Dott. Fabio Bellasio - Psicologo

Dott. Fabio Bellasio - Psicologo Psicologo Clinico e dello Sport. Psicoterapeuta in formazione.

21/11/2023

Parlando di violenza di genere mettiamo in luce un fenomeno prevalentemente interno alle relazioni affettive.

08/11/2023

Lev Vygotskij, psicologo e teorico dell’educazione russo del XX secolo, ha dato un enorme contributo alla psicologia dell’educazione.

Padre della teoria socioculturale, ha cambiato il modo in cui guardiamo all'apprendimento, processo che definisce sociale e culturale. Secondo Vygotskij l'apprendimento e lo sviluppo cognitivo sono profondamente influenzati dall'ambiente sociale in cui cresciamo. In quest’ottica, l'apprendimento è un processo sociale in cui individui diversi per età e per livelli di competenza interagiscono per acquisire conoscenze e abilità.

Uno dei concetti chiave più famosi elaborati da Vygotskij è la Zona di Sviluppo Prossimale (ZSP).
La ZSP indica la differenza tra ciò che una persona può fare da sola e ciò che può fare con il supporto di un tutore più esperto; è un concetto che mette in evidenza l'importanza del supporto sociale nell'apprendimento, sottolineando che il vero apprendimento avviene quando c'è un mentore o un compagno che fornisce orientamento e aiuto.

Per Vygotskij, quindi, le interazioni con genitori, insegnanti, coetanei e la cultura circostante giocano un ruolo cruciale nel plasmare il pensiero e le abilità di una persona.

Alcuni studiosi hanno sollevato dubbi riguardo all'applicabilità universale delle sue teorie. Tuttavia, il lavoro di Vygotskij continua a influenzare profondamente il campo della psicologia dello sviluppo cognitivo e l'educazione. Le sue idee sulla mediazione sociale, il ruolo del gioco e l'importanza del contesto culturale nella formazione delle menti rimangono rilevanti oggi, fornendo un fondamento solido per ulteriori ricerche e applicazioni pratiche.

👉 Per approfondire la teoria di Vygotskij, leggi l’articolo su State of Mind https://www.stateofmind.it/2023/11/lev-semenovic-vygotskij/

Da oggi si riparte da dove ci si era fermati a fine luglio e, si inizia con nuovi percorsi.Avete avuto modo di prendervi...
01/09/2023

Da oggi si riparte da dove ci si era fermati a fine luglio e, si inizia con nuovi percorsi.
Avete avuto modo di prendervi una pausa? E se sì, ve la siete goduta?

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24/04/2023
17/12/2022
05/12/2022

Arriva dal Censis l'ultima fotografia e l'ultimo allarme sul malessere psicologico come problema sociale

29/11/2022

È il 1990 a Baltimora, Maryland. Un giorno la maestra d'asilo convoca d'urgenza mamma Deborah, per tutti Debbie.
"Michael non riesce a stare seduto, non sta mai tranquillo, non riesce a focalizzare" dice la maestra.
"Forse è solo annoiato" risponde Debbie.
"Impossibile. Si rassegni, semplicemente suo figlio non è dotato, non sarà mai in grado di focalizzarsi su nulla" sentenzia la donna senz'appello.

Il bambino in questione, quel Michael, di cognome fa Phelps, ha 5 anni, è cresciuto senza padre in una famiglia interamente femminile, insieme alla madre e alle due sorelle, e fino a quel momento non ha quasi mai messo piede in una piscina. Quando lo fa per la prima volta, è talmente terrorizzato all'idea di ba****si la faccia, che l'istruttore è costretto a insegnargli il dorso. Michael ha un talento innato, ma discontinuo. A scuola non va meglio. Tutte le sue insegnanti ripetono a Debbie sempre le stesse cose: "Non riesce a concentrarsi in nessun compito", "non è portato per questa o quella materia", "infastidisce il compagno di banco". Debbie allora decide di sottoporlo a una visita specialistica. La diagnosi è chiara: ADHD o DDAI, meglio noto come Disturbo da deficit di attenzione/iperattività.

Ma Debbie, oltre ad essere una mamma, è anche insegnante e preside. E si mette in testa di dimostrare a tutti che sbagliano. "Sapevo che, se avessi lavorato duro con Micheal, lui avrebbe potuto raggiungere tutti gli obiettivi che si fosse prefissato.” Lavora a stretto contatto con le insegnanti di Michael e, ogni volta che una di loro le dice "non riesce a fare questo", lei risponde: "Bene, cosa possiamo fare per aiutarlo?" Di fronte alle sue difficoltà con la matematica, gli trova un tutor e un metodo che susciti l'interesse di Michael, con problemi di questo tipo: “Quanto tempo impieghi a nuotare per 500 metri se nuoti ad una velocità di 3 metri al secondo?”.

Trasforma i limiti di suo figlio in opportunità. Ogni volta che lui ha uno scatto di rabbia o di frustrazione in piscina, lei dagli spalti gli fa un segnale convenzionale a forma di C che, nel loro linguaggio privato, significa "Ricomponiti".

