11/03/2026
La vecchiaia rappresenta una fase della vita in cui il lavoro psichico assume caratteristiche specifiche e particolarmente complesse. Se le prime epoche dell’esistenza sono dominate da processi di acquisizione, espansione e costruzione dell’identità, la terza età introduce progressivamente il soggetto in una dimensione segnata dalla perdita, dal limite e dalla trasformazione del rapporto con il tempo. Tuttavia, ridurre la vecchiaia solo a una fase di declino fisico significherebbe non valutare l'aspetto metapsicologico. La vita psichica non si esaurisce con l’avanzare dell’età e non segue necessariamente il destino del corpo biologico: l’apparato psichico continua a operare fino alla fine dell’esistenza, impegnato in processi di riorganizzazione, simbolizzazione e integrazione dell’esperienza.
Per lungo tempo si dubitava sull’utilità di un trattamento analitico in età avanzata. Sigmund Freud pensava che la plasticità psichica, in età avanzata, potesse essere ridotta, qundi il lavoro analitico avesse tempi lunghi rispetto alle possibilità del paziente. Questa posizione rifletteva anche il timore che la quantità di materiale accumulato in una vita intera potesse rendere il lavoro analitico eccessivamente vasto o difficile da affrontare. L’evoluzione della clinica e della teoria psicoanalitica, insieme ai cambiamenti sociali, ha modificato questa prospettiva, mostrando come la capacità di trasformazione psichica non dipenda in modo determinante dall’età anagrafica ma dalla struttura della personalità, dalla qualità della domanda di aiuto e dalla possibilità di instaurare una relazione transferale viva.
La rigidità psichica, infatti, non è una diretta conseguenza dell’invecchiamento, può essere presente anche in pazienti giovani così come, al contrario, persone molto anziane possono mostrare una sorprendente capacità di riflessione, di elaborazione e di cambiamento. L’inconscio, nella sua struttura, non è organizzato secondo la temporalità lineare della coscienza. Nella dimensione inconscia il passato continua a operare nel presente, riattivandosi attraverso le dinamiche della ripetizione. Ciò che è stato vissuto nelle prime esperienze della vita mantiene una forza attiva lungo tutto l’arco dell’esistenza, riemergendo nelle relazioni e nei conflitti che il soggetto incontra nel tempo. La vecchiaia permette al soggetto di confrontarsi con antiche dinamiche affettive che continuano a riproporsi nel rapporto con gli altri e con se stesso.
La vecchiaia comporta alcune condizioni specifiche che rendono il lavoro psichico particolarmente intenso. Le perdite si moltiplicano e investono diverse dimensioni della vita: relazioni affettive, ruoli sociali, funzioni corporee. La morte dei genitori segna simbolicamente la fine di una protezione inconscia; la partenza dei figli modifica l’equilibrio affettivo della famiglia; il pensionamento priva il soggetto di una funzione identitaria che per anni ha organizzato il rapporto con il mondo. Si aggiungono anche la scomparsa di amici e coetanei, che produce un sentimento di solitudine e di sopravvivenza psichica.
Il rapporto con il corpo cambia profondamente. Il corpo invecchiato si manifesta attraverso malattie, limitazioni funzionali e controlli medici, diventando talvolta un luogo di inquietudine o di estraneità. Dal punto di vista metapsicologico questo incontro con la vulnerabilità corporea può riattivare fantasie primitive legate alla dipendenza e alla perdita di controllo. L’angoscia della perdita dell’autonomia – la paura di non riuscire più a muoversi, di non essere più autosufficienti, di dover dipendere dagli altri – diventa spesso uno degli aspetti più sofferti della vita psichica dell’anziano. Allo stesso tempo si modifica il rapporto con le grandi fonti di investimento narcisistico che hanno sostenuto la vita adulta: il lavoro, che per decenni ha rappresentato riconoscimento, identità e posizione nel mondo, e la sessualità, che ha organizzato il rapporto con il desiderio e con l’altro. Il venir meno o il ridursi di questi investimenti può produrre un senso di svuotamento, come se alcune delle principali coordinate attraverso cui il soggetto si è pensato per tutta la vita venissero improvvisamente meno.
Un ulteriore elemento riguarda il rapporto con il tempo e con la morte. Nella vecchiaia la consapevolezza della fine tende a emergere con maggiore chiarezza. Non si tratta soltanto di un pensiero astratto, ma dell’ingresso nella coscienza di una realtà che diventa progressivamente più vicina. L’angoscia di morte può allora assumere forme diverse: paura della dissoluzione, timore della sofferenza fisica, angoscia di scomparire dal mondo degli altri. In molti casi ciò che pesa maggiormente non è tanto la morte in sé quanto l’impossibilità di condividere questo pensiero. La cultura contemporanea tende infatti a rimuovere la morte dal discorso collettivo e, insieme ad essa, tende a rimuovere coloro che più la incarnano simbolicamente: i vecchi.
La nostra è una società che, per difendersi dall’angoscia della morte, tende spesso a marginalizzare la vecchiaia. L’anziano diventa una figura scomoda, un promemoria vivente del limite umano. Così accade che molti anziani vengano progressivamente esclusi dallo spazio sociale, confinati in luoghi separati – istituti, residenze, ospedali – come se la loro presenza dovesse essere tenuta lontana dallo sguardo collettivo. In questa dinamica la vecchiaia rischia di essere vissuta come una sorta di cancellazione simbolica: non più pienamente dentro la vita sociale, ma neppure ancora uscita da essa, sospesa in un altrove in cui il soggetto può sentirsi dimenticato o invisibile.
In questo contesto la psicoanalisi può assumere una funzione particolarmente preziosa. Il lavoro analitico offre uno spazio in cui il pensiero della morte, della perdita e del limite può essere finalmente condiviso senza essere immediatamente rimosso o banalizzato. La stanza d’analisi diventa allora un luogo in cui l’anziano può parlare della fine della vita senza sentirsi incomprensibile o eccessivo, può sostare accanto a queste domande insieme a qualcuno che le ascolta e le accoglie. In molti casi non si tratta tanto di trovare risposte quanto di poter abitare queste domande senza essere soli.
La relazione analitica assume così una funzione particolare. L’analista non è più soltanto interprete dei conflitti inconsci, ma diventa progressivamente testimone di una vita intera. Nella parola dell’anziano riemergono decenni di esperienze, relazioni, passioni, dolori e desideri. Raccontare questa storia davanti a qualcuno che ascolta significa spesso riannodare il filo dell’esistenza, restituire continuità a ciò che rischierebbe di dissolversi nella solitudine. L’analista può allora assumere la posizione di un accompagnatore discreto lungo l’ultimo tratto del percorso, qualcuno che resta accanto mentre il soggetto ripensa la propria vita, ne riconosce le ombre e le luci, e si confronta con la prospettiva della fine.
Ma proprio in questo punto della cura emerge inevitabilmente anche la dimensione controtransferale. L’analista che ascolta la vecchiaia dell’altro non può restare completamente esterno a ciò che viene evocato. L’incontro con un paziente anziano convoca spesso l’analista a confrontarsi con la propria fine, con l’immagine della propria vecchiaia futura o con quella già presente, a seconda dell’età e della fase della sua vita. Il pensiero della morte che il paziente porta nella stanza d’analisi può risvegliare risonanze profonde: il ricordo dello sguardo di un nonno, la memoria dei propri genitori che invecchiano, il primo incontro infantile con la morte, quelle esperienze precoci in cui il bambino intuisce per la prima volta che la vita non è infinita.
È proprio su questo asse transfert–controtransfert che può aprirsi uno spazio intermedio dell’esperienza, in cui qualcosa della vita psichica di entrambi viene convocato. In questo spazio la coppia analitica è chiamata a confrontarsi, ciascuno a modo proprio, con elementi profondi della propria identità: il tempo della vita, la perdita, la memoria delle generazioni, la presenza della morte come limite e come interrogativo. Quando questo spazio può essere pensato e tollerato, l’incontro analitico acquista una qualità particolare: non è soltanto il paziente a interrogare la propria storia, ma anche l’analista riconosce le tracce emotive che quell’incontro riattiva dentro di sé.
Forse il compito più profondo della psicoanalisi nella vecchiaia non è quello di cambiare la vita, ma di custodirne il senso. Quando il tempo davanti si accorcia, il tempo interiore può invece dilatarsi: ricordi, affetti, desideri, rimpianti e intuizioni tornano a muoversi nello spazio della mente chiedendo di essere pensati, nominati, condivisi. Finché un essere umano può raccontare la propria storia, interrogarsi sul proprio destino, sostare insieme a un altro nella parola o nel silenzio, la vita psichica non è conclusa. L’analista, in questo incontro, non è colui che allontana la fine, ma chi resta accanto mentre il pensiero della fine prende lentamente forma nella mente di entrambi.
da Prolegomeni alla psicoanalisi
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA (associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)
ph: Francesca Tilio