05/01/2026
è il momento in cui si manifesta al mondo attraverso l’incontro con i Re Magi: studiosi, sapienti, non ebrei. Non appartengono al popolo dell’attesa, ma a quello della ricerca. Rappresentano l’umanità pagana che non possiede la rivelazione, ma sa leggere i segni, interrogare il cielo, mettersi in cammino. Il loro arrivo non è un semplice incontro: è una vera manifestazione. Per questo si chiama Epifania, dal greco epipháneia: manifestarsi, rivelarsi. Ciò che era nascosto diventa riconoscibile.
Accanto a loro, però, la tradizione popolare colloca un’altra figura: una donna anziana, la . I Magi bussano anche alla sua porta e la invitano a seguirli. Lei comprende, ma non parte. È stanca, legata alle urgenze quotidiane, forse intimorita dall’idea di rimettersi in cammino. Non rifiuta per incredulità, ma per prudenza. Arriva tardi. E proprio in questo ritardo si riflette l’umanità imperfetta, quella che intuisce il senso delle cose solo dopo che l’occasione è passata.
Quando il rimorso si trasforma in ricerca, la donna parte. Non trova il Bambino, ma capisce qualcosa di decisivo: se non può più riconoscere Dio nel segno straordinario, può cercarlo nell’ordinario. Così bussa a tutte le porte e lascia doni a ogni bambino, come se ognuno potesse essere Lui.
La narrazione si chiude lì, dove la teologia incontra la vita:
🌠l’Epifania è la rivelazione di Dio al mondo;
🙏🏼la Befana è la risposta tardiva ma concreta dell’uomo.