14/04/2026
Intrappolati in gabbie di cemento, viviamo separati dagli stimoli del mondo naturale e i nostri sensi si impoveriscono ogni giorno.
Nel verde di una rigogliosa Irlanda di fine Ottocento se ne doveva essere già accorto Sir William Butler Yeats: “il mondo è colmo di cose magiche, in paziente attesa che il nostro sentire si faccia più sottile”.
Il problema, allora, non è ciò che manca fuori, ma ciò che si è spento dentro.
Una persona che ha perso la vista non può vedere la bellezza di un’alba.
Chi non ha più l’udito non può sentire il fruscio del vento tra le fronde dei pini.
Ma se fossimo noi i ciechi e i sordi?
Privati del pieno potenziale dei nostri sensi da una vita limitata, urbana.
Da costrizioni fisiche e sociali che ci impediscono un sentire pieno, umano, naturale.
L’uomo può essere moderno, ma la sua biologia è antica, e trova nel cospetto della natura una risposta ai propri squilibri.
Se le lasciamo spazio, se torniamo a rivolgere l’attenzione ai nostri sensi, la natura si versa dentro di noi, nutrendoli e rendendoli più acuti.
L’aria umida del bosco.
Il profumo dei tronchi coperti di muschio, che nella radura lascia spazio all’odore caldo dell’erba secca.
Lo scintillio dei raggi del sole tra i rami.
Il verde vivo e intenso che calma i pensieri.
Il suono dell’acqua che scorre nei torrenti, dove le rocce si fanno morbide, ricordandoci con quanta pazienza e quanto tempo è stato compiuto quel lavoro.
Il giorno seguente ci si sveglia in città.
E mentre il caffè prova a strapparci dal torpore di una notte di sonno profondo, ci si accorge che qualcosa è cambiato.
Siamo più attenti ai profumi.
Notiamo piante che prima non vedevamo.
Una brezza improvvisa, che scende da nord, ci riporta per un istante alla montagna.
Torniamo a stupirci delle piccole cose, magiche, che sono sempre state lì, in attesa che le scoprissimo.
La vita riprende in città,
ma la notte l’uomo sogna la natura.