14/10/2025
il paziente mente.
Come qualsiasi persona al mondo.
Lo facciamo tutti non per cattiveria, ma perché è umano.
Abbiamo imparato da bambini a dire “va tutto bene” per non preoccupare, a nascondere la paura per non sembrare deboli, a sorridere anche quando qualcosa non va.
Con il tempo diventa automatico.
Ma anche quando le parole mentono, il corpo parla.
Postura, tono, pause, sguardo e ritmo del respiro danno forma a ciò che proviamo, spesso prima ancora che ce ne rendiamo conto.
La ricerca lo mostra chiaramente: il linguaggio non verbale contribuisce in modo decisivo alla percezione di empatia e fiducia nella relazione terapeutica
(Hall, Roter & Rand, Patient Education and Counseling, 2009);
il tono di voce e le variazioni paraverbali influenzano la percezione di calore, sicurezza e competenza (Ambady et al.,
J. Nonverbal Behavior, 2002);
riconoscere e rispondere in modo sensibile a questi segnali migliora alleanza terapeutica e outcome clinici (Levinson et
al., JAMA, 2010).
Osservare questi aspetti non serve per smascherare, ma per capire.
Per essere più presenti, più attenti a come le persone reagiscono nei momenti difficili.
E a cosa ci serve tutto questo?
A cominciare meglio.
A leggere davvero ciò che accade davanti a noi nel lavoro, nelle relazioni, nella vita.
Perché ciò che non viene detto, spesso, è la parte più vera del messaggio.