Michael migliora a scuola, mentre in vasca è già un piccolo squalo: a 11 anni, è più forte e veloce di qualsiasi altro suo coetaneo che abbia mai nuotato negli Stati Uniti. Debbie viene, allora, convocata per il secondo colloquio più importante della vita di Michael. Questa volta non è una maestra d'asilo ma il suo allenatore, Bob Bowman. È il maggio del 1996.

"Signora, ora le dico cosa succederà" esordì. "Nel 2000 Michael parteciperà ai Trials olimpici. Non so se conquisterà la convocazione, ma sicuramente farà parlare di sé. E nel 2004 sarà senza dubbio un atleta che vincerà delle medaglie olimpiche. E saremo solo all’inizio”.

Bob sbagliava. Nel 2000, a Sydney, non solo Michael si qualificherà nei 200 metri farfalla, ma raggiungerà la finale, classificandosi al quinto posto, sfiorando il podio e una medaglia. Aveva 15 anni appena compiuti. Da quel giorno, per i successivi 16 anni, Phelps conquisterà 83 medaglie, di cui 66 d'oro, 28 olimpiche, 33 iridate, in otto diverse discipline, diventando, nel 2008 a Pechino, l'atleta con più ori (otto) in una sola edizione della storia dei Giochi e, per distacco, il nuotatore più vincente di ogni tempo, oltre a uno degli sportivi più forti di ogni sport o epoca.

Quel campione inarrivabile e icona planetaria è stato un bambino con deficit dell'attenzione diagnosticato, come decine di milioni di altri bambini come lui in tutto il mondo. Con la sola fortuna di avere avuto al suo fianco una donna e una professionista che non lo ha mai giudicato, né giustificato, ma lo ha spinto a ti**re fuori il proprio talento dove altri vedevano solo disturbi, disattenzione e iperattività. Avrebbe potuto rassegnarsi, come le aveva consigliato la sua prima maestra d'asilo. Invece Debbie ha deciso di fare qualcosa di molto più lungo e faticoso: credere in suo figlio.

Forse nessuno di quei milioni di bambini diventerà mai Michael Phelps - che importa? - ma dietro lo stigma di una diagnosi e di un giudizio senz'appello, ci sono persone con talenti e capacità fuori dal comune in qualunque ambito o professione. A volte quello che manca è solo qualcuno disposto a vederli e a riconoscerli. Una come Debbie Phelps, per esempio.

Tralasciando per un momento quello che è il contesto televisivo in oggetto, per tantissimi visto ancora oggi come un emb...
05/10/2022

Tralasciando per un momento quello che è il contesto televisivo in oggetto, per tantissimi visto ancora oggi come un emblema della TV spazzatura, emerge un fatto tristemente preoccupante: finché si tratta di affrontare problematiche di tipo fisico, come lo è stato per la sieropositività, si è disposti a mettersi in discussione e a scardinare i pregiudizi.
Quanto invece si tratta di fare fronte a problematiche di carattere psicologico come il caso specifico della depressione, questo non avviene.
Insomma, un doppiopesismo che fa più disastri che altro, soprattutto verso chi queste problematiche le affronta quotidianamente a telecamere spente.
Citando la collega Cecilia Pecchioli Psicoterapeuta e Coach relazionale, abbiamo il diritto di non conoscere ma abbiamo il dovere di informarci, e aggiungo soprattutto a seguito di episodi come questo.


Così come il Maestro Manzi insegnò l’italiano agli italiani, il grande Piero Angela ci ha insegnato che la scienza può e...
13/08/2022

Così come il Maestro Manzi insegnò l’italiano agli italiani, il grande Piero Angela ci ha insegnato che la scienza può e deve essere conosciuta da tutti e lo ha fatto usando quel linguaggio conviviale che non spaventa ma al contrario avvicina, unisce e in questo processo racconta che ognuno di noi può evolvere!
Infinitamente grazie per questi insegnamenti che hanno lungamente oltrepassato i contenuti scientifici e ricordato quanto “non sia la fame, ma l’ignoranza che uccide”!
Buon viaggio Professore.



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Milan

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Chi sono

Mi presento: il mio nome è Fabio Sebastiano Bellasio e sono uno Psicologo iscritto all’Ordine degli Psicologi della Regione Lombardia (Sezione A, n°20124), specializzato in Psicologia dello sviluppo e della comunicazione e in Psicologia dello Sport.​

Mi rivolgo a tutte quelle persone che vogliono non soltanto stare bene con sé stessi e con gli altri, ma anche a chi vuole migliorarsi per poter performare in maniera eccellente in ogni contesto di vita.

I servizi che offro sono rivolti ad adolescenti, giovani adulti, adulti e anziani, non solo a livello individuale ma anche a livello di coppia (coniugale e genitoriale). Su richiesta, è possibile usufruire di tali servizi in modalità domiciliare.

Nella mia pratica della libera professione offro servizi di consulenza psicologica, mental training e formazione presso gli spazi dell’Associazione Spazio Relazione a Milano in Via Privata Martiri Triestini 4.