Luisa Zaccarelli psicoterapeuta

Luisa Zaccarelli psicoterapeuta Psicologa, psicoterapeuta, neurobiologa e formatrice. Accompagno genitori e adulti nel percorso di diagnosi della neurodivergenza
www.luisazaccarelli.it

23/01/2026

Molte ragazze e donne neurodivergenti raccontano di trovarsi più a loro agio nelle relazioni con i maschi perché spesso la comunicazione maschile risulta più lineare, diretta e prevedibile. Meno giochi sociali, meno sottointesi, meno dinamiche implicite da decifrare.

Questo significa meno fatica cognitiva: non dover interpretare continuamente ciò che non viene detto, non dover stare allerta per cogliere sfumature, alleanze, cambi di ruolo. Per una persona neurodivergente, tutto questo può fare una grande differenza nel sentirsi a proprio agio.

Al contrario, le dinamiche relazionali tra ragazze — fatte spesso di impliciti, pettegolezzi, equilibri sottili — possono risultare molto più difficili da comprendere e gestire, sia nell’adolescenza che nell’età adulta, anche in contesti lavorativi.

Questo però ha un rovescio della medaglia. Proprio perché la comunicazione diretta è più rassicurante, alcune ragazze neurodivergenti possono risultare più vulnerabili nelle relazioni affettive e sentimentali. Possono prendere alla lettera ciò che viene detto, non cogliere segnali ambigui o manipolatori, fidarsi troppo facilmente, faticare a leggere dinamiche relazionali complesse.
Questa ingenuità sociale non è mancanza di intelligenza, ma un diverso modo di processare le relazioni. Per questo è fondamentale affiancare le ragazze neurodivergenti, soprattutto quando si avvicinano all’adolescenza, con una buona educazione affettiva ed emotiva. Un’educazione che aiuti a riconoscere confini, segnali di rischio, ambiguità relazionali, e che non dia per scontato che “capiranno da sole”.

Non si tratta di renderle diffidenti, si tratta di dare strumenti, così che la loro autenticità non diventi un punto di vulnerabilità.

Puoi vedere l’intera intervista sul profilo di ! 🤩

Quando si parla di neurodivergenze “in famiglia”, molte persone si irrigidiscono subito su una domanda:“Quindi è colpa m...
20/01/2026

Quando si parla di neurodivergenze “in famiglia”, molte persone si irrigidiscono subito su una domanda:
“Quindi è colpa mia?”
No. E questa è la prima cosa da chiarire, con forza.

Quello che la ricerca ci dice da anni, in modo sempre più consistente, è che autismo e ADHD hanno una componente genetica importante: non significa “determinismo”, non significa “destino”, ma significa che certe modalità di funzionamento del cervello tendono a ricorrere nelle famiglie. Gli studi su gemelli e famiglie mostrano infatti una forte ereditarietà per l’autismo.
E per l’ADHD, le meta-analisi sui gemelli indicano un’ereditarietà media intorno a ~74%.

Questa familiarità si vede anche nei dati clinici: gli studi longitudinali sui fratellini/sorelline (“baby siblings”) mostrano che circa 1 su 5 (20,2%) dei fratelli minori di bambini autistici riceve a sua volta una diagnosi di autismo. E questo rischio aumenta se ci sono più fratelli maggiori autistici, arrivando in alcuni campioni sopra un terzo dei casi.
Un dettaglio molto interessante (e spesso poco conosciuto) è che la probabilità di ricorrenza è più alta quando il primo figlio diagnosticato è una femmina, il che è coerente con l’ipotesi del ‘female protective effect’: in sintesi, per molte ragioni (biologiche e statistiche), le femmine tendono a essere diagnosticate meno e più tardi, e quando lo sono, spesso significa che nella famiglia c’è una “quota” di vulnerabilità più alta.

E qui arriviamo alla casistica che in studio vediamo continuamente: madri e padri neurodivergenti, spesso inconsapevoli, che arrivano al sospetto “attraverso” la diagnosi del figlio.

Succede per due motivi principali:
☝🏻Perché i criteri diagnostici storicamente non intercettavano i profili sottili (soprattutto femminili): persone brillanti, iper-adattate, con masking, che “funzionano” fino a quando non crollano.
✌🏻Perché molte donne sono cresciute con etichette alternative (“è solo ansia”, “è fragile”, “è troppo sensibile”), quindi non hanno mai avuto una cornice che spiegasse davvero il loro funzionamento.

