23/01/2026
C’è una frase che sento risuonare spesso, nei talk show e sui social, ed è quella che punta il dito contro i genitori di oggi, ritraendoli come figure troppo fragili, troppo amici dei figli o semplicemente incapaci di educare. Sembra quasi che ci sia un tribunale sempre aperto, pronto a sentenziare che "ai miei tempi era diverso" e che oggi la famiglia sia un sistema al collasso. Ma da psicoterapeuta che incontra la fatica reale delle persone, sento il bisogno di guardare oltre questa narrazione così severa.
La verità è che oggi fare il genitore è un atto di equilibrismo. Non è che manchi la volontà di dare regole o la forza di imporsi; è che siamo immersi in un contesto che è cambiato radicalmente, dove la vecchia "comunità educante" è svanita, lasciando madri e padri isolati nel peso di una responsabilità enorme. Quella che spesso viene etichettata come debolezza o eccesso di permissività è forse un tentativo onesto di una generazione che cerca di non ripetere i silenzi e le rigidità del passato? Forse si sta solo provando a sostituire il timore con il dialogo? Certo, a volte si sbaglia e ci si sente smarriti, ma cercare una connessione emotiva con i propri figli non è un fallimento, è un coraggioso investimento relazionale.
La salute mentale di una famiglia non passa attraverso la perfezione o l’assenza di conflitti, ma attraverso la capacità di restare presenti anche quando tutto sembra difficile. Essere quello che Winnicott chiamava un "genitore sufficientemente buono" significa proprio questo: accettare la propria imperfezione e continuare a camminare accanto ai propri figli, nonostante il rumore di fondo di chi giudica da lontano. Forse, invece di altre critiche, ciò di cui i genitori hanno davvero bisogno oggi è di sentirsi dire che la loro fatica ha valore, che i loro dubbi sono legittimi e che non sono soli in questa complessa, bellissima e faticosa costruzione di senso.