30/04/2026
Affrontare una malattia oncologica è qualcosa che irrompe nella vita e ne cambia improvvisamente le coordinate.
Quando arriva la diagnosi, non è solo la paura. È come se il mondo, così come lo conoscevi, si fermasse o forse andasse avanti, ma senza di te.
Ti ritrovi dentro a un vortice di pensieri che non si fermano, domande che rimbalzano senza trovare risposta: e adesso? Cosa succederà? Riuscirò a farcela?
E insieme a queste domande, spesso, ce n’è un’altra che resta più silenziosa ma insistente: perché proprio a me?
Le giornate cambiano forma. Da una vita fatta di abitudini, progetti, piccoli riferimenti quotidiani, si passa a un tempo scandito da esami, visite, attese e terapie.
Il futuro, che prima aveva una direzione, diventa qualcosa di incerto. E questa incertezza non è solo un pensiero ma è qualcosa che si sente addosso, sulla pelle.
Poi arrivano le cure. E con loro non c’è solo la fatica fisica. C’è il corpo che cambia, a volte velocemente, a volte in modo difficile da accettare. C’è la stanchezza che non è quella di prima. Ci sono giorni in cui anche le cose più semplici diventano terribilmente faticose.
Guardarsi allo specchio può diventare molto complicato perché l’immagine che rimanda indietro non corrisponde più a come ci si sente dentro, spesso ci si sente pastrocchi, informi, deformi o invisibili.
E in tutto questo, succedono molti cambiamenti anche nelle relazioni. Alcune persone si avvicinano in modo nuovo, più autentico. Altre si allontanano, a volte senza sapere come restare.
E poi c’è quella forma di solitudine più difficile da spiegare, non quella di essere soli, ma quella di sentirsi, a tratti, irraggiungibili.
Perché quello che si sta vivendo non sempre si riesce a mettere in parole. E anche chi ama, anche chi prova a esserci, a volte non sa dove mettere le mani, cosa dire, come stare.
E dentro alle relazioni succede anche qualcosa di più sottile, e a volte molto più faticoso. Non vuoi essere guardato con compassione. Non vuoi sentirti addosso quello sguardo che ti trasforma in un povero disgraziato, in qualcuno da trattare con delicatezza continua, come se stessi per romperti da un momento all’altro.
Ma allo stesso tempo, non vuoi nemmeno essere messo su un piedistallo. L’eroe, il combattente, quello forte, quello che “ce la farà”, sono parole che a volte fanno arrabbiare da morire.
Perché non sei né una cosa né l’altra. Sei una persona a cui è capitato qualcosa. Qualcosa che non hai scelto, che non puoi controllare fino in fondo, che ti trovi ad attraversare perché è successo, perché in quel giro di dadi è uscito proprio quel numero.
E ci sono momenti in cui non ne puoi più nemmeno dei discorsi “giusti”. Quelli su quanto la vita sia bella, su quanto valga la pena viverla nonostante tutto. Perché in certi giorni non vedi niente di tutto questo. Vedi fatica, senti fatica.
E sentirti dire che dovresti vedere il bello, quando dentro senti tutt’altro, può far arrabbiare ancora di più.
E poi succede anche il contrario. Ci sono momenti in cui avresti bisogno di leggerezza, di normalità, di uno spazio in cui respirare senza che la malattia sia sempre al centro.
E invece basta uno sguardo, una pausa, un silenzio, un modo di fare (a volte anche involontario) per ricordarti continuamente la condizione in cui ti trovi.
E allora ti senti diverso. Separato.
A volte vorresti solo essere visto come sei sempre stato. Con la possibilità di essere preso in giro, di scherzare, di essere contraddetto, di poter sostenere qualcun altro, non solo essere sostenuto.
Altre volte, invece, senti che non sei più quello di prima. E quando gli altri cercano di riportarti lì, non sai nemmeno bene come spiegare che lì non ci tornerai. Non nello stesso modo. Forse sarai diverso. Forse, in qualche senso, anche più consapevole, più profondo. Ma non sarai mai più quello di prima.
E detta così sembra quasi una frase semplice. In realtà non lo è per niente. Perché non è solo perdere qualcosa. È non sapere più bene chi sei mentre stai cambiando.
Ci sono momenti in cui ti riconosci ancora. E altri in cui no. Momenti in cui ti sembra di essere sempre tu, e subito dopo ti senti spostato, come se fossi finito in una vita che non avevi scelto.
E stare lì, in mezzo, è faticoso. Tanto faticoso. Perché non sei più quello di prima, ma non sei nemmeno “qualcun altro”. Non c’è una forma nuova già pronta.
C’è un passaggio. E dentro quel passaggio spesso non ci sono appigli chiari. E allora non è solo la paura, è proprio questo scarto.
Come se la vita avesse cambiato direzione senza chiederti il permesso. E tu ti ritrovi a doverla seguire, anche quando non ne hai nessuna voglia.
C'è dolore, si, ma anche rabbia che non sempre ha un posto dove andare e l’invidia, anche se non è una parola che è piacevole nominare o quel senso di ingiustizia che a volte prende allo stomaco.
Più spesso è quel pensiero che ogni tanto arriva, anche se non lo dici ad alta voce: non doveva andare così, e quando arriva non resta solo un pensiero, cambia proprio il modo in cui stai dentro alle cose, come se mancasse un appiglio, come se tutto diventasse più instabile. Può sembrare un mare in tempesta, ma non è un’immagine poetica.
È un mare che stanca, che disorienta, che a volte ti fa perdere completamente il senso della direzione.
Ci sono giorni in cui non sei forte e non è nemmeno un problema di forza. È che sei stanco e basta. Ci sono giorni in cui la parola “combattere” non vuol dire niente. In cui si va avanti perché non c’è un’alternativa, non perché ci sia una spinta particolare.
Poi però succede anche altro, di solito niente di eclatante, non una rinascita, ma piccoli movimenti.
Uno tuo sguardo che cambia, senza che te ne accorga subito. Un modo diverso di stare nelle cose. Una presenza che non hai scelto, ma che a un certo punto c’è e volte senza nemmeno accorgertene, prende forma anche un modo di andare avanti che non ha niente di eroico.
È il continuare, anche senza voglia, anche senza energia. È il restare, quando scappare sarebbe più facile.
La malattia entra nella vita, sì, ma non la esaurisce. E anche quando sembra prendere tutto lo spazio, non dice tutto di te. Non sei solo quello che ti sta succedendo. Anche se a volte ti sembra di sì.
E dentro tutto questo c’è anche qualcosa che è difficile da mettere davvero in parole, perché non riguarda solo quello che stai vivendo, ma anche tutto quello che non sai, quello che non puoi sapere.
Non sapere come andrà, non sapere quanto durerà, non sapere cosa resterà di tutto questo, e accorgerti che questo non sapere non è qualcosa che puoi risolvere, non è un nodo da sciogliere, ma qualcosa che sei costretto ad attraversare.
A volte provi a tenerlo lontano, a non pensarci troppo, a stare nel presente come puoi. Altre volte invece arriva tutto insieme, senza filtri, e lo senti addosso, pieno, ingombrante. E nel frattempo continui.
Continui dentro giorni che non avevi immaginato, dentro emozioni che non sempre riesci a nominare, dentro una vita che cambia forma anche se non eri pronto, anche se non lo volevi.
E allora no, non sempre si “vince”, non sempre si trova un significato che tenga insieme tutto quello che sta succedendo. Ma si resta. Si resta in modi piccoli, poco visibili, per niente eroici, che da fuori magari nemmeno si vedono, ma che da dentro richiedono tutto.
E a volte, quando succede, senza nemmeno sapere bene come, ci si lascia anche raggiungere. Non da chi ha le parole giuste, non da chi prova a sistemare o a spiegare, ma da chi riesce a stare, semplicemente, senza scappare.
Perché in certi passaggi della vita non serve essere capiti alla perfezione, non serve trovare subito un senso, non serve nemmeno essere forti nel modo in cui siamo abituati a pensarlo.
Serve, prima di tutto, non restare soli dentro a quello che si attraversa.
E allora, se siete lì, che sia da pazienti o accanto a qualcuno che sta vivendo tutto questo, forse non è questione di trovare il modo giusto di stare, ma di concedersi di esserci per come si riesce.
A volte basta questo. Esserci, anche in silenzio, anche senza sapere bene come.
Vi abbraccio. VS ❤