> Continua nel primo commento

16/01/2026

I disturbi alimentari nelle donne neurodivergenti non nascono sempre per le stesse ragioni per cui nascono nelle donne neurotipiche. E questo è un punto che spesso viene completamente ignorato.

Molte ragazze arrivano in terapia con una diagnosi di disturbo alimentare dopo anni di fatica, controllo, rigidità, selettività, sovraccarico emotivo. Ma se sotto c’è una neurodivergenza non riconosciuta, il rapporto con il cibo non parla solo di corpo o di immagine: parla di sensorialità, regolazione emotiva, bisogno di prevedibilità, controllo del caos interno.

Per alcune persone neurodivergenti il cibo è difficile prima ancora di essere simbolico. È difficile da tollerare per consistenza, odore, temperatura, colore.
È difficile da gestire quando il sistema nervoso è già in sovraccarico.
È difficile da modulare quando le emozioni arrivano tutte insieme e senza filtri.
In questi casi, la restrizione non è sempre ricerca di magrezza. L’abbuffata non è sempre perdita di controllo. La selettività non è un capriccio. Spesso sono strategie di sopravvivenza, modi imperfetti ma comprensibili per cercare ordine, contenimento, silenzio interno.

Il problema è che, quando la neurodivergenza non viene vista, si interviene come se il disturbo alimentare fosse “classico”. E quando il trattamento non funziona, la colpa ricade di nuovo sulla persona: “non collabora”, “resiste”, “non è motivata”.
Ma forse non è resistenza.
Forse è un intervento che non parla la lingua del suo sistema nervoso.

Per questo, davanti a un disturbo alimentare — soprattutto se precoce, rigido, resistente alle terapie, accompagnato da ansia, burnout, ipersensibilità — è fondamentale chiedersi se sotto ci sia un funzionamento neurodivergente.
Non per aggiungere un’etichetta. Ma per cambiare lo sguardo. E finalmente smettere di chiedere a una persona di guarire da qualcosa che non è la radice del problema.

A volte, capire come funziona una mente è il primo passo per smettere di farle violenza, anche senza volerlo.

Animazione di

13/01/2026

Molti pazienti neurodivergenti arrivano in terapia dicendo:
“Non so più perché sono così stanca.”
“Non capisco cosa mi prosciuga.”
“Mi sembra di non avere mai energia, anche quando non faccio nulla di speciale.”
☝🏻 Per questo uno degli esercizi più utili è il bilancio energetico giornaliero. Non serve cambiare subito la propria vita. Serve iniziare a osservarla.

Si prende un foglio (o le note del telefono) e si scrive una giornata normale, dall’inizio alla fine. Anche le cose piccole contano: la colazione, il lavoro o la scuola, gli spostamenti, le interazioni, le pause, la sera.
Accanto a ogni momento ci si chiede: questa cosa mi ha dato energia o me l’ha tolta?
A ogni attività si assegna un valore semplice. Un numero positivo se ricarica, un numero negativo se stanca. Non esiste un valore giusto: conta solo come lo vive il tuo sistema nervoso, non come “dovrebbe” essere.
Alla fine della giornata si fa il conto.
Se il totale è intorno allo zero o leggermente sopra, la giornata è stata sostenibile.
Se si va molto sotto, non è un fallimento: è un’informazione.
La parte più importante arriva dopo qualche giorno di osservazione perché, guardando questi bilanci, spesso emergono pattern chiari: relazioni che costano più di quanto pensavi, attività sociali che richiedono masking, momenti che sembrano normali ma ti svuotano, e magari pochissimi spazi che ricaricano davvero.

Solo dopo questa fase si fanno piccoli aggiustamenti. Non stravolgimenti.
Micro-scelte come inserire una pausa vera, alternare attività costose a momenti di recupero, proteggere spazi in cui non serve mascherarsi.
Anche poco può cambiare molto.

Questo esercizio è prezioso perché il burnout non arriva all’improvviso. Arriva dopo tanto tempo passato “in rosso”.

