29/12/2025
Pensavano fosse solo una ballerina. Invece era una rivoluzione.
Parigi, 1940. Le luci della città si erano spente. Le svastiche sventolavano sulla Torre Eiffel; i caffè un tempo pieni di artisti erano ora occupati da ufficiali nazisti. Gli ebrei venivano deportati. I resistenti fucilati. Molti americani abbandonavano la Francia occupata per tornare oltreoceano, verso la sicurezza.
Ma Josephine Baker non se ne andò.
Era la più celebre artista nera d’Europa. Nata nel 1906 a St. Louis, in Missouri, in una povertà così estrema da sembrare irreale: viveva con la famiglia in rifugi di cartone e rovistava tra i rifiuti per trovare cibo. Giovanissima, ballava agli angoli delle strade per pochi spicci, con i piedi sanguinanti nelle scarpe bucate.
Ma dentro quella bambina c’era una forza incontenibile. A tredici anni, ottenne il suo primo ruolo a teatro insistendo fino allo sfinimento. Da lì, fu un crescendo: New York, poi Parigi, dove si trasferì a soli 19 anni.
E in poche settimane, conquistò l’Europa.
Con il suo stile travolgente, la sua danza libera e provocatoria, divenne la più pagata d’Europa. Picasso la dipinse. Hemingway scrisse di lei. Si esibì per re e regine. La ragazza povera di St. Louis era diventata un’icona. Ma non era solo talento e spettacolo: imparò il francese, divenne cittadina francese e scelse l’Europa perché lì il colore della sua pelle non la imprigionava come negli Stati Uniti.
E quando la Francia fu invasa dai nazisti, Josephine rispose.
Entrò negli uffici del servizio segreto militare francese e si offrì come spia.
«La Francia mi ha fatto diventare ciò che sono», disse. «Sono pronta a darle la mia vita.»
All’inizio la presero sottogamba: una star come spia? Ma era proprio questo il punto.
La sua celebrità era la copertura perfetta.
La sua fama le apriva porte ovunque, anche in ambienti frequentati da ufficiali nazisti, che non sospettavano nulla. Mentre sorrideva e incantava, Josephine ascoltava. Memorizzava. Raccoglieva informazioni.
Viaggiava tra Paesi portando messaggi nascosti, in alcuni casi scritti con inchiostro invisibile sugli spartiti o cuciti nei vestiti. Quando le chiedevano come facesse a passare i controlli, rispondeva:
«Chi oserebbe perquisire Josephine Baker fino alla pelle?»
E aveva ragione. Quella fama era una corazza. Nessuno sospettava nulla.
Quello che trasportava era vitale: informazioni sui movimenti delle truppe tedesche, elenchi di collaboratori, dettagli per aiutare la Resistenza. Se fosse stata scoperta, avrebbe rischiato torture ed esecuzione. Ma lei non aveva paura. Aveva già sfidato la povertà, il razzismo, l’abbandono. I nazisti non l’avrebbero fermata.
Alla fine della guerra, fu decorata con la Croix de Guerre (Croce di Guerra, una delle più alte onorificenze militari francesi) e con la Légion d’Honneur (Legione d’Onore, la più alta distinzione della Repubblica francese). Ma la sua battaglia era tutt’altro che finita.
Tornò negli Stati Uniti e sfidò la segregazione razziale.
Rifiutava di esibirsi in locali che impedivano l’accesso a spettatori neri. Costrinse molti a cambiare politica, solo per averla sul palco. Scrisse articoli, collaborò con la NAACP, fece sentire la sua voce.
Nel 1963 partecipò alla Marcia su Washington accanto a Martin Luther King Jr.
Indossava l’uniforme militare francese, le medaglie appuntate sul petto.
Davanti a migliaia di persone, disse:
«Siete alla vigilia di una vittoria totale. Non potete sbagliare. Il mondo è con voi.»
Ma forse il suo gesto più radicale fu quello più silenzioso: la sua famiglia.
Negli anni ’50 cominciò ad adottare bambini da tutto il mondo — coreani, giapponesi, colombiani, marocchini, finlandesi, venezuelani — di razze e religioni diverse.
Li chiamava la sua Tribu Arc-en-ciel (tribù arcobaleno).
Un messaggio rivoluzionario: l’amore non ha colore. La famiglia non è solo quella in cui nasci, ma anche quella che scegli.
Li crebbe tutti in un castello in Francia, costruendo un esperimento vivente contro l’odio e il pregiudizio.
Josephine Baker morì nel 1975, quattro giorni dopo un trionfale ritorno sul palco che celebrava i suoi 50 anni di carriera. Aveva 68 anni. Se ne andò come aveva vissuto: tra gli applausi.
Nel 2021 la Francia l’ha accolta nel Panthéon — il mausoleo dei grandi eroi della nazione.
È stata la prima donna nera della storia a ricevere questo onore.
La bambina dei quartieri poveri di St. Louis.
La ballerina diventata star.
La spia che ingannò i nazisti.
La combattente che sfidò la segregazione.
La madre che creò un arcobaleno d’amore.
A ogni “no” del mondo, Josephine Baker rispondeva: guardatemi.
Pensavano fosse solo una bella danzatrice.
Ma davanti a loro c’era una delle donne più pericolose e straordinarie di Francia.
E non lo capirono mai.
Piccole Storie.