Luisa Zaccarelli psicoterapeuta

Luisa Zaccarelli psicoterapeuta Psicologa, psicoterapeuta, neurobiologa e formatrice. Accompagno genitori e adulti nel percorso di diagnosi della neurodivergenza
www.luisazaccarelli.it

Negli ultimi anni il tema delle neurodivergenze è sempre più presente nel dibattito clinico.Ma al di là delle parole, re...
20/02/2026

Negli ultimi anni il tema delle neurodivergenze è sempre più presente nel dibattito clinico.
Ma al di là delle parole, resta una domanda concreta: come cambia il nostro modo di stare nella relazione terapeutica?
Il corso La Stanza delle Differenze è un invito a interrogarsi sullo sguardo, sulle aspettative, sulle cornici che utilizziamo senza accorgercene.
Uno spazio di confronto pensato per chi lavora nella relazione d’aiuto e sente il bisogno di approfondire.

Introduzione al corso di formazione sulla clinica delle neurodivergenze, in collaborazione con

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19/02/2026

Il costo della “normalita’”

17/02/2026

Si tratta veramente di un disturbo primario o è invece il risultato di anni di masking e adattamento?

13/02/2026

Alcune persone neurodivergenti raccontano che con altre persone neurodivergenti si sentono più libere.
Non perché siano “tutte uguali”, ma perché in un ambiente ND spesso c’è meno pressione sociale. I silenzi sono più tollerati, le intensità emotive non devono essere smussate, le sensibilità sensoriali vengono comprese senza doverle spiegare o giustificare continuamente. Questo riduce lo sforzo di adattamento e abbassa drasticamente il bisogno di masking.

Nelle relazioni ND–ND, quando c’è consapevolezza, succede spesso qualcosa di importante: non viene richiesto di essere socialmente perfetti.
Non serve riempire ogni spazio, non serve performare, non serve “funzionare bene” per essere accettati. E questo può aumentare il senso di sicurezza e di appartenenza.

Allo stesso tempo, però, non è automatico.
Quando una persona neurodivergente non ha ancora consapevolezza del proprio funzionamento, può percepire l’altro come “strano”, troppo intenso, troppo diverso. In questi casi può prendere le distanze, soprattutto se il funzionamento dell’altro è diverso dal proprio o più visibile. Anche tra neurodivergenti, quindi, la relazione richiede ascolto e comprensione.

Le relazioni ND–NT possono funzionare, ma spesso richiedono più traduzione, più spiegazioni, più energia. Quelle ND–ND, quando sostenute dalla consapevolezza, tendono invece a essere più permissive, meno giudicanti, più abitabili dal punto di vista del sistema nervoso.

Per questo le consiglio spesso come spazio in cui poter essere se stessi senza doversi costantemente adattare.

E per molte persone neurodivergenti, questa libertà è già una forma di cura.

10/02/2026

Una frase che molte donne si sono sentite dire almeno una volta nella vita. Spesso da professionisti, spesso con le migliori intenzioni.
Eppure è uno degli stereotipi più dannosi quando si parla di neurodivergenze al femminile.

Certo, l’ansia esiste. È reale e può essere molto invalidante. Ma in tante ragazze e donne l’ansia non è la causa, è una conseguenza. La risposta di un sistema nervoso che da anni sta cercando di adattarsi, di compensare, di reggere richieste che non tengono conto del suo funzionamento.
Quando tutto viene letto come ansia, si perde di vista il quadro più profondo: il sovraccarico sensoriale, la fatica sociale, il masking costante, la difficoltà a regolare le emozioni in un mondo che chiede continua performance. E così la donna diventa “fragile”, “ipersensibile”, “stressata”… invece che neurodivergente.
Il problema di questa lettura riduttiva non è solo teorico. È pratico. Perché se la chiamiamo solo ansia, interveniamo solo sull’ansia. E spesso i percorsi non funzionano, o funzionano solo in superficie. Intanto la persona continua a sentirsi sbagliata, incapace di “farcela”, colpevole per una fatica che non capisce.

Riconoscere che sotto quell’ansia può esserci una neurodivergenza non toglie dignità alla sofferenza. Al contrario: le dà finalmente un senso.
Non è “solo ansia”. È spesso il segnale di qualcosa che chiede di essere visto davvero.

07/02/2026

Oggi molte persone si riconoscono in tratti ADHD, autistici o neurodivergenti in generale.
A volte è una lettura corretta.
Altre volte è il segnale di un cervello sovraccarico, non diverso.
La dopamina non è l’ormone della felicità.
È il sistema che regola attenzione, motivazione e direzione.
Quando viene continuamente stimolata da ricompense rapide e prevedibili, anche un cervello normotipico può iniziare a funzionare “in carenza”.
Questo non invalida la neurodivergenza.
Ma ci ricorda che non tutto ciò che somiglia all’ADHD lo è.
La clinica serve a distinguere:
tra funzionamento strutturale e risposta all’ambiente,
tra identità e adattamento.
Capire come funziona il cervello non serve a etichettarsi,
ma a capirsi meglio.




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Quando una donna riceve una diagnosi di neurodivergenza in età adulta, spesso prova sollievo. Ma insieme al sollievo arr...
06/02/2026

Quando una donna riceve una diagnosi di neurodivergenza in età adulta, spesso prova sollievo.

Ma insieme al sollievo arriva anche il disorientamento: “Allora chi sono? Cosa è stato reale? Cosa ho costruito per adattarmi?”

Il consiglio più importante non è sicuramente di cambiare, migliorare o “funzionare meglio”, ma quello di tornare in contatto con se stesse, dopo anni passati a corrispondere alle aspettative degli altri.

Molte donne neurodivergenti hanno imparato a mascherare così bene da non sapere più cosa le fa stare bene e cosa le svuota. Per questo il lavoro non è smettere di forzarsi, è smettere di vivere la sensibilità come una colpa. Riprendere i propri bisogni, costruire confini, creare spazi sicuri dove non serve essere “giuste” o “piacevoli” è parte del percorso.

E sì, anche imparare a non sentirsi in colpa richiede tempo e accompagnamento.
La diagnosi rende, finalmente, una storia comprensibile.

03/02/2026

Una delle domande più importanti quando si parla di ragazze neurodivergenti è questa: come aiutarle a smettere di mascherarsi continuamente?

La risposta è: creare le condizioni perché non debbano sempre adattarsi.

Il masking nasce molto presto, spesso come strategia di sopravvivenza: imparare a sorridere, a essere accomodanti, a non disturbare, a non mostrare il sovraccarico.
Funziona nel breve periodo, ma nel tempo allontana dal proprio modo di essere. Per questo il primo passo è la validazione del funzionamento.
Non dire “sei troppo sensibile”, “devi sforzarti di più”, “devi essere più socievole”, ma aiutare a riconoscere bisogni reali: pause, silenzio, prevedibilità, confini. Senza giudizio.

Servono poi contesti — relazionali, familiari, scolastici — in cui non sia richiesto di essere performanti. Spazi in cui una ragazza possa fermarsi, non capire tutto, non piacere a tutti, senza che questo diventi un problema. È lì che può iniziare a ricostruire un’identità più autentica.

La diagnosi, quando c’è, aiuta molto come chiave di lettura. Permette di smettere di forzarsi e di iniziare a scegliere. Di capire dove finisce l’adattamento sano e dove inizia l’annullamento.

Ridurre il masking non significa isolarsi ma bensì imparare a stare nel mondo senza perdere se stesse.

03/02/2026

01/02/2026
30/01/2026

Quando una neurodivergenza non viene riconosciuta in tempo, le conseguenze non sono solo diagnostiche. Sono emotive, identitarie, profonde.
Molte ragazze e donne crescono sentendosi “troppo”: troppo sensibili, troppo stanche, troppo intense, troppo complicate. E quando qualcosa non funziona, la spiegazione diventa sempre la stessa: “è colpa mia”.

Una diagnosi tardiva spesso significa anni di tentativi per adattarsi, di sforzi continui per funzionare come ci si aspetta, di masking portato all’estremo.
Nel frattempo possono comparire ansia, perfezionismo, disturbi alimentari, relazioni sbilanciate, burnout ripetuti. Questo perché sta chiedendo al proprio sistema nervoso qualcosa che non è sostenibile.

Molte donne raccontano di aver seguito terapie, assunto farmaci, cambiato strategie più volte, senza mai sentirsi davvero meglio: la sofferenza veniva vista, ma non il funzionamento che la generava. E questo lascia una traccia, che è un senso di inadeguatezza cronico, la convinzione di essere difettose, irrecuperabili.

Quando finalmente arriva una lettura neurodivergente, per molte succede qualcosa di importante: la colpa si allenta.
La storia personale trova un senso.
La fatica smette di essere un fallimento morale.

La diagnosi non cancella la sofferenza, ma la rende comprensibile, e capire da dove nasce è spesso il primo passo per smettere di combattere contro se stesse.

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