29/01/2026
“Dottore, mi fa male il mondo.”
Non è un dolore preciso,
non so indicarlo col dito.
Non sanguina,
non si vede nelle lastre.
È più una stanchezza profonda
che prende al petto la mattina
e non se ne va nemmeno dormendo.
Mi fa male quando apro le notizie.
Mi fa male la fretta negli occhi della gente.
Mi fanno male le parole lanciate senza guardare
e quelle non dette,
che pesano molto di più.
Mi fanno male i giudizi immediati,
le storie ridotte a titoli,
le vite spiegate in tre righe
da chi non ne ha mai attraversata una fino in fondo.
Mi fa male dover funzionare sempre.
Essere lucido.
Essere forte.
Essere all’altezza,
anche nei giorni in cui vorrei solo appoggiarmi.
Mi fa male che “come stai”
sia diventato un saluto
e non più un luogo dove fermarsi.
Il dottore ascolta,
non scrive subito.
Mi guarda come si guarda
chi sta cercando casa;
poi sorride appena,
non per tranquillizzarmi,
ma per farmi respirare,
e dice:
“Non sei rotto,
sei stanco.
Non sei fragile,
sei pieno.
Non sei sbagliato:
sei umano.”
Fa una pausa,
quelle pause che non fanno paura,
quelle che curano già.
“Stai portando troppo
da troppo tempo,
e nessuno dovrebbe farlo da solo.”
Si alleni a non riempire ogni vuoto.
A non aggiustare il dolore degli altri
per paura del proprio.
Si alleni ad ascoltare,
finché chi ha davanti
non smette di difendersi.
Si alleni a non avere sempre una risposta.
A non vincere le discussioni.
A non trasformare ogni ferita
in qualcosa da sistemare.
Le prescrivo empatia,
da prendere prima di rispondere,
prima di giudicare,
prima di chiudersi.
Le prescrivo gentilezza,
da praticare ogni giorno
come una preghiera senza parole.
Perché non salva il mondo,
ma salva le persone.
Una alla volta.
La gentilezza quotidiana,
nei gesti piccoli,
nei toni bassi,
nelle mani che non stringono per vincere,
ma per non lasciare cadere.
Riduca il rumore:
le voci che urlano,
le opinioni che pesano,
le persone che chiedono forza
ma non offrono braccia.
Si avvicini a chi sa aspettare,
a chi non ha fretta di successi,
a chi resta anche quando cade il silenzio.
Correre stanca.
Ti fa credere che devi arrivare.
Camminare no.
Ti ricorda che sei già vivo.
Resti in cammino,
con quello che ha,
con quello che è,
senza chiedersi sempre
quanto manca.
E se un giorno
le sembrerà di non farcela,
non pensi di essere debole:
pensi di essere umano.
E quando sentirà che il mondo stringe
e lei con lui,
non si convinca di dover resistere da solo.
Nessuno guarisce isolandosi.
La cura non è diventare invincibili.
È non diventare cattivi.
Grazie dottore, allora arrivederci.
Arrivederci e buona fortuna,
perché mi creda:
ne avrà bisogno.