28/01/2026
Quando si parla di mental load non si fa riferimento solo ad “avere tante cose da fare”. Significa anche e soprattutto avere tante cose a cui pensare, continuamente. È quella stanza nella mente con la luce sempre accesa perché le incombenze sono molteplici: organizzare, prevedere, ricordare, prendersi cura.
Nell’incontro clinico si presenta spesso come una stanchezza profonda, che il riposo non è sufficiente a ristorare. Si tratta piuttosto di una fatica mentale che rallenta, distrae, corrode. Nella nostra società e nella struttura dei nuclei familiari questo peso ricade in misura molto maggiore sulle donne. Sono loro, infatti, le custodi della responsabilità emotiva e organizzativa della vita quotidiana, evidenziando come l’imparità di genere nasca in primo luogo nella sfera privata.
Il mental load è un vero e proprio lavoro che però è invisibile, non retribuito e silente. Queste caratteristiche lo rendono difficile da individuare, problematizzare e smantellare. Si fonda un’erronea assunzione di colpa, ben distinta dalla responsabilità che, in quanto tale, può essere condivisa all’interno di una famiglia. Questa colpa invisibile ma ingombrante genera facilmente frustrazione, insoddisfazione, sofferenza e nei casi più estremi, burnout.
Parlare di parità di genere significa allora guardare anche a ciò che accade fuori dai luoghi di lavoro: alla divisione dei compiti, ma soprattutto alla divisione delle responsabilità mentali. Perché non basta “aiutare”, se il peso dell’organizzazione resta sulle spalle di una sola persona.
Come professionisti della salute sappiamo che non esiste una soluzione unica. Ma esiste un primo passo fondamentale: rendere visibile ciò che oggi è dato per scontato. Dare un nome al sovraccarico mentale significa iniziare a prendersene cura, insieme.