Rendere visibile il bilancio energetico significa spostare la domanda da “perché non ce la faccio?” a “cosa mi sta chiedendo troppo?”.
E spesso, da lì, inizia a cambiare tutto.

09/01/2026

Molte donne arrivano alla diagnosi di autismo dopo anni – a volte decenni – di diagnosi sbagliate.
Ansia.
Depressione.
Disturbi alimentari.
Disturbo ossessivo.
Disturbo borderline.
Disturbo evitante.

Etichette che spesso descrivono bene la sofferenza, ma non spiegano da dove nasce davvero.
Il problema è che l’autismo, per moltissimo tempo, è stato pensato solo al maschile. I criteri diagnostici, gli strumenti clinici, le immagini che abbiamo in testa sono costruiti su quel modello.
Quando una donna non rientra in quello schema, la sua fatica viene letta in altro modo.

Così succede che una bambina venga vista come “troppo perfezionista”.
Un’adolescente come “instabile”.
Una donna adulta come “fragile”, “ansiosa”, “incapace di reggere lo stress”.
E intanto nessuno guarda davvero il funzionamento profondo.

Il risultato è spesso questo: la persona segue terapie, prende farmaci, prova percorsi su percorsi… ma non migliora davvero. Oppure migliora solo in superficie. E dentro rimane la sensazione di essere difettosa, complicata, irrecuperabile.

Una diagnosi sbagliata non è solo un errore tecnico. È un’esperienza che confonde l’identità, aumenta il senso di colpa, rafforza l’idea di essere “sbagliate” senza capire perché.
Quando arriva finalmente una lettura neurodivergente, molte donne dicono: “Non ero rotta.” “Stavo funzionando in un modo diverso.” “Non era tutto colpa mia.”

Riconoscere l’autismo femminile non significa togliere spazio alla sofferenza. Significa dare finalmente un senso a quella sofferenza, invece di inseguirla sotto mille nomi diversi.

Non tutti i segnali dell’autismo nell’infanzia sono rumorosi, evidenti, difficili da gestire. Molti sono silenziosi. Cos...
06/01/2026

Non tutti i segnali dell’autismo nell’infanzia sono rumorosi, evidenti, difficili da gestire. Molti sono silenziosi. Così silenziosi da passare inosservati per anni.

Ci sono bambine che non disturbano.
Che non fanno “scenate” fuori casa.
Che non mettono in difficoltà gli adulti.
Che sembrano tranquille, educate, mature.
E proprio per questo nessuno si chiede se stiano bene davvero. Sono bambine che si controllano tantissimo, che osservano prima di agire, che cercano di non sbagliare mai. Bambine che giocano spesso da sole non perché lo preferiscano davvero, ma perché stare con gli altri è faticoso, confuso, troppo da gestire. Bambine che si stancano facilmente, che hanno bisogno di lunghi tempi di recupero, ma non sanno spiegarlo.

A volte hanno interessi intensi, profondi, totalizzanti, ma li tengono nascosti. Perché hanno capito che mostrarsi troppo è rischioso. Che essere “diverse” attira sguardi, domande, prese in giro.

E poi ci sono le crisi. Che non avvengono a scuola. Non davanti agli altri. Non nei luoghi pubblici. Avvengono a casa. Quando finalmente il controllo si allenta.
Quando la fatica accumulata non può più essere trattenuta. Quando non c’è più bisogno di “funzionare”. Allora arrivano i pianti intensi, le esplosioni emotive, i crolli improvvisi. E spesso anche questi vengono letti nel modo sbagliato: capricci, esagerazioni, drammatizzazioni.

Ma quei segnali, così silenziosi, così composti, così nascosti, raccontano molto più di quanto sembri. Raccontano un funzionamento che si sta già adattando troppo presto.
Raccontano un sistema nervoso che sta già reggendo più di quanto dovrebbe.

Riconoscerli non significa etichettare. Significa ascoltare prima che la fatica diventi invisibile anche a se stesse.

✨ Capodanno gentileQualunque sia il tuo modo di festeggiare,va bene così.Che il nuovo anno siapiù rispettoso dei tuoi te...
31/12/2025

✨ Capodanno gentile

Qualunque sia il tuo modo di festeggiare,
va bene così.

Che il nuovo anno sia
più rispettoso dei tuoi tempi
e più gentile per i tuoi neurotrasmettitori.

Buon anno neurodivergente 🌱

— Luisa

SaluteMentale NuovoAnno Regolazione Psicologia

✨ Capodanno gentileQualunque sia il tuo modo di festeggiare,va bene così.Che il nuovo anno siapiù rispettoso dei tuoi te...
30/12/2025

✨ Capodanno gentile

Qualunque sia il tuo modo di festeggiare,
va bene così.

Che il nuovo anno sia
più rispettoso dei tuoi tempi
e più gentile per i tuoi neurotrasmettitori.

Buon anno neurodivergente 🌱

— Luisa

SaluteMentale NuovoAnno Regolazione Psicologia

A giugno 2026 sarò relatrice di questo Master internazionale, insieme, tra i tanti nomi illustri, a Temple Grandin, divu...
29/12/2025

A giugno 2026 sarò relatrice di questo Master internazionale, insieme, tra i tanti nomi illustri, a Temple Grandin, divulgatrice di fama mondiale riguardo l'autismo, scienziata, inventrice e sostenitrice della comunità ASD.
Per molti non vorrà dire nulla, ma per me è un gradissimo onore.
Qualora voleste iscrivervi:

Master internazionale: Trattare le Neurodivergenze in Età Evolutiva: Autismo, ADHD, Plusdotazione. Edizione 02. Maggio-Luglio 2026.

La compensazione è una strategia silenziosa che molte bambine e donne nello spettro mettono in atto per adattarsi al mon...
27/12/2025

La compensazione è una strategia silenziosa che molte bambine e donne nello spettro mettono in atto per adattarsi al mondo sociale.
Non è qualcosa che si sceglie consapevolmente: nasce molto presto, quando una bambina si accorge che il suo modo spontaneo di stare con gli altri “non funziona”.
Così inizia ad osservare, studiare, copiare:
😗 Come si parla.
😂 Come si ride.
☝🏻 Quando è il momento giusto per intervenire.
🤫 Quando è meglio tacere.

È come imparare una lingua straniera senza mai smettere di tradurre.
All’esterno la compensazione appare come maturità precoce, intelligenza, adattamento perfetto, “bravissima bambina”. Dentro, però, è lavoro cognitivo costante, controllo continuo, attenzione sempre attiva.

Nel breve periodo la compensazione aiuta a essere accettate, evitare l’esclusione, “funzionare” nella scuola, nel lavoro, nelle relazioni.
Nel lungo periodo, però, consuma ogni risorsa. Perché non c’è spontaneità. Non c’è riposo. Non c’è reale sicurezza.

Molte donne arrivano all’età adulta pensando di essere solo più stanche, più fragili, meno capaci delle altre. In realtà sono persone che hanno retto uno sforzo enorme per anni, senza mai potersi fermare. E spesso il corpo presenta il conto più tardi, sotto forma di burnout, ansia, ritiro, crollo delle energie.

Capire cos’è la compensazione cambia completamente lo sguardo: non “perché non ce la fai più”, ma “quanto hai retto prima di crollare”.

A Natale non tutti sorridono.C’è chi va avanti con il cuore stanco, ma ancora aperto.Se oggi fa male, non sei sbagliato:...
24/12/2025

A Natale non tutti sorridono.
C’è chi va avanti con il cuore stanco, ma ancora aperto.
Se oggi fa male, non sei sbagliato: sei umano.
E anche da qui può nascere qualcosa di buono. 🎄 Auguri !!!!!

22/12/2025

Per molto tempo la valutazione del funzionamento sociale si è basata su indicatori quantitativi come ha amici? esce? parla? si relaziona?

Ma questi indicatori non misurano la qualità interna dell’esperienza sociale.
Una persona può essere costantemente in mezzo agli altri e vivere ogni interazione come:
😬 fonte di ansia
🤯 sforzo cognitivo
🚨 situazione di allerta
‼️ rischio di errore

Nel funzionamento autistico, la socialità non sempre è spontanea. Spesso è mediata da regole apprese, non da intuizione immediata.
Questo significa che ogni incontro richiede decodifica, previsione, controllo, monitoraggio.

Chiedere solo “se socializza” è come giudicare una maratona guardando solo se qualcuno arriva al traguardo, senza vedere se sta sanguinando.

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