08/02/2026
“Vi è più ragione nel tuo corpo che nella tua sapienza” (F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra)
Siamo figli di una cultura dicotomica. Il mondo occidentale ha costruito la sua weltanshauung sulla divisione cartesiana tra res cogitans e res extensa, e ha da sempre assegnato una superiorità ontologica al Logos - inteso come pensiero e come parola - sul soma, sulla materialità dei corpi. Buona parte della filosofia antica ha descritto il corpo come carcere o tomba dell’anima; la religione cattolica ha messo in contrasto la carnalità della vita terrena con la spiritualità di quella ultraterrena; la cultura medievale dominante ha, per un millennio, rappresentato la “carne” come il coacervo di tutti i mali, la sede di quelle pulsioni attraverso cui il diavolo aveva la possibilità di allungare i propri artigli sulla vita dell’umanità. Eppure, anche in un clima culturale di così profonda scissione tra
anima e corpo, tra mente e corpo, è riuscito a farsi strada il fiume carsico dell’integrità.
Del resto, come scrive U.Galimberti (1983), «…il corpo, nell’universo simbolico delle. società primitive, non era quello che noi conosciamo oggi come entità anatomica isolabile dalle altre entità che compongono il mondo oggettivo e che identifichiamo come sede della singolarità di ogni individuo…il corpo era il centro dell’irradiazione simbolica, per cui il mondo naturale e sociale si modella sulle possibilità del corpo, e il corpo si orienta nel mondo tramite quella rete di simboli con cui ha distribuito lo spazio, il tempo e
l’ordine del senso…».
L’evoluzione della specie umana ha comportato una serie di conquiste nella relazione dell’individuo con l’ambiente e con le sfide della vita; ci si chiede, tuttavia, cosa
dell’autentica natura umana, presente attraverso i secoli in quanto inscritto geneticamente e fisiologicamente nelle possibilità del corpo, sia andato perduto, perché desensibilizzato, abbandonato sotto la soglia della consapevolezza o costretto al freno di un controllo devitalizzante e mortificante.
La distanza tra l’uomo e il mondo animale è la capacità dell’umano di accedere al pensiero astratto, alle rappresentazioni simboliche, ai contenuti mentali, alla complessità. Il punto è che, sia nello sviluppo filogenetico che in quello ontogenetico, queste capacità più complesse, corrispondenti alle aree cerebrali della neocorteccia, non si sono, nella cultura occidentale, incarnate e integrate, ma si sono
scisse dal fondo animale da cui proveniamo. Prima di ogni altra cosa, questa potrebbe
essere la fonte principale di ogni malessere: il nostro vivere molto al di sotto della soglia delle nostre possibilità, il nostro frammentare il fluire spontaneo della vitalità.