città.

3. Abbassa la pressione sanguigna. La frequenza cardiaca. Riduce l'attività del sistema nervoso simpatico (quello della lotta-o-fuga) e aumenta quella del parasimpatico (quello del riposo e della digestione).

4. Migliora il sonno. La sera dopo un bagno di foresta, le persone dormono in media un'ora in più, con una qualità del sonno nettamente migliore.

5. Riduce i sintomi di ansia e depressione in studi clinici randomizzati.

E attenzione. Tutto questo non succede "facendo sport nel bosco". Non succede "facendo trekking". Non succede camminando con un obiettivo, un percorso, un chilometraggio da raggiungere. Succede solo se lo fai così: lentamente, senza meta, senza cuffie, senza telefono, respirando. Punto.

Perché?

Qing Li ha una teoria, supportata dai dati. Gli alberi rilasciano delle sostanze chiamate fitoncidi. Sono composti organici volatili che le piante producono per proteggersi da funghi, batteri, insetti. Quando cammini in un bosco, li respiri. Entrano nel tuo corpo. E pare che siano proprio loro a produrre molti degli effetti sul sistema immunitario. Non è magia. È chimica.

Oggi in Giappone esistono più di sessanta "basi di terapia forestale" ufficialmente certificate dal governo. Luoghi dove i medici mandano davvero i pazienti, con tanto di prescrizione. Ci sono protocolli studiati. Percorsi pensati per funzionare. Centri dove un dottore ti misura la pressione prima e dopo la camminata per vedere i risultati. È considerato medicina preventiva a tutti gli effetti.

E noi?

Noi viviamo circondati da boschi. Abbiamo le Alpi, gli Appennini, foreste secolari, parchi naturali, riserve. In Italia abbiamo più superficie boschiva di quanta ne avessimo nel dopoguerra. Gli alberi sono tornati. E la maggior parte di noi non ci entra quasi mai. Se ci entriamo, è per fare trekking con il contapassi, per scattare foto per Instagram, per "fare movimento". Ci entriamo con la stessa mentalità con cui andiamo in palestra. Produttività travestita da natura.

Lo shinrin-yoku è l'opposto esatto di questo.

Ti dico la mia parte preferita della ricerca di Qing Li. Ha chiesto ai partecipanti di non fare assolutamente niente. Entrare nel bosco. Camminare piano. Fermarsi quando veniva voglia di fermarsi. Toccare la corteccia di un albero se ne avevi voglia. Sedersi su una roccia se volevi sederti. Respirare. Ascoltare il silenzio, che in un bosco vero non è mai silenzio, è il fruscio delle foglie, il canto di un uc***lo lontano, il ronzio di un insetto.

Fare niente.

E il loro corpo, nel fare niente, stava guarendo.

Questa è la cosa che mi ha tagliata in due. Che siamo così abituati a pensare che "stare bene" sia qualcosa da conquistare, che bisogna meritarsi, che richiede sforzo, allenamento, disciplina, sudore, obiettivi. E poi arriva uno scienziato giapponese con vent'anni di dati in mano a dirci: no. A volte basta stare in un bosco. Senza fare niente. E il corpo si ripara da solo, perché era stato progettato per farlo, in un ambiente che per cinquemila anni di evoluzione è stato casa sua.

L'ambiente innaturale non è il bosco. È la città. È l'ufficio. È la macchina. È il divano. Il tuo corpo, quando entra in un bosco, non sta "facendo una cosa nuova". Sta tornando a casa.

Non serve andare in Giappone per farlo. Non servono i sessanta centri certificati. Serve solo una cosa: un bosco vicino a casa tua. Anche piccolo. Anche un parco grande, se non hai boschi vicini. E qualche ora alla settimana. Senza cuffie. Senza telefono. Senza obiettivi.

Se non l'hai mai fatto davvero, vedrai che la prima volta ti sembrerà stranissimo. Vorrai prendere il telefono. Vorrai contare i passi. Vorrai sapere quanto sei stata lì, per dire agli altri che ci sei stata. Quell'impulso, quello lì, è il motivo per cui ne hai bisogno. Resistilo. Fai un'ora senza niente. Solo tu e gli alberi. Torna a casa. E nota come dormi quella notte.

I giapponesi, con i loro ministeri e i loro scienziati e i loro protocolli, ci stanno dicendo una cosa che le nostre nonne sapevano senza bisogno di studi clinici: "Vai a prendere una boccata d'aria". Era vero allora. È vero adesso. Solo che loro hanno avuto il buon senso di misurarlo.

Ho scritto un libro che parla anche di shinrin-yoku, tra le altre parole giapponesi che descrivono cose che il nostro corpo sa fare ma che il nostro tempo ci ha fatto dimenticare. 19 storie di persone che hanno smesso di prescriversi prestazioni e hanno iniziato a prescriversi natura, silenzio, presenza.

"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO"

Non è un libro sul Giappone. È un libro per chi ha dimenticato che il corpo, se lo porti nel posto giusto, sa ancora come guarire da solo.

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14/04/2026

📍In Giappone una donna di settant'anni mi ha detto una frase che mi sono portata dietro per tre mesi.

Eravamo in una piccola sala da tè a Kyoto. Lei serviva, io guardavo. A un certo punto ha rotto una tazza. Una di quelle vecchie, di terracotta scura, che probabilmente costava più del mio biglietto aereo.

Io ho fatto la faccia che facciamo tutte noi quando vediamo qualcosa rompersi. Quella faccia di "oh no, mi dispiace, che disastro".

Lei ha sorriso. Ha raccolto i pezzi con una calma che non avevo mai visto in vita mia. E mi ha detto, in un inglese stentato: "Adesso questa tazza vale di più."

Ho pensato di non aver capito.

Allora mi ha portata in una stanza dietro al bancone. Su uno scaffale c'erano sei tazze. Tutte diverse. Tutte rotte e rimesse insieme con linee d'oro che le attraversavano come piccoli fiumi luminosi.

"Kintsugi", ha detto. "Quando una cosa si rompe, noi non la nascondiamo. La ripariamo con l'oro. E la mostriamo."

Ho passato i tre mesi successivi a pensare a quella frase.

Perché in Occidente facciamo l'opposto.

Quando qualcosa dentro di noi si rompe, lo nascondiamo. Lo copriamo. Facciamo finta che non sia successo niente. Ci truccavamo per andare al lavoro il giorno dopo che ci avevano lasciate. Sorridiamo alle cene di famiglia mentre dentro stiamo crollando. Diciamo "tutto bene" anche quando la voce ci trema.

Perché ci hanno insegnato che le crepe sono difetti.

In Giappone le crepe sono storia.

1. Una persona che non è mai stata ferita non ti capisce. Una persona che è stata ferita e l'ha attraversata, sì.

I tuoi peggiori momenti non sono quelli che ti hanno rotta. Sono quelli che ti hanno insegnato a vedere le rotture degli altri.

2. Le persone più belle non sono quelle senza cicatrici. Sono quelle che hanno smesso di vergognarsene.

Hai mai notato? Le donne che ti fanno girare la testa per strada non sono quelle perfette. Sono quelle che camminano con dentro qualcosa. Una storia. Un peso che hanno imparato a portare bene.

3. Una crepa rimessa insieme è più forte del punto in cui era prima.

Questa è fisica, non poesia. Una tazza riparata col kintsugi, se si rompe di nuovo, non si rompe lungo le vecchie linee. Si rompe altrove. Le crepe vecchie, riparate, sono diventate la sua parte più resistente.

Funziona uguale per noi.

4. Nascondere una ferita non la fa sparire. La fa marcire.

Lo so che fa paura mostrare. Lo so che ti hanno detto di non lamentarti, di non fare la vittima, di non rovinare l'atmosfera. Ma una ferita coperta non guarisce. Si infetta. E un giorno esce comunque, peggio di prima, con la persona sbagliata.

5. Non devi diventare quella di prima.

Questo è il pezzo che nessuno ti dice. Quando ti rompi, non torni come prima. Diventi un'altra. Una con delle linee dorate dove prima c'era solo terracotta liscia. Una più visibile. Una più vera. Una che può guardare un'altra donna negli occhi e dire "lo so, lo capisco, ci sono passata anche io".

Quella donna, in Giappone, mi ha detto un'ultima cosa prima che me ne andassi.

Mi ha indicato una delle tazze sullo scaffale, quella con più crepe d'oro di tutte. Una tazza che era stata rotta tante di quelle volte da sembrare quasi più oro che terracotta.

E ha detto: "Questa è la mia preferita."

Le ho chiesto perché.

Lei ha pensato un momento. Poi ha risposto, semplicemente: "Perché ha vissuto."

Da quel giorno ho iniziato a guardare la mia vita diversamente. Le mie crepe non erano cose da nascondere. Erano cose da onorare. Erano la prova che ero stata viva, che avevo amato, che mi ero esposta, che avevo lasciato che il mondo mi toccasse abbastanza da farmi male.

E forse, se ci pensi, anche le tue lo sono.

Le tue crepe sono fatte per l'oro. Non per la vergogna.

Ho scritto un libro che parte proprio da qui. 19 storie di persone che hanno incontrato il Giappone e ne sono tornate diverse. Storie di tazze rotte e rimesse insieme. Di donne che hanno smesso di nascondere e hanno iniziato a mostrare. Di parole giapponesi che non esistono nella nostra lingua, ma che spiegano esattamente quello che sentiamo dentro.

"LE CREPE SONO FATTE PER L'ORO"

Non è un libro di self-help. È un libro di storie. Le storie sono l'unica cosa che cambia davvero le persone, perché entrano dentro senza chiedere permesso.

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P.S. E tu, qual è la crepa che hai passato anni a nascondere e che oggi, se ti fermi un momento a pensarci, sai che è diventata la tua parte più preziosa